Egitto, i neocon vogliono che Obama completi la rivoluzione di Bush
04 Febbraio 2011
Per chi s’ispira ai valori dell’internazionalismo liberale la rivolta in Egitto sembra una buona notizia. Cadono i regimi balordi e i popoli arabi si prendono la piazza dalla Giordania allo Yemen. Dieci anni fa, gli strateghi alla Casa Bianca speravano ardentemente che qualcosa del genere sconvolgesse l’Arabia Saudita ed erano pronti a sostenere George W. Bush in un’azione militare contro Casa Saud, per spezzare in due il ‘regno del male’ wahhabita. Si scelse l’Iraq è giù critiche a valanga: i "neocon" furono additati come il nemico pubblico numero uno, la lobby ebraica, una massoneria accusata di doppia fedeltà ad Israele prima che all’America. Rovesciare Saddam Hussein, uno dei dittatori nel libro paga degli Usa, fu considerata una guerra inutile, sbagliata, persa. Bush, un idiota oltre che un imbroglione. Invece quel che sta accadendo al Cairo dimostra che l’impresa irachena è stata giusta e vittoriosa. La “freedom agenda” è germogliata tra i giovani che vogliono rovesciare Mubarak.
Secondo Elliott Abrams, vice consigliere alla sicurezza nazionale di Bush, “Il Rais dice di non volersi candidare alle prossime elezioni. Troppo tardi”. Un’intransigenza che non piace all’alleato israeliano preoccupato dall’avanzata degli islamisti al Cairo, anche se, nel suo discorso di ieri alla Knesset, il premier Netanyahu ha affermato: “dobbiamo accettare che un cambiamento stia avendo luogo, e mentre si dispiega, dovremmo riuscire a mantenere uno sguardo vigile sugli eventi”. L’ex portavoce americano durante l’occupazione dell’Iraq – Dan Senor – ha ipotizzato un intervento militare in Egitto; più vigili di così si muore. Fino al paradosso dell’ex ambasciatore di Bush alle Nazioni Unite, John Bolton, che ha criticato El Baradei rivangando i suoi trascorsi di negoziatore dell’AIEA con l’Iran e la sua ostilità verso la guerra in Iraq. Bolton, che appartiene all’ala realista dei neocon, distingue ancora fra regimi autoritari e totalitarismo. E’ disposto a dare più tempo a Suleiman e i generali. Quella liberale non è una rivoluzione che si fa da un giorno all’altro.
Ma per l’ala idealista del movimento, il presidente Bush si è fermato troppo presto, vacillando sotto due guerre e la grande crisi. Rivoluzionare il mondo islamico con l’arma della democrazia era un processo che doveva durare più a lungo, ed è andato avanti lo stesso, da solo, nonostante il cambio di rotta imposto da Obama alla politica estera degli Usa verso il mondo arabo. Oggi il presidente democratico vede naufragare la promessa fatta al Cairo di non intervenire nelle faccende altrui, mentre la Casa Bianca vive una condizione di incertezza, sulla mano tesa all’Iran, la chiusura di Guantanamo e il ritiro dai Paesi occupati. Da mesi il “Working Group on Egypt” di Robert Kagan e Michele Dunne aveva avvertito l’amministrazione sui rischi della crisi egiziana, ma la reazione è giunta in ritardo.
Sono ore decisive per Obama. “Seize the moment”, suggerisce William Kristol dalle colonne del Weekly Standard. Non è ancora troppo tardi per scacciare Mubarak. Due giorni fa finalmente la Casa Bianca ha intimato una “transizione immediata” al rais. Obama dovrebbe ritrovare nel suo dna quell’idealismo che personaggi come il senatore democratico Jackson negli anni Cinquanta usarono per fronteggiare l’Unione Sovietica. I neoconservatori fanno bene a dargli una mano. Peccato solo che i Repubblicani abbiano trascorso gli ultimi due anni a dipingerlo come un odioso socialista, profeta del pacifismo e dell’anticolonialismo. Ora sarà più difficile farlo passare come un liberatore in punta di baionetta.
