Bisognava fermare Gheddafi perché il rais era pronto al peggio

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Bisognava fermare Gheddafi perché il rais era pronto al peggio

23 Marzo 2011

Questa discussione, sulla questione libica, pare proprio pelosa. Rispetto alla situazione attuale, proviamo a rovesciare il calzino: vediamo cosa sarebbe potuto succedere se fossimo stati tutti a guardare. Gheddafi, arbitro non di un Parlamento, ma di un’assemblea di potentati tribali (che coprono l’80% circa della popolazione), aveva perso il controllo di questo sistema, che lui stesso aveva messo in piedi ed esaltato nei decenni di suo potere. E’ riuscito, con un salto doppio carpiato e forse con risorse di non poco conto, a riportare all’ovile qualcuna delle tribù passate nel campo avverso; ha assoldato mercenari ed ha cominciato la riscossa. Prima avrebbe ripreso il controllo di tutta la Libia , con una nuova ripartizione delle immense fortune di quella terra, non ancora distribuite tra i soli  sei milioni di abitanti. Poi avrebbe cominciato a divertirsi con l’Occidente, che era stato amico delle tribù sue rivali e ora riconquistate alla sua amicizia.

Saremmo stati tutti traditori, in quanto i cirenaici, suoi principali avversari, si consideravano amici dei francesi o degli italiani o in ogni modo del mondo occidentale, con americani e inglesi in testa; di quel mondo cioè che gli aveva detto con chiarezza che il suo tempo era ormai finito, con la rottura del suo sistema di potere. E avrebbe guardato con interesse alla Cina o alla Turchia, per citare solo due delle aree che avrebbero potuto sostituire i suoi ex amici. All’ interno del Paese avrebbe accentuato la repressione e il terrore , avendo dimostrato di essere l’unico dominus in grado di gestire quel miscuglio tribale, seduto su pozzi di petrolio e di gas.  Avrebbe altresì cercato  di potenziare la squadra dei figli e dei capi tribù , in grado di garantire il suo sistema di potere. Probabilmente avrebbe pure creato un porto franco per agevolare la penetrazione clandestina e/o islamista in Europa ( si vedano in proposito gli allarmi, un tempo considerati paranoici, di Oriana Fallaci).

E allora l’intervento dei “volenterosi”, coperti dalle Nazioni Unite, sempre con frasi diplomatiche, interpretabili ed equivoche, è stato un atto di guerra o umanitario o di prevenzione?  L’avere imposto una “no fly zone” in Libia non è atto di guerra; si è voluto solo impedire che aerei o elicotteri in mano ai contendenti interni non fossero usati come strumenti di eccidi di massa (come stava già succedendo). Il colpire strumenti militari (comprese eventuali armi chimiche), capaci di essere usati contro la popolazione civile, è parimenti azione preventiva in una situazione di guerra civile in corso.

Ma perché queste azioni trovano tra i “volontari” molto impegnati, Paesi europei e mediterranei (a cominciare da Francia e Italia)? Al di là di spiegazioni retoriche e semplicistiche, perché avere di fronte all’ Europa la costruzione di  un nuovo potere (quello vecchio è caduto con la rottura dell’equilibrio tribale su cui si reggeva Gheddafi), violento, arbitrario, oscuro nei suoi rapporti islamisti e imprevedibile su tutto,  fa paura: e deve far paura anche a chi teme la creazione di un porto franco di lancio dell’esodo arabo in Europa. Quindi non si tratta di una guerra (oltretutto i libici sono, tra gli arabi, quelli più amici del mondo occidentale) , né di azioni umanitarie, da Croce Rossa. Si tratta di un intervento armato preventivo, onde evitare possibili tragedie future, sociali, economiche e di relazioni internazionali.

Ci sono stati grandi errori nei tempi (si potevano colpire le armi del potere appena cominciarono ad essere usate, anche per dare un segnale a tutto il sistema di potentati libici in guerra tra loro); nei modi (con la Francia che voleva e vuole fare la prima della classe, forse per interessi politici e  personali del suo presidente); e nelle forme (ma che vuol dire i “volontari”? L’ONU dia mandato a chi vuole e copra formalmente l’intervento; e questo sempre: non solo in Libia; e il commissario europeo agli esteri, per cui brigò il nostro D’Alema, che fine ha fatto? E la Nato? Voglio, ma non posso?).

Restano tuttavia i fatti; oggi la “no fly zone” in Libia è quasi una realtà; una parte del “disarmo” di una ormai sicura guerra civile è stato avviato , senza troppi danni per le popolazioni: sarà  teoricamente completato quando la gente, che vuol picchiare, lo dovrà fare con le mani e non con i missili o le mitragliatrici; è anche passato  il messaggio che nel Mediterraneo ognuno è a casa propria, se non viola apertamente e provocatoriamente le regole del condominio.

Non dobbiamo però illuderci che le democrazie nord-africane saranno come le nostre; saranno migliori o peggiori, in funzione della loro storia e delle loro tradizioni di  civiltà  E smettiamola con i salottini delle prediche televisive , fatte da signorini libici o italiani, che misurano sempre tutto sulla base di opinioni elitarie, sommarie e troppo spesso interessate. E smettiamo pure di dar noia con i microfoni ai campi di aviazione militare e ai piloti impegnati in azioni di chirurgia delicatissime , con immagini paradossali e spesso ridicole (come le lucine di un caccia in decollo in una notte buia ).  Che i professionisti delle disgrazie, politici o mediatici che siano, si diano una calmata; si tratta di problemi seri; non di avanspettacolo !