A Bali nasce Kyoto 2, ma è un insuccesso annunciato
18 Dicembre 2007
di Dario Giardi
Si
è chiusa con un fallimento la XIII Conferenza delle Parti della Convenzione
delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, tenutasi a Bali, che ha visto riuniti
governi, esperti, scienziati, organizzazioni umanitarie e businessmen per discutere se dare o no seguito al Protocollo di
Kyoto, in scadenza nel 2012.
Visto il fallimento dell’ormai vetusto Protocollo, il fragile e debole
compromesso raggiunto a Bali sembra legare inesorabilmente mani e piedi al
nascituro fratellino: il Kyoto Due.
Ma
veniamo ai fatti.
La
comunità internazionale ha lanciato a Bali tra incomprensibili applausi, i
negoziati sul futuro sistema di lotta contro il riscaldamento climatico. Dopo stancanti
maratone notturne e uno sviluppo melodrammatico del negoziato, la conferenza
sul clima ha formalmente partorito una semplice e scontata road map. Tale road map
prevede che il processo dei negoziati sul seguito da dare al protocollo di
Kyoto dovrà iniziare prima possibile e non più tardi dell’aprile 2008, dal
momento che la prima fase del protocollo di Kyoto si esaurirà nel 2012, per concludersi
in occasione del prossimo vertice di Copenhagen fissato nel 2009.
Considerando le grandi aspettative che avevano accompagnato il vertice di Bali,
non mi sembra che si possa parlare di un successo. Non c’è stato infatti un
accordo sui nuovi vincoli per contrastare il riscaldamento globale, bensì un
rinvio a un altro vertice. Prima di cinque anni, in sostanza, non succederà
niente di importante. Da Bali, però, possono trarsi due utili lezioni. La prima
è che il Protocollo di Kyoto è fallito. Del resto non è una novità. Basterebbe
osservare che il suo unico effetto, anche se fosse stato applicato fino in
fondo, sarebbe stato la riduzione, a costi elevatissimi, dell’1 per cento delle
emissioni: cioè ritrovarci con la stessa situazione che si voleva evitare dopo
101 anni invece che dopo 100. La seconda lezione è che il costo dei rimedi che
si vogliono adottare, che sarebbero solo di natura preventiva, come tagli e
conversioni, potrebbe essere drammatico: un colpo fatale alle potenzialità
dell’espansione economica occidentale. E forse non è eccessivo pensare a
interessi occulti dietro certe mode. Meglio spendere queste risorse per
mitigare gli effetti del riscaldamento globale, che certamente esiste e che
deve essere studiato seriamente, non partendo da pregiudizi sulla cui base
scientifica è lecito dubitare. Purtroppo certi ambienti scientifici e politici
hanno forti interessi economici nei settori delle fonti energetiche
rinnovabili, dove i profitti possono essere enormi. Ironia della sorte, le
reazioni di questi stessi ambienti hanno enfatizzato, dimostrando di avere
tutto l’interesse a non parlare di fallimento, il risultato di Bali con parole
entusiastiche arrivando ad affermare che a Bali si sono sconfitti quelli che avrebbero
voluto boicottare Kyoto o che, peggio, l’accordo di Bali è riuscito a mettere a
tacere tutti coloro che annunciavano il fallimento del Summit. Difficile credere che un
accordo sul non accordo, dove si è deciso un semplice rinvio, possa essere
considerato un successo. Ma come si dice…chi si accontenta gode.
A
mio avviso, inoltre, al vertice di Bali non si è evidenziato adeguatamente il
fatto che una quota rilevante della comunità scientifica è in disaccordo sulla
campagna catastrofista che giura sull’origine antropica del riscaldamento
globale. Potrei riportare nomi e cognomi di 200-300 scienziati, mentre quelli
dei duemila o tremila che sosterrebbero l’Intergovernmental Panel on Climate
Change (Comitato intergovernativo sul mutamento climatico, IPCC) sono molto
difficili da trovare.
