A Berlusconi anche la grana della contrattazione
17 Marzo 2008
Ci voleva proprio un forte “ottimismo della volontà”
per immaginare che tra Confindustria e confederazioni sindacali potesse aprirsi
un dialogo costruttivo per quanto riguarda la riforma della struttura
contrattuale e del modello di relazioni industriali.
Tutto lasciava supporre,
invece, che, pure questa volta, le speranze sarebbero andate deluse. Le partite
impegnative non si vincono in “zona Cesarini”, poco prima che l’arbitro
fischi la chiusura.
Era sufficiente guardarsi attorno: il governo, che già non era stato in grado di
affrontare il problema quando era nella pienezza delle sue funzioni, si era
liquefatto insieme alla sua maggioranza; il vertice di viale dell’Astronomia,
che non era mai riuscito a “cavare un ragno dal buco” durante gli ultimi
quattro anni, era giunto a fine mandato; Cgil, Cisl e Uil non avevano mai
superato del tutto le loro differenti impostazioni.
Come se non bastassero
questi handicap di partenza, strada facendo era sfumato persino quel “tesoretto” promesso allo scopo di
alleggerire la pressione fiscale sulle retribuzioni. Ritenere, dunque, le parti
sociali capaci di un guizzo innovativo
quando tutto il resto (compresi i provvedimenti indispensabili per scongiurare
i pericoli di recessione) veniva ricompresso nei riti della campagna
elettorale, è soltanto la prova di un candore sospetto proprio perché eccessivo
(si veda l’incipit – “c’eravamo sbagliati” –
dell’articolo di Carlo Dell’Aringa, sul Sole24Ore di giovedì 13 marzo).
Ovviamente la sceneggiata esibita al tavolo del negoziato (abbandonato dalla
Uil per protesta contro la Cgil che ancora non aveva sciolto il nodo
dell’adesione al documento unitario sul quale il Direttivo della confederazione
di Guglielmo Epifani si pronuncerà solo dopo le elezioni) ha suscitato le ire
della Confindustria.
Il vice presidente incaricato, Alberto Bombassei, ha
pronunciato parole di fuoco, minacciando la fuoriuscita delle imprese dal
Protocollo del 1993 e la ricerca di intese salariali direttamente con i propri
dipendenti.
“Dal 2004 stiamo aspettando
– ha detto Bombassei – che Epifani chiarisca qualche cosa, lo dico con
rispetto, ma se dovessimo gestire così un’azienda saremmo falliti”.
E pensare che l’attuale gruppo dirigente
della Confindustria – Montezemolo in testa –
aveva sconfitto, quattro anni or sono, il candidato di Antonio D’Amato
sulla base di un programma riassumibile in poche parole: mai più contro la
Cgil. Ma come la falena notturna si avvicina alla lampada accesa senza porsi il
problema di non finire bruciata, così anche la più importante organizzazione
del mondo imprenditoriale continua a fare un tifo, discreto ma visibile, per il
Pd di Veltroni.
E pensare che, ad opera del governo Prodi, le imprese hanno ricevuto soltanto delle
botte in testa (eccezion fatta per i favori richiesti ed ottenuti, direttamente
o indirettamente, dai “soliti noti” a livello nazionale). A parte
l’aumento della pressione fiscale sulle imprese, vi sono stati, anche
recentemente, provvedimenti sbagliati, come il TU sulla sicurezza del lavoro,
che creeranno non poche difficoltà alle aziende.
La Confindustria ha denunciato
(lo ha fatto anche Emma Marcegaglia) troppo tardi i pericoli di una logica soltanto
sanzionatoria e repressiva. Nessuno sarà mai in grado di assicurare che 4,5
milioni di aziende siano presidiate e sanzionate in continuazione da ispettori.
In conclusione, il Cavaliere troverà un problema in più da risolvere: come
potrà contribuire il suo esecutivo alla promozione di una riforma delle regole
della contrattazione collettiva in modo da retribuire più adeguatamente il
lavoro e migliorare l’efficienza e la produttività.
Se possiamo permetterci un
consiglio, crediamo che il prossimo governo dovrebbe mettere sul tavolo il
surplus disponibile (prima che svanisca del tutto) condizionandone
l’erogazione, a fini di benefici fiscali, alla stipula – entro 40 giorni tra le parti sociali – di
un nuovo accordo sugli assetti contrattuali.
