In Cina è scoppiata una “Jasmine Revolution” senza rivoluzionari
04 Marzo 2011
L’odore dei gelsomini ha raggiunto anche la Cina, ma una vera rivolta non c’è stata. Domenica 20 febbraio l’invito a scendere in tredici piazze contro il governo infiammava il web ma sugli oltre 400 milioni di utenti della rete (in un paese che conta 1,4 miliardi di abitanti) solo poche centinaia rispondevano all’appello. Esattamente sette giorni dopo il richiamo alla rivolta si era esteso a macchia d’olio in 27 città ottenendo paradossalmente ancor meno adesioni. È la prima volta che una rivoluzione esordisce senza rivoluzionari in carne ed ossa e questo ci suggerisce che dalla realtà virtuale alla dimensione reale il passo, in Cina, è ancora lungo (ma non per questo insignificante).
Uno dei motivi dell’insuccesso è attribuibile all’intervento tempestivo dei poliziotti che in divisa, in borghese o travestiti da operai e spazzini, hanno impedito ai potenziali rivoltosi di fare blocco. Camion con idranti, agenti con cani al guinzaglio, chiusura forzata di un vasto tratto della strada sono seguiti ai controlli a tappeto, senza contare che in precedenza, molti giornalisti stranieri avevano ricevuto avvertimenti telefonici e convocazioni dalla polizia che li ha invitati a “rispettare le leggi” e a praticare un “giornalismo responsabile”. Ai manganelli e alle intimidazioni si è affiancata la chiusura dei siti e dei blog veicolo dell’esortazione alla protesta, quindi è venuta meno la copertura internet necessaria a che la spinta a scendere in piazza diventasse più forte. Del resto, lo stesso Hu Jintao ha detto di recente che c’è la necessità di “rafforzare e completare la gestione delle informazioni e istituire un sistema di orientamento dell’opinione pubblica su Internet”.
Nessuno può razionalmente spiegare cosa stia accadendo in un paese che cresce da 30 anni a questa parte del +10% di anno in anno, e che quindi ha una condizione in alcun modo paragonabile a quella di quei paesi mediorientali dove ampie fasce di popolazione vivono in condizioni miserabili e l’impennata dei prezzi dei cereali rappresenta un dramma per milioni di persone. Ma posto ciò, non si può certamente dire che gli episodi delle scorse due domeniche non rappresentino un campanello d’allarme. D’altro canto, come si può spiegare l’intervento preventivo del regime, che molti hanno definito uno dei più “pesanti” degli ultimi anni, nei confronti di un pugno di persone? Per gli standard cinesi, infatti, alcune centinaia di migliaia di dimostranti sono bazzecole. E poi, la maggior parte della popolazione cinese dovrebbe essere legata al governo, perché nel giro di vent’anni ha cambiato il volto del Paese creando benessere e ricchezza ad una super velocità. Quindi l’interrogativo su cosa abbia spinto i manifestanti a scendere in piazza diventa ancora più forte.
Probabilmente il regime, visti i successi ottenuti dai rivoltosi in Tunisia e in Egitto, inizia ad avvertire il timore che anche la Repubblica popolare possa ritrovarsi a fronteggiare un destino simile. Il Partito Comunista cinese ha assistito di recente a due grandi rivolte: una, quella del Tibet nel 2008 e l’altra del 2010, più violenta, nello Xinjiang. Queste, sommate alle migliaia di altre proteste che hanno caratterizzato la Cina contemporanea, hanno fortemente messo in discussione sia il concetto di “sviluppo armonioso” sia la logica del progresso economico come mezzo per integrare la società cinese, e non ultimo, hanno sollevato dubbi sulla capacità del PCC di governare in Cina.
Sarà pur vero che il Paese cresce, ma è anche vero che inizia a sentire il peso delle contraddizioni capitaliste. Certo, il regime è saldo ma allo stesso tempo è nel pieno di una conflittuale e lunga fase di passaggio personale del potere. Pechino, poi, non può sottovalutare la “variabile” Corea del Nord, dove l’influenza di quando sta accadendo in Libia può realmente rischiare di far implodere la dittatura dei Kim. In più, tra poche ore, verrà varata la più profonda riforma nazionale dall’epoca di Deng Xiaoping. Il partito si trova alla porta esclusi, nuovi interessi e centinaia di milioni di individui, armati di rivendicazioni opposte. Il popolo desidera maggiore libertà e partecipazione, in special modo politica, e il regime lo percepisce.
La paura che tormenta i piani alti della Repubblica popolare, insomma, è che anche leggere fratture in questo sistema autoritario, innescate per l’appunto da dimostrazioni, possano far traballare la transizione e accendere feroci lotte politiche all’interno. E allora frasi quali “La Cina appartiene a noi, non ai governanti corrotti”, udite durante la manifestazione di domenica scorsa suggeriscono molto più del semplice tentativo di emulare, senza crederci troppo, chi alza le barricate contro questo o quel regime. La repressione violenta di chi chiede un cambiamento, a cui abbiamo assistito qualche giorno fa, potrebbe far aumentare esponenzialmente il malcontento e a quel punto l’odore dei gelsomini potrebbe farsi più forte e iniziare seriamente a far paura.
