A Bruxelles regna l’incertezza. Chi sarà il prossimo presidente europeo?
30 Ottobre 2009
Più di trent’anni fa Henry Kissinger, allora segretario di stato USA, si chiese, tra il serio e il faceto: “Ma se voglio parlare al telefono con l’Europa, che numero devo fare?”. In quella frase si intravedevano tutte le contraddizioni e tutta l’impotenza del vecchio continente, anche allora incapace di parlare con una voce sola. Oggi, nonostante la creazione di “Mister Pesc” (politica estera e di sicurezza comune), il vecchio Henry è ancora alla ricerca di quel numero, dato che le decisioni in fatto di politica estera europea risalgono ai singoli paesi membri, che di idee diverse ne hanno almeno ventisette.
Gli hanno dato una mano a cercare quel numero, il 2 ottobre 2009, gli elettori irlandesi, approvando con il 67% dei voti contro il 33% il trattato di Lisbona che già avevano bocciato in un precedente referendum. In pratica 3 milioni di Irlandesi hanno deciso le sorti di 500 milioni di Europei, ma non importa: per l’integrazione europea l’importante è che i “sì” abbiano prevalso e che lo “spareggio” non sia previsto (altrimenti potrebbe verificarsi che chi ha cambiato idea una volta possa farlo anche una seconda).
A questo punto, all’entrata in vigore del trattato (che deve essere ratificato da tutti i 27 paesi membri) manca un ostacolo solo, che si chiama Vaclav Klaus, il presidente ceko che dovrà apporre la sua firma in calce al trattato. Finora si è rifiutato di farlo non per partito preso, ma per amor di patria. La dichiarazione europea dei diritti fondamentali (compreso il diritto alla restituzione della proprietà sottratta), infatti, fa parte integrante del trattato. Questo significa che la Repubblica Ceca sarebbe rovinata se ai tre milioni di Tedeschi (o ai loro discendenti), che alla fine della seconda guerra mondiale furono espulsi dal territorio cecoslovacco, venisse in mente di chiedere la restituzione delle loro proprietà o i corrispettivi risarcimenti. Ecco perché Klaus, prima di firmare, ha preteso garanzie che ciò non accada. Alla fine hanno vinto tutti: l’Europa e Klaus. Al Consiglio europeo appena conclusosi la Cechia ha ottenuto la scappatoia, ora Klaus firmerà e il trattato entrerà in vigore.
L’aspetto più significativo, fra le innovazioni previste dal trattato, è l’istituzione della figura del Presidente del Consiglio Europeo, che durerà in carica non per i soliti risibili sei mesi ma per due anni e mezzo, rinnovabili. Un’altra figura fondamentale sarà l’alto rappresentante per la politica estera, che vedrà ampliare i suoi poteri rispetto a quelli oggi di competenza di Javier Solana. Riunirà in se stesso, infatti, sia le prerogative di Mister Pesc che quelle del Commissario alle relazioni esterne.
E’ interessante notare che nessuna filiale della Standa o nessun negozio di ferramenta nominerebbe mai due capi senza avere prima ben stabilito cosa debba fare l’uno e cosa debba fare l’altro. Eppure questo è proprio ciò che l’Europa si appresta a fare. Il prossimo Consiglio nominerà i due alti personaggi anche se le loro attribuzioni sono ancora generiche: del “presidente europeo”, ad esempio, sta scritto solo che “presiederà le riunioni del Consiglio”. Ma anche questo non ha importanza: le cose si stabilizzeranno pian pianino in corso d’opera negli anni e nei lustri, smussando gli spigoli e aggiustando le divergenze progressivamente. E’ così che l’Europa è cresciuta, con la velocità del bradipo, dagli anni ’50 in poi.
Chi sarà il prossimo “presidente europeo”? Circolano parecchi nomi, ciascuno supportato da pochi e osteggiato da molti. Jan Peter Balkenende, premier dei Paesi Bassi, non spiacerebbe ad Angela Merkel, ma l’olandese è conosciuto solo a casa propria. Il finlandese Martti Ahtisaari è un premio Nobel per la pace, ma è troppo incline ad aprire le porte alla Turchia e pertanto trova opposizione in Francia e Germania. Un altro finnico, Paavo Lipponen, avrebbe esperienza e carisma, ma fa il consulente della Gazprom per il gasdotto North Stream, che porterà il gas russo in Germania passando sul fondo del Baltico, cosa che fa imbufalire i Polacchi e i paesi centroeuropei, esclusi da quella pipeline. Il belga Herman van Rompuy è un bravo primo ministro ma è in carica da meno di un anno. Insomma si tratta di una ridda di “europigmei”, come li ha impietosamente definiti “The Economist”, forse nell’intento di rimarcare la differenza fra le loro “stature” e quella dell’unico gigante sulla scena: Toni Blair.
Il Nostro è l’oratore più pagato al mondo. E’ stato calcolato che le sue parole, pronunciate nelle università e nei circoli bene di tutto il pianeta, valgano seimila euro al minuto e che da quando non abita più al numero 10 di Downing Street abbia incassato qualcosa come 13 milioni di euro. Forse è più apprezzato sulla terraferma europea che nella sua isola natale, dove i conservatori lo considerano un nemico e la metà dei laburisti lo ritengono un avversario. E nel continente europeo trova più fans a destra che a sinistra, dove viene accusato di avere gettato alle ortiche ogni minima parvenza di socialismo. Sembra che a questa accusa egli risponda: “E’ proprio per questo che ho vinto tre elezioni di seguito governando il Regno Unito per un decennio!”
A Blair non mancano certo le doti di fama, prestigio, esperienza e capacità, ma ha anche le sue controindicazioni. Sarebbe veramente il miglior presidente europeo uno che nei dieci anni in cui è stato alla testa del governo britannico ha mantenuto il Regno Unito fuori dalla moneta comune? Sarebbe realmente il presidente europeo ideale uno che ha accuratamente evitato di far entrare il suo paese nell’area di Schengen? Sarebbe veramente opportuno avere lui al vertice delle istituzioni europee proprio quando nel suo paese, con ogni probabilità, a partire dalla primavera del 2010 governeranno i conservatori? E poi c’è ancora, nel suo paese e all’estero, chi ricorda benissimo il suo deciso appoggio a George W. Bush ai tempi dell’intervento in Iraq nel 2003, cosa che incontrò l’opposizione franco-tedesca con conseguente spaccatura dell’Europa in due. Tutte queste contraddizioni sono emerse nel corso del Consiglio appena conclusosi e ora la candidatura Blair è molto più debole di pochi giorni prima.
La scelta definitiva delle nuove cariche avverrà nel corso di un Consiglio straordinario da tenersi ai primi di novembre, ma per quanto attiene al futuro primo presidente europeo “stabile” la trattativa è estremamente difficile. Il rischio di non riuscire ad individuare una personalità di spicco è elevata. E in questi casi si finisce, sì, per trovare l’accordo ma solo in seguito ad un compromesso al ribasso, su una personalità di non primissimo piano. Questo non gioverebbe all’Europa quando il suo presidente sarà chiamato a incontrare di persona gli altri grandi del pianeta, da Obama a Hu-Jintao.
