A 7 anni dall’inizio della Seconda Intifada né vincitori né vinti

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A 7 anni dall’inizio della Seconda Intifada né vincitori né vinti

A 7 anni dall’inizio della Seconda Intifada né vincitori né vinti

29 Settembre 2007

Sono passati sette anni da quel 28 settembre 2000, quando
l’allora capo del Likud e futuro premier Ariel Sharon entrò, alle 7.45 del
mattino, protetto da oltre 1000 uomini armati, nella Spianata delle moschee a
Gerusalemme, scatenando la violentissima reazione araba che sfociò, il giorno
seguente, nella cosiddetta “Seconda Intifada”, 13 anni dopo la prima.

Il 29 settembre, al termine delle preghiere del venerdì,
divamparono le proteste, che si estesero, nelle settimane successive, alla
Cisgiordania, a Gaza, alla Galilea.

La Spianata delle moschee, situata nelle vicinanze della
città vecchia di Gerusalemme, è rivendicata sia dagli ebrei, che la considerano
il monte del Tempio di Salomone, sia dagli arabi, che lo considerano il luogo
dal quale Maometto ascese al Paradiso.

La visita di Sharon, che intendeva riaffermare la piena
sovranità israeliana, anche in vista delle elezioni che poi avrebbe vinto, fu
duramente contestata dal leader palestinese Yasser Arafat, che la definì
“inaccettabile” e provò ad impedirla, recandosi in visita dall’allora premier
laburista Ehud Barak, nella sua residenza a nord di Tel Aviv,  ma ottenne in risposta un laconico: ”Non so
che farci, questa è la democrazia”.

Dei protagonisti di allora proprio Barak è rimasto l’unico
sulla scena politica, dopo la morte di Arafat e l’entrata in coma irreversibile
di Sharon.

La passeggiata dell’ex premier fu il casus belli che fece precipitare
una situazione già precaria, dopo che la morte di Yitzhak Rabin, assassinato da
un ebreo oltranzista, aveva, di fatto, vanificato la gran parte dei trattati di
pace di Oslo del 1993, cui Rabin aveva interamente dedicato gli ultimi anni
della propria esistenza e che gli erano valsi, assieme all’ex grande nemico
Arafat, il premio Nobel per la pace. La svolta a destra dei successivi governi israeliani,
il fallimento degli accordi di Sharm al-Shaykh del 1999 peggiorarono
ulteriormente il quadro.

La Seconda Intifada,ancora in atto, si differenzia dalla
prima per il massiccio coinvolgimento nella sommossa anche della popolazione
araba residente in Israele e per il sistematico ricorso ad attentati suicidi da
parte dei kamikaze palestinesi, che in questi anni hanno insanguinato molte
città dello stato ebraico, colpendo autobus, ristoranti, locali notturni. Gli
israeliani, da parte loro, hanno reagito ricorrendo a rappresaglie militari e,
spesso, alla demolizione di edifici e rifugi dei terroristi. Una mattanza che
ha provocato, in questi sette anni, quasi 5000 morti palestinesi ed oltre 110
israeliani.

Le responsabilità di tutto è da attribuire esclusivamente a
Sharon? Non pochi israeliani respingono questa tesi. Nel libro “La settima
guerra” due giornalisti della prestigiosa testata ebraica Haaretz, Amos Harel e
Avi Issacaroff, ricostruiscono le fasi iniziali della rivolta e sostengono che,
da parte palestinese, vi furono almeno due prove generali: nel 1996, dopo che
il premier del Likud Benyamin Netanyahu aprì un tunnel archeologico alla base
del Muro del Pianto, poi nel maggio 2000, con le accese manifestazioni della
Naqba, il giorno di lutto palestinesi per la nascita dello Stato d’Israele e
l’esodo dei profughi. Gli autori sono convinti che dopo il fallimento del
vertice di Camp David, con il rifiuto dell’Anp delle proposte di pace di Barak,
Arafat cercasse solo un pretesto per innescare lo scontro e nulla fu meglio del
plateale gesto di Sharon. Il leader palestinese pagò un prezzo altissimo alla
Seconda Intifada, venendo confinato nel suo quartier generale di Ramallah, dal
quale uscì solamente per andare a Parigi, dove è morto il 4 novembre 2004.

Dal 2000, nonostante l’avvicendarsi di governi, partiti,
maggioranze e leader politici, poco o nulla è cambiato, la road map è ben
lontana dall’essere applicata, gli scontri sono meno frequenti ma non sono mai
cessati. L’erede di Arafat, Abu Mazen, unico interlocutore della diplomazia
internazionale nei tavoli della pace, ha però dichiarato che Israele e Autorità
Nazionale Palestinese potrebbero firmare un accordo di pace entro maggio del
2008, sei mesi dopo la conferenza di pace internazionale sul Medio Oriente di
metà novembre a Washington, che dovrebbe definire le questioni di principio
sullo status finale dei territori palestinesi . L’ultimo episodio%0D
significativo, in questa contesa senza né vinti, né vincitori, è stato però lo
smantellamento delle colonie ebraiche della striscia di Gaza, fortemente voluto
da Sharon nell’estate di due anni fa, in un drammatico scontro tra coloni e
soldati.

Il settimo anniversario della passeggiata sulla Spianata
delle Moschee, che coincide con il terzo venerdì di preghiera del Ramadan, è
trascorso intanto in un clima teso, blindato da 4000 agenti e scosso dall’eco
dei combattimenti di Gaza. Hamas ha già promesso vendetta, annunciando di avere
400 uomini bomba pronti a lanciarsi contro i carri armati israeliani.