Egitto, è una vecchia storia quella dei militari che prendono il potere

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Egitto, è una vecchia storia quella dei militari che prendono il potere

31 Gennaio 2011

Ieri il vicepresidente egiziano Omar Suleiman ha parlato di riforme, ha detto di voler accettare la proposta di modifica della legge costituzionale avanzata dall’opposizione e dalle migliaia di persone che in questi giorni hanno manifestato al Cairo e nelle principali città dell’Egitto. Ha anche parlato di lotta alla povertà e dello sviluppo economico di un Paese baricentro del mondo arabo, ma che negli ultimi anni di progressi economici e sociali ne ha fatti molto pochi.

L’ex capo dell’intelligence egiziana, l’uomo delle rendition e della lotta senza quartiere ad Al Qaeda, è il vero perno di questa difficilissima transizione egiziana, ed incarna nella sua storia personale il ruolo svolto dall’esercito nel Paese, che ha sempre recitato una parta decisiva nella storia moderna all’ombra delle Piramidi. Soleiman e i vertici delle forze armate in questi giorni devono aver intuito che tra gli ufficiali e la truppa si contano in gran numero quelli che simpatizzano per i contestatori democratici o per i Fratelli Musulmani. Nonostante i morti, l’esercito non sempre ha ubbidito all’ordine di sparare sulla folla.

E’ a questo punto che lo 007 si è fatto avanti, insieme agli gli altri militari destinati a entrare nel governo al posto degli uomini d’affari: il premier Shafiq – proveniente dall’elite dell’aviazione –, il generale Sami Annan, incaricato di tranquillizzare Washington volando di persona alla Casa Bianca. Il piano per la sua successione di Mubarak, insomma, è saltato: non sarà il delfino Gamal a guidare l’Egitto. C’è l’esercito sulla strada delle elezioni. Sempre che verso quelle elezioni i generali decidano di andare – di Colonnelli nel mondo arabo ne abbiamo conosciuti tanti, e con il passare degli anni sono diventati sempre peggio.

Soleiman invece è benvoluto da americani e israeliani – gli si riconoscono disciplina, coraggio e senso del comando. Un’investitura preventiva quanto ultimativa che fa a pugni con la richiesta di nuove elezioni democratiche che ufficialmente arriva da Washington. Dai cablo di WikiLeaks emerge che l’America ha pesantemente armato il regime di Mubarak per ricompensarlo di Camp David e della pace con Israele, e per ottenere in cambio un accesso prioritario al canale di Suez. Il fatto è che l’Egitto ha una lunga storia di giovani ufficiali che si ribellano per prendere il potere e l’Occidente, a sua volta, l’abitudine a tutelarli. Adesso non vorremmo che, rovesciato il regime, e per contenere la minaccia dell’islamismo, invece di nuove elezioni si accettasse di consegnare il Paese a uomini calati dall’alto senza una investitura popolare.

Se Soleiman dovesse limitarsi a svolgere il ruolo dell’aggiustatore, come dice il Corsera, se l’esercito non si occuperà solo di gestire le strade e i palazzi della politica (è già tanto), ma anche le proprie intemperanze e disfunzioni antidemocratiche, allora, forse, questa rivoluzione d’Egitto non finirà nel caos e non vedremo scorrere altro sangue.