A chi ancora difende il maggioritario il “Vassallum” non può non piacere

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A chi ancora difende il maggioritario il “Vassallum” non può non piacere

10 Dicembre 2007

Correva l’anno 2001. L’Italia per la prima volta nella sua storia ultracentenaria, ultima tra tutti i Paesi sviluppati, giungendo anche dopo il Giappone, approdava a un’ordinata alternanza tra governi di segno inverso, decretata dagli elettori. Non era mai accaduto prima.

Dai tempi della “rivoluzione parlamentare” che vide la Destra storica perdere il potere a favore della sinistra di Depretis, passando per le crisi di fine secolo, l’intervento, il fascismo, il dopo-guerra, la cacciata dei comunisti e persino Tangentopoli, tutte le svolte politiche del nostro Paese sono avvenute o per combinazioni parlamentari o per rivoluzioni di palazzo. Non è la sola cosa positiva che ha portato al nostro sistema politico il cambiamento degli anni ’92-’93. Con essa una maggiore stabilità degli esecutivi nonché il restringimento dell’area delle forze escluse a priori dal governo.

Come non dare ragione ai firmatari dell’appello “per il maggioritario e la stabilità” apparso sul Sole 24 Ore del 6 dicembre: sono tutte conquiste che non vanno smarrite. Bisogna reagire alla memoria riluttante, e non dimenticare quando il nostro sistema era bloccato, i partiti si contendevano pochi decimali di voto, i governi, di norma, erano balneari anche d’inverno e le classi politiche impermeabili al trascorrere del tempo. Per ricordarsi di tutto ciò, però, non è necessario chiudere gli occhi di fronte ai disastri del presente: coalizioni rissose, governi stabilmente sull’orlo della crisi di nervi, premier e i partiti maggiori tenuti in ostaggio anche da partiti “nanetti”, quando non proprio da singoli parlamentari.

Un tempo, quando il politichese era in voga, si sarebbe detto che “la svolta ha esaurito la sua spinta propulsiva”. Oggi, più semplicemente, dobbiamo indicare i modi per voltare pagina, per impedire al nostro Paese un futuro di declino iniziando col salvare ciò che di buono questi tredici anni hanno portato.
C’è un fatto politico al quale agganciare questo tentativo. Sono due leader, capi dei due maggiori partiti presenti sulla scena politica, che dicono d’avere l’ambizione di costruire dei partiti a vocazione maggioritaria disponibili a riconoscersi reciprocamente. Giustamente i firmatari dell’appello considerano questo una circostanza importante.

Su un punto, però, la loro analisi lascia perplessi: è laddove essi ritengono che la propensione di Berlusconi e Veltroni non possa fare a meno di un sistema elettorale maggioritario. Quasi tutti i sottoscrittori conoscono assai bene la storia e la realtà dei sistemi politici europei. Non può certo sfuggire loro che esistono dei sistemi elettorali proporzionali (es. quello spagnolo) in grado di facilitare
l’alternanza tra schieramenti differenti. Così come vi sono sistemi nominalmente maggioritari che invece consentono governi decisi non direttamente dagli elettori ma dai partiti successivamente alle elezioni. La stessa vicenda del Mattarellum conferma tale diagnosi: se Lega e Rifondazione non si fossero presentate fuori dalle coalizioni in tempi differenti (nel 1996 la Lega, nel 2001 Rifondazione) non si sarebbero avute, né in un caso né nell’altro, maggioranze omogenee nei due rami del Parlamento.

Insomma, quel che s’intende sostenere è che la realtà di un sistema politico oltre che dal sistema elettorale dipende dal più complessivo assetto istituzionale, dalle tradizioni, dalle prassi e, infine, anche dal caso. I meccanismi di ingegneria elettorale non hanno la forza di costringere le scelte degli elettori. Ed è bene che sia così. Possono solo incoraggiare o scoraggiare comportamenti virtuosi.

Se si valuta alla luce di tale premessa e senza preconcetti di parte lo schema di sistema elettorale predisposto dal professor Vassallo, è difficile non ammettere che esso favorisce la nascita di due partiti – uno di destra e l’altro di sinistra – che tendono entrambi verso il centro e che si propongono come veicolo di integrazione per i rispettivi alleati. In questo modo, come richiedono gli estensori dell’appello, lo spazio per la nascita di “terzi poli” in grado di stravolgere gli esiti di una competizione tendenzialmente bipolare si restringerebbe, e al centro del sistema verrebbero invece a trovarsi quegli elettori non di parte, che a seconda dei casi aderirebbero all’una o all’altra proposta programmatica. I due partiti maggiori sarebbero così naturalmente alternativi ma, in quanto tendenti entrambi al centro, in casi eccezionali (in presenza di un grande pericolo nazionale, di un risultato elettorale di pareggio, o, infine, al cospetto di pretese eccessive delle estreme) potrebbero anche allearsi tra loro senza che nessuno gridi all’inciucio.

Va considerata un’ulteriore circostanza: contro il Vassallum – la proposta avanzata da Veltroni e non respinta da Berlusconi -, non è in campo l’ipotesi di un sistema con effetti più compiutamente maggioritari. Vi è, invece, il ritorno alle mani libere da parte dei partiti abilmente celato dietro la foglia di fico del “sistema tedesco”, ovvero il perpetuarsi del ricatto dei “nanetti” che vorrebbero strumentalizzare un referendum promosso per tutt’altri fini. I piccoli partiti, infatti, hanno compreso che qualora la competizione per un cospicuo premio elettorale fosse tra due partiti, essi potrebbero contrattare la loro presenza nelle rispettive liste per poi, una volta conseguiti gli eletti, rendersi autonomi in Parlamento. Tra i politici che a parole sostengono i maggioritario c’è già chi, per inconsapevolezza o per malafede, sta di fatto appoggiando questo inganno. Sarebbe importante che non facciano lo stesso i più illustri tra i nostri intellettuali.

Certo, gli estensori dell’appello hanno ragione anche su un altro punto: oltre alla legge elettorale bisognerebbe prendere in considerazione anche i regolamenti parlamentari e l’assetto istituzionale. Ma per modernizzare gli assetti di un sistema ormai obsoleto servono riforme vere. Mentre se si guarda a quelle predisposte dalla I Commissione della Camera dei deputati, si arriva alla conclusione che si tratta di “riformette” che cambierebbero poco e necessiterebbero subito dopo di ulteriori interventi.

In questa situazione, molto meglio iniziare da una buona legge elettorale per poi proseguire il lavoro nella prossima legislatura sulla scorta della reciproca legittimazione che potrebbe derivare dall’aver fatto insieme un passo così importante. Per tutti questi motivi, attardarsi su una contrapposizione scolastica tra maggioritario e proporzionale vorrebbe dire tirarsi fuori dalla partita che effettivamente oggi si sta giocando. Sono certo che se i termini della questione saranno chiariti, e la proposta Vassallo conosciuta nelle sue effettive conseguenze, i firmatari dell’appello non faranno mancare il loro sostegno a una svolta che potrebbe avere per l’Italia un’importanza storica.