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A più di 10 giorni dall'attentato

A Brindisi la pista della mafia ‘esterna’ è ormai la più credibile

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Lontanissimi da certezze investigative, il folle gesto compiuto a Brindisi presta il fianco ad ogni possibile interpretazione. L'oramai cantilenante gergo poliziesco ci porta a dire che "tutte le piste sono da battere": gesto isolato di un folle, terrorismo, atto d'intimidazione mafiosa. Quest'ultima ipotesi poi, ha subito un continuo periclitare tra l'assurdo e il concreto. Proviamo ad andare per ordine, perché forse l'essenziale è davvero invisibile agli occhi.

Il dato in evidenza è quello per cui, a oltre una settimana dalla strage e con un video particolarmente significativo che ritrae chiaramente l'esecutore, ancora si brancoli nel buio. Il che, assieme alla dimostrazione empirica che il letale ordigno non potesse essere trasportato lì da un singolo, implicitamente dimostra come dietro l'attentato vi sia necessariamente un'organizzazione composta da due o più persone, riuscita nell’intento di coprire la fuga e l'identità dell'esecutore, nonostante esso sia stato ripreso dalle telecamere. L'ipotesi del gesto isolato di un folle non regge: la follia non coinvolge mai più d'un singolo, e per comprenderlo non serve studiare sui manuali di criminologia, basterebbe leggere il Don Chisciotte. Scartata (imprudentemente) la pista mafiosa, il giorno successivo quel maledetto sabato è avanzata con forza l'idea tremebonda del terrorismo. Eppure, una qualsiasi organizzazione terroristica, proprio perché tale, ha tutto l'interesse a rivendicare i propri attentati, per riceverne in cambio attenzione mediatica e sfidare così, ‘a viso aperto’, l'ordinamento democratico. Ancora, il terrorismo (di ogni coloritura, lo si ribadisce) si nutre di simboli e di concetti: lo Stato, il capitalismo, la Chiesa, e così via. Ma una scuola, per di più intitolata a illustri vittime di mafia? Nel brindisino poi, feudo della Sacra Corona Unita? Senza poi considerare che la rivendicazione non è mai arrivata. Tutt'altro, solo dissociazioni.

Ed ecco che, a furia di scartare, ci si ritrova tra le mani l'ipotesi più inquietante e terribile, capace di aprire il baratro di nuovi scenari già conosciuti, seppur in forma diversa: un attentato di matrice mafiosa. La mafia - una qualsiasi mafia - è un'organizzazione capace di pianificare nel dettaglio stragi, fughe e nascondimenti. Non rivendica mai le proprie azioni, perché non intende mostrare il suo vero volto. Ha una forte predilezione a colpire obiettivi simbolico-istituzionali, che rappresentino e incarnino lo Stato in quanto organo deputato al contrasto e alla repressione.

Mafia, quindi, ma non mafia locale. Perché la Sacra Corona Unita - oltre a essere una mafia fortemente rimaneggiata e decimata, a seguito della fine l'epoca del contrabbando, si è liberata dalle sue manifestazioni più violente - non avrebbe avuto alcun interesse per un gesto così clamoroso, a Brindisi; un gesto empio che, per l'elevato tasso di crudeltà e nefandezza, rischia di privare i clan di quel consenso strisciante di cui ancora godono proprio in quelle terre. Non a caso, subito dopo la strage, la cronaca ci ha raccontato di come noti boss abbiano espresso intenzioni di vendetta, arrivando al paradosso di voler affiancare e scavalcare lo Stato per poter fare ‘giustizia’.

Ebbene, i punti disordinati e confusamente disposti che proviamo a unire ci consegnano un disegno abbastanza realistico e credibile, eventualmente riconducibile a matrici ‘esterne’, 'ndranghetiste per la precisione della strage. Un’ipotesi che potrebbe assurgere a dignità di tesi investigativa.

Oggi, l'orizzonte criminale evidenzia come la 'ndrangheta consideri i sacristi ottimi ‘soci’ in affari: la droga che arriva in quantità industriali a Gioia Tauro, viene poi rivenduta al dettaglio in ogni piazza d'Italia, e in misura maggiore in Puglia. Non dimentichiamo, inoltre, che la 'ndrangheta ha sempre mantenuto uno stretto rapporto con la Sacra Corona Unita, e fin dalla sua costituzione. E ancora: la mafia calabrese è oggi la più violenta e barbara. Negli ultimi anni si è assistito allo sterminio di mogli e giovanissimi (anche non affiliati); sono saltati in aria imprenditori e gli episodi di lupara non si contano. Un pentito ha recentemente affermato la volontà dell'organizzazione di inaugurare una nuova fase stragista, dopo l'ondata di arresti eccellenti. Ma sopratutto, l'elemento più inquietante: solo la 'ndrangheta ha utilizzato a fini intimidatori - come accaduto a Brindisi - bombole di gas al posto del tritolo. L'ultima volta, nel 2010, davanti la Procura Generale di Reggio Calabria.

L'analisi diverrebbe ancora più complicata se ci si domandasse quali interessi possa avere avuto la 'ndrangheta a compiere una strage in Puglia. Il ventaglio delle risposte si aprirebbe ulteriormente: il supporto a una cellula ‘impazzita’ e ‘autonomista’ della Sacra Corona Unita, la punizione per un carico di droga non pagato (i dissidi negli affari sono la prima causa di vendetta nel contesto intra-criminale), la volontà di spostare il baricentro del terrore per attuare una strategia della tensione a livello nazionale. Ipotesi, null'altro. Ma nessuno, finora, è riuscito a ribaltare quella incredibile convergenza di coincidenze: il nome della scuola, il bus proveniente da Mesagne, ragazzine ferite i cui legami familiari riporterebbero a esponenti della mala locale, il ventennale di Capaci. In sessant'anni di recente storia mafiosa, non una coincidenza che abbia ricondotto in un primo momento alla mafia si è poi rivelata tale.

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