A Ballarò Fini fa la voce grossa, il Cav. lo sfida in Parlamento
07 Dicembre 2010
Come in una sfida a scacchi. Tattica e strategia. Nel finale di partita Berlusconi e Fini si annusano, cercando di capire la mossa dell’altro per sferrare la contromossa. Ciascuno tiene il punto e i toni sono quelli che anticipano la battaglia finale. Come ha dimostrato il presidente della Camera che a Ballarò ha più o meno ripetuto l’anatema di Perugia. Come ha ribadito il premier che di Fini e Casini non si fida e vuole andare alla conta finale. Tra sei giorni, in Parlamento.
Scenario che ha caratterizzato un’altra giornata ad alta tensione. Le diplomazie sono al lavoro e qualche segnale nel delicato dialogo a distanza o per conto terzi c’è, ma tutto si gioca su un filo sottilissimo che può spezzarsi da un momento all’altro. Berlusconi e Fini. Il primo a Palazzo Grazioli vede i suoi e conferma la linea: tutto in un giorno, la sfida decisiva si gioca in Parlamento, dove chi vuole sfiduciare il governo dovrà farlo alla luce del sole, assumendosi la responsabilità davanti agli elettori. Il Cav., trapela dall’inner circle berlusconiano, è determinato ad andare alla conta per costringere i capi di Fli e Udc a scoprire le loro carte, convinto di incassare la fiducia al Senato e alla Camera.
In queste ore nelle file della maggioranza si lavora su più fronti: sui numeri che a Montecitorio potrebbero far pendere l’ago della bilancia dalla parte del premier (ci sono alcuni parlamentari ancora indecisi nonostante gli ‘ordini di scuderia’) e sul terreno di una mediazione al fotofinish che impegnerebbe i senatori finiani. Si parla di un documento con una posizione soft del gruppo di Fli a Palazzo Madama, che in qualche modo potrebbe riaprire la trattativa fornendo garanzie sull’ipotesi di un Berlusconi bis o di un rimpasto di governo con dentro Udc e Fli. Negli ambienti futuristi si fa sapere che l’offerta sarebbe già sul tavolo del Cav. che tuttavia non ha intenzione di dimettersi, come del resto ha confermato anche ieri. E continua a non fidarsi degli ex alleati.
L’orientamento, a una settimana dal d-day, resta quello di incassare la fiducia a Montecitorio anche con una maggioranza risicata e solo dopo provare a riaprire le trattative con Fini e Casini, allargando la base parlamentare della maggioranza anche ai malpancisti moderati del Pd che rifiutano l’asse Bersani-Vendola. Ipotesi che il presidente della Camera ha troncato con una buona dose di sarcasmo quando a Floris dice che no, Berlusconi “non ha più la maggioranza nè numerica nè politica e quindi non otterrà la fiducia”. Tantomeno potrà reggere un governo che con numeri risicati “galleggi” e per questo ripete il refrain del passo indietro prima di martedì. Una posizione che, fanno osservare alcuni pidiellini, può rivelare il timore dei finiani sull’eventualità che alla fine anche con la maggioranza alla Camera, il Cav. decida comunque di andare a elezioni anticipate, da un lato per spezzare l’asse futuristi-centristi, dall’altro per calibrare la campagna elettorale sui “traditori”.
Niente trattativa se Berlusconi non fa passi indietro, è la linea di Casini che torna a sponsorizzare un governo alternativo a guida Gianni Letta o Mario Draghi. Ma a questo punto, c’è un aspetto che resta incomprensibile nell’atteggiamento dell’ex e dell’attuale presidente della Camera. Entrambi infatti sanno perfettamente che il premier non si dimetterà e allora perché spingere la situazione verso un punto di non ritorno ben sapendo che se sarà sfiducia a Montecitorio, la strada è il voto (che Fli e Udc non vogliono)?
Se per i centristi eletti nelle file dell’opposizione, trattare ora col Cav. potrebbe apparire più complesso, non si capisce perché i finiani non possano accogliere prima del redde rationem i segnali di disponibilità al confronto arrivati dalla maggioranza, anziché continuare a urlare ‘o dimissioni o morte’, oppure come ha fatto Granata, invocare sante alleanze con Di Pietro e Bersani se si tornerà alle urne. Non solo: perché non prendere in considerazione la tesi di Gaetano Quagliariello (rilanciata da Bondi e Mantovano): “Se si hanno davvero a cuore le sorti della nazione, l’unica via è che il governo guidato da Berlusconi passi la prova del 14 dicembre”. Solo dopo, secondo il vicepresidente dei senatori Pdl è possibile aprire una nuova fase, ridiscutendo alcuni punti del programma, allargando la base parlamentare della maggioranza, allargare la compagine dell’esecutivo.
No, a Fini evidentemente responsabilità fa rima con ribaltone se anche ieri a Ballarò ha ripetuto che Berlusconi non avrà la fiducia alla Camera e tuttavia non ci saranno elezioni anticipate, che serve una fase nuova con un’agenda nuova, senza peraltro sbilanciarsi su chi dovrebbe guidare questo ‘tempo nuovo’. Solo il giorno prima Bocchino a Porta a Porta aveva aperto al Berlusconi-bis.
Il faccia a faccia con Floris si conclude con Fini che biasima il Cav. e annuncia che dopo il 14 dicembre resterà ai piani alti di Montecitorio, mentre se ci saranno elezioni anticipate si presenterà all’appuntamento con Casini e Rutelli. Ciò che esclude, invece, è un’alleanza col Pd. Peccato che il suo luogotenente Fabio Granata nello stesso giorno ha detto l’esatto contrario.
