Georgia e Pakistan in subbuglio, mentre la Turchia apre al nucleare

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Georgia e Pakistan in subbuglio, mentre la Turchia apre al nucleare

23 Novembre 2007

1. Il fermento rivoluzionario in
Georgia e le crescenti tensioni con Mosca

La Georgia è stata attraversata recentemente da ondate di
proteste antigovernative, che lo scorso 2 novembre hanno visto la
partecipazione di circa centomila persone, un numero peraltro non inferiore a
quello che si registrò con le dimostrazioni che nel 2003 culminarono con la
Rivoluzione delle Rose e il conseguente avvento al potere del filo-occidentale Mikhail
Saakashvili. La reazione delle autorità non si è fatta attendere: dopo sei
giorni di proteste nella capitale Tbilisi,  il giovane presidente ha deciso di decretare lo
stato di emergenza e ha indetto elezioni anticipate per il prossimo 5 gennaio.

Le origini dell’attuale crisi politica sono da ricondurre al
duro attacco sferrato a Saakashvili dall’ex ministro della difesa Okruashvili,
il quale aveva accusato il primo di riciclaggio di denaro, abuso di potere,
nonché di violenza nei confronti degli avversari politici. Curiosamente, tali
sviluppi riportano alla memoria quelli ucraini del settembre 2005, allorché un
collaboratore di Yushchenko, Oleksandr Zinchenko, aveva denunciato la
corruzione presente nell’entourage presidenziale. In entrambi i casi, le accuse
non erano sostenute da alcuna prova. Ciò non sorprende, posto che è una pratica
invalsa negli Stati sorti sulle ceneri dell’Unione Sovietica quella di
screditare gli oppositori tramite accuse di corruzione.

Ad ogni modo, non è da escludere che gli eventi che stanno
investendo la repubblica caucasica possano preludere ad un cambio nella
direzione politica del Paese, anche se ciò non si tradurrebbe in una svolta
nelle relazioni con Mosca. L’opposizione, che avrebbe aggregato le proprie
forze, appare infatti più anti-russa dell’attuale dirigenza, così come
Saakashvili era schierato su posizioni ancor più ostili al Cremlino di quanto
non fosse il suo predecessore Eduard Shevardnadze.

Anche se il possibile insediamento di un nuovo governo non
porterà ad un miglioramento dei rapporti con la Russia, è indubbio che
l’attuale fase di instabilità in Georgia stia aprendo significativi spazi di
manovra per Mosca. La Russia di Vladimir Putin può infatti servirsi delle
spinte secessioniste che agitano l’Abkhazia e l’Ossezia meridionale per
destabilizzare ulteriormente il Paese e incrementare la propria influenza
geopolitica nella regione. Dalla fine di settembre, peraltro, le tensioni fra
le due enclave e il governo centrale di Tbilisi non hanno fatto che aumentare,
naturalmente con riflessi negativi sulle già pessime relazioni con Mosca.
A complicare la situazione potrebbe adesso aggiungersi un
altro fattore, ossia la probabile presenza di ceceni tra le fila dei duecento
nuovi “peacekeepers” che il Cremlino avrebbe di recente spostato in Abkhazia
unitamente a vasti quantitativi di materiale militare, almeno stando a quanto
ha affermato il ministro georgiano David Bakradze. Anche se non si hanno
certezze in merito, è comunque plausibile che la Federazione Russa abbia deciso
di schierare in altre aree, compresa la Georgia, elementi della propria milizia
cecena (che, secondo le autorità moscovite, dovrebbe essere composta da
quindicimila uomini), proprio quella che sarebbe stata utilizzata per assumere
il controllo della stessa Cecenia.

2. La complessa
situazione in Pakistan e il ruolo dell’esercito

Come era largamente prevedibile, proteste e dimostrazioni
hanno fatto seguito in Pakistan all’imposizione da parte del Presidente Pervez
Musharraf dello stato di emergenza, che potrebbe permanere almeno fino
all’appuntamento elettorale previsto per il prossimo 9 gennaio. Anche se egli
ha dichiarato che rinuncerà alla carica di capo delle forze armate per
ricoprire solo quella di Capo dello Stato, il mantenimento in vigore delle
restrizioni conseguenti allo stato di emergenza getta un’ombra sulla
legittimità e la trasparenza del voto.  

Malgrado alcune aperture di Musharraf – l’annuncio che le
elezioni si terranno in gennaio è soprattutto una risposta alle pressioni
statunitensi – la situazione interna del Pakistan rimane problematica e densa
di incognite.

I futuri sviluppi politici a Islamabad rivestono
un’importanza strategica fondamentale per una serie di ragioni. Innanzitutto, il
Pakistan è al centro della campagna globale condotta contro il terrorismo
jihadista, se non altro poiché si ritiene che la dirigenza di al-Qaeda si sia insediata nelle
turbolente aree tribali che confinano con l’Afghanistan. Il fenomeno
dell’estremismo islamico sta comunque assumendo dimensioni preoccupanti anche all’interno
del Paese e si è manifestato con un’impennata di attacchi suicidi. Ad
alimentarlo ha contribuito senza dubbio il lungo assedio alla Moschea Rossa (Lal Masjid) nel centro della capitale,
conclusosi con esiti drammatici dopo l’intervento delle truppe. Non meno
significativo è l’impatto dell’instabilità nelle regioni tribali e in quelle
del nordovest a maggioranza pashtun sul deteriorarsi delle condizioni di
sicurezza in Afghanistan, dato che i leader talebani da queste aree provvedono
all’infiltrazione di combattenti destinati a combattere le forze della Nato e
quelle del nuovo esercito afghano. Infine, non va dimenticato che il Pakistan è
il solo Paese musulmano a possedere un arsenale nucleare.

