Ora D’Alema pensa che l’unico modo per far fuori il Cav. sono le urne
30 Gennaio 2011
Se da Todi il Terzo polo anti-Cav. si conferma alla ricerca di un centro di gravità permanente (per dirla con Battiato), stretto tra i nodi della leadership e quelli dei temi etici, ieri è arrivato il ‘soccorso rosso’ di D’Alema che ora accelera sul voto e rilancia il governo di salvezza nazionale per fare le riforme, chiamando a raccolta in primis Casini e Fini. Ma l’offerta vale anche per Vendola e chissà, forse pure per Di Pietro. Tutti insieme appassionatamente.
Un segnale di come la manovra di accerchiamento al Cav. che non fa passi indietro, sia serratissima, non più e non solo politica. Un segnale che nel clima avvelenato da show down, riporta in primo piano l’ipotesi del voto anticipato perché il fronte delle urne si allarga. Proprio ora che pure il Colle, preoccupato per il livello di scontro politico-istituzionale, sarebbe orientato a considerarlo come il male minore.
Il ragionamento di D’Alema suona così: visto che Berlusconi non vuole dimettersi, l’unico modo è andare alle urne “per evitare l’impasse politico-istituzionale”, dal momento che “il Paese attraversa una crisi democratica gravissima”. Andare al voto, quindi, (l’opposto di due settimane fa) e l’appello dichiarato alle potenziali forze dello schieramento va in un’unica direzione: superare il berlusconismo. La strada: alleanza costituente con la quale presentarsi agli elettori e tre obiettivi di fondo calibrati sulle riforme. Se il piano c’è, come al solito manca il leader e D’Alema se ne guarda bene dall’impantanarsi nel solito dilemma al quale il Pd non sa rispondere: chi dovrebbe guidare le truppe?
In realtà, la proposta dell’ex leader ds sembra una riedizione adattata ai tempi nuovi della vecchia Unione col solo e solito scopo di mettere da parte il Cav. Vendola, Casini, Fini, Rutelli, Lombardo e perché no pure Bossi se vorrà, sono i protagonisti, mai citati direttamente da D’Alema nel faccia a faccia con Lucia Annunziata, del nuovo che avanza, degli uomini chiamati a salvare il paese sedendo tutti insieme a Palazzo Chigi. Diversamente da quanto aveva ipotizzato qualche giorno fa, questa volta D’Alema pensa a una ‘Santa Alleanza’ consacrata dalle urne, visto che la spallata a suon di sfiducia finora si è tradotta in una serie di sconfitte politiche.
L’ex ds veste la sua ricetta con l’abito buono delle riforme, ma non dice che si governa con un programma condiviso e francamente non si capisce come potrebbero convivere le idee di Bersani con quelle di Fini, i valori di Casini con l’ideologia di Vendola. Ma soprattutto: una simile marmellata che appeal avrebbe sugli elettori, della vecchia sinistra e della ‘nuova’ destra in salsa centrista (o viceversa visto il ticket Fli-Udc)? E ancora: se a D’Alema stanno così a cuore le riforme strutturali del paese (dal federalismo alla giustizia alla revisione della Carta costituzionale), perché non fare la propria parte in questa legislatura dal momento che per tali innovazioni l’impegno di fondo dovrebbe essere quello di guardare al bene comune superando le categorie e gli schematismi partitici? Infine: guardandola nel solo campo democrat, la proposta dalemiana archivia definitivamente il profilo bipolarista del Pd e al tempo stesso ne certifica il fallimento come alternativa di governo.
Se l’obiettivo del voto anticipato mette tutti d’accordo e tatticamente appare come un vero e proprio pressing sul Colle, i dubbi dei potenziali alleati ‘costituenti’ sono sul come andarci.
Terzo polo. Casini e Bocchino aprono all’idea di D’Alema ma la circoscrivono a un contesto di “emergenza democratica” e nel caso in cui sia il Cav. a far precipitare gli eventi verso il voto “per una sua battaglia privata contro i giudizi creando una situazione di emergenza”. Di fronte a questa eventualità “allora la riflessione di D’Alema va presa in considerazione”. Il leader Udc prende tempo e rimanda alle valutazioni del terzo polo, mentre tra i finiani c’è chi frena, come Urso per il quale “non serve una Santa Alleanza contro Berlusconi ma un’ alternativa credibile, liberale e riformista che sappia parlare al popolo del centrodestra ormai sgomento di fronte accanto accade”.
Il vero nodo per i futuristi sarebbe spiegare agli elettori l’ennesimo cambio, dopo la svolta di Bastia Umbra: non solo da adesso in poi si dovranno abituare a “morire democristiani” accettando Casini come leader del Polo per l’Italia, ma in prospettiva futura ci sarebbe pure da far digerire loro l’idea di andare a braccetto coi democrat e i vendoliani.
Idv. Di Pietro che al voto ci vuole andare e non da ora per capitalizzare subito la lunga battaglia giustizialista contro il Cav. strumentalizzando l’ennesimo dossier della procura di Milano, bolla la ‘Santa Alleanza’ dalemiana come un ‘accoppiamento contro natura’. In effetti per lui una simile prospettiva, significherebbe annacquare lo sforzo (e i voti) nel mare magnum del ‘volemose bene’.
La Lega. D’Alema suona il violino anche per Bossi definendo il Carroccio “un partito vero” con un “futuro che va oltre Berlusconi. Ciò le consente di pensare con la propria testa”. Già la Lega, che nei piani dei ribaltonisti è il grimaldello per staccare la spina al governo e l’avvertimento sul no ai decreti attuativi del federalismo (in Aula a Montecitorio in questa settimana) ripetuti da Bersani (il Pd si era astenuto sulla riforma) e sopratutto dal terzo polo (Fini aveva votato a favore) sono lo strumento per fare pressing. Della serie: o convinci il Cav. a farsi da parte o noi non ti votiamo la riforma.
Ma perché Il Carroccio adesso dovrebbe abboccare? Il rischio concreto infatti è che con l’ipotesi D’Alema la madre di tutte le riforme, quella sulla quale la Lega ha costruito e accresciuto il consenso elettorale, venga stravolta e riscritta. Eppoi chi glielo spiega al popolo padano che al prossimo giro di giostra (elettorale) Bossi sta con gli avversari dei quali ha sempre stigmatizzato e perfino denigrato l’atteggiamento da prima Repubblica?
Per quanto il malessere leghista sia nelle cose – per i ritardi sulla tabella di marcia federalista che per gli effetti politici del Rubygate – in questa fase non c’è che Berlusconi e il centrodestra per portare a casa il risultato. Poi si vedrà. E Reguzzoni, capogruppo alla Camera, non ci gira intorno quando dice che se il Pd vuole contribuire alle riforme “può farlo facendo proposte nelle commissioni, dimostra nei fatti di essere federalista. Ogni altra considerazione è fuori dalle logiche della democrazia e appartiene al vecchio modo di fare politica che noi abbiamo sempre contestato”.
C’è infine un ultimo dato, non secondario. Il centrodestra ha ancora la fiducia, in Parlamento come dimostrato per quattro volte consecutive in due mesi e nel Paese, come dicono i sondaggi, nonostante il ciclone Ruby. Se questo è, allora si comprende come al di là dei proclami sulla salvezza dell’Italia, l’operazione è ‘premeditata’ e si sviluppa su due livelli paralleli ma convergenti nell’obiettivo finale: un fronte compatto per buttare giù Berlusconi. Sul piano politico, c’è la proposta di D’Alema; sul piano giudiziario c’è l’azione di certi pm che ci provano da diciassette anni. Questa volta, l’assedio al Cav. è totale. Al di là e ben oltre il Rubygate.