La complessa manovra messa in atto da Musharraf al momento
sembra reggere. Da quando è stato decretato lo stato di emergenza, dalle forze
di opposizione non si è levata alcuna consistente minaccia al suo potere. L’esercito
sta dimostrando di essere in grado di gestire la situazione. Ciò nonostante, la
posizione del leader pachistano resta più che mai precaria.

Egli è ormai molto impopolare nel suo Paese, anche per il
sostegno che fino ad oggi ha assicurato agli Stati Uniti nella guerra al
terrorismo, ed è un caso che sia riuscito a sopravvivere malgrado i vari
tentativi posti in essere di attentare alla sua vita. I fragili equilibri
interni potrebbero, inoltre, mutare decisamente a suo sfavore qualora i capi
dei due principali partiti di opposizione, l’ex premier Benazir Bhutto e
l’altro ex primo ministro Nawaz Sharif (che si trova tuttora in esilio in Arabia
Saudita), mettessero da parte il loro storico antagonismo e decidessero di far
fronte comune per scalzarlo dal potere. L’annuncio fatto lo scorso 15 novembre
sembra indicare che i prossimi sviluppi possano andare in questa direzione, ma
bisogna vedere se alle parole seguiranno i fatti.  

Ma anche nell’eventualità che si materializzasse uno
scenario del genere, in termini geopolitici le conseguenze sarebbero tutto
sommato trascurabili. Un esito più o meno analogo si produrrebbe qualora i
comandanti militari decidessero, con l’intensificarsi dei disordini, di costringere
Musharraf ad uscire di scena e a cedere il potere ad un altro generale, dato
che in tal caso l’integrità del Pakistan non sarebbe in discussione. Il futuro
di quest’ultimo sarebbe messo invece seriamente a repentaglio se si
manifestassero divisioni in seno alle forze armate, in quanto queste sono la
sola istituzione a poter garantire la sopravvivenza dello Stato e l’unità di un
Paese costantemente esposto al rischio di disgregazione in ragione dei
contrasti, soprattutto etnici, che ha al suo interno (basti pensare che lo stesso
nome che il moderno Pakistan si è dato non ha alcuna origine storica ed è
piuttosto un acronimo che deriva in parte dall’identità dei cinque gruppi
etnici che componevano la parte occidentale e musulmana dell’India affrancatasi
dal dominio britannico).

Per il momento, si segnalano sporadici episodi in cui dei
soldati sono stati visti simpatizzare con i manifestanti dell’opposizione scesi
nelle strade oltre che un solo caso di insubordinazione. Ma vi sono voci che il
disagio nei confronti di Musharraf stia crescendo fra le fila degli ufficiali
subalterni. Ciò non comporta ovviamente pericoli immediati di decomposizione
dell’esercito, anche se non è scongiurato il rischio che la situazione possa volgere
al peggio.

3. I piani nucleari
della Turchia

Il parlamento turco ha autorizzato lo scorso 9 novembre il
Ministero dell’Energia a sviluppare una capacità nucleare per usi civili – con
l’obiettivo iniziale di costruire tre impianti entro il 2012.

La decisione di Ankara è senza dubbio motivata dalla
necessità di affrontare la questione del fabbisogno energetico del Paese alla
luce di alcuni cambiamenti significativi che costringono a guardare all’energia
nucleare con maggiore attenzione rispetto al passato. Innanzitutto, fino agli
anni ottanta, la Turchia ha potuto soddisfare i propri bisogni attingendo alle
risorse in suo possesso, ma già nel decennio successivo all’aumento della
domanda è corrisposto un calo della produzione interna di petrolio. La
disponibilità di fonti di approvvigionamento alternative con il gas proveniente
dalla Russia e dall’Iran, d’altra parte, reca con sé problemi di ordine
politico e strategico. Non solo, ma i prezzi del petrolio hanno raggiunto,
com’è noto, i cento dollari al barile.

Ciò detto, esistono altre ragioni per cui la Turchia guarda
con rinnovato interesse al nucleare. Le attività svolte dagli americani in
Iraq, che di recente hanno mostrato di essere non sempre in linea con gli
interessi di Ankara, e il rifiuto quasi ufficiale opposto dall’Unione Europea
al suo ingresso nell’organizzazione, hanno spinto i turchi a riconsiderare il
proprio ruolo nell’Alleanza Atlantica. Inoltre, sui calcoli della Turchia
pesano anche i rischi che comporterebbe un possibile conflitto con la
Repubblica Islamica qualora quest’ultima riuscisse ad acquisire armi nucleari.

Con questo non si vuole certo dire che la Turchia è in
procinto di avviare un programma nucleare militare. Si intende piuttosto
mettere l’accento sul fatto che, pianificando una politica energetica diretta
ad allargare il ventaglio delle opzioni disponibili, Ankara si riserva
indirettamente anche il diritto di allargare quello delle proprie opzioni
militari.