A cosa è dovuto lo scatafascio di Confindustria

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A cosa è dovuto lo scatafascio di Confindustria

29 Gennaio 2008

Se
si vuol capire con quanti malumori da parte della Fiat si sia chiuso l’ultimo
contratto dei metalmeccanici basta riflettere sulle parole pronunciate la
scorsa settimana da Sergio Marchionne (il cui senso era questo: non se so
potremo creare nuova occupazione in Italia, se permarranno le condizioni di
rigidità che si sono determinate con l’ultimo contratto dei metalmeccanici) in
una conferenza stampa per il resto (giustamente) trionfalistica, considerato il
raggiungimento dell’obiettivo dell’uscita dall’indebitamento a breve del gruppo
torinese.

Il
“verbo” marchionnesco ha confermato a pieno la voce che tutti gli uomini della
Fiat, dall’amministratore delegato sino al più esperto in materia responsabile
delle relazioni industriali del Lingotto, Paolo Rebaudengo, non volessero
“firmare” la proposta di Cesare Damiano alle parti.

A
un osservatore estraneo la materia del dissenso pare limitata: si trattava di
un sabato in più di straordinari all’anno (uno era stato già ottenuto). La Fiat
aveva letto, però, nella resistenza a oltranza della Fiom-Cgil su questo
argomento, un segno di quante rigidità l’attendono nei prossimi mesi e sulla
base di questa valutazione, voleva tenere duro. Anche perché per un’impresa
manifatturiera con alto tasso di occupazione gli aumenti contrattuali non erano
affatto secondari e quindi ci si poteva aspettare qualche contropartita in più.

Decisivo
è stato l’intervento di Luca Cordero di Montezemolo, che già sta uscendo a
pezzi dal suo mandato ma che se avesse anche impedito la chiusura del contratto
più importante dall’industria, si sarebbe definitivamente suicidato come uomo
pubblico: è lui che ha scongiurato i vertici dell’azienda che – per così dire –
presiede e ne ha ottenuto la firma.

Tutta
la vicenda va valutata con molta cura perché spiega bene che cosa è successo
nei quattro anni di Confindustria montezemoliana. E va innanzi tutto
considerato  come la Fiat abbia occupato
i vertici di viale dell’Astronomia: non solo il presidente degli imprenditori è
anche presidente del Lingotto, non solo il direttore generale, Maurizio
Beretta, era precedentemente responsabile delle relazioni esterne del gruppo
torinese. Nel ruolo più importante dopo il presidente si trova il vice Alberto
Bombassei con la strategica delega alle relazioni sindacali: Bombassei è grande
imprenditore, una personalità senza dubbio autonoma, un sindacalista d’impresa
intelligente e capace: ma è anche culturalmente (al di là della produzione di
freni) un esponente del mondo Fiat. E questo è stato il motivo principale per
cui ha rotto con il damatismo di cui era uno dei punti di riferimento e ha
appoggiato, pur con poca convinzione, Montezemolo nella corsa alla presidenza.
E legato al mondo Fiat è senza dubbio anche Massimo Calearo, presidente della
Federmeccanica titolare del contratto firmato, produttore di antenne per auto,
che però è uomo dal carattere brusco e all’ennesima giravolta del Lingotto ha
mandato a quel paese i torinesi e ha scelto coerentemente gli interessi della
sua categoria.

Perché
una squadra larga tutta targata Fiat (anche se non tutta montezemoliana) si
sono avuti tanti battibecchi: prima quando Marchionne ha anticipato 30 euro
mensili ai suoi dipendenti in attesa di contratto, poi nella conclusione della
trattativa? Perché la compagnia di Torino prima ha fatto la capofila delle
colombe e poi dei falchi?

La
gran parte della confusione è dovuta a Montezemolo che invece di impegnarsi a
guidare un sindacato di imprese, si è messo in testa di utilizzare
Confindustria un po’ per i suoi interessi personali un po’ per trattative con
il mondo politico che garantissero i risultati che invece solo un duro impegno
sul merito avrebbe potuto portare.

Lo
scatafascio che ne è derivato è naturalmente attutito dall’influenza che mondo
Fiat e Montezemolo hanno sui media, ma pesa molto nei malumori del mondo
imprenditoriale.

Qualche
colpa, naturalmente, la ha anche Marchionne. La chiave degli indubbi successi
del nuovo amministratore delegato è stata l’avere smantellato il sistema
feudale che regnava in Fiat, all’interno dell’azienda, nel rapporto con
fornitori e concessionarie, e nella scelte delle partecipazioni extra auto,
fatte con una logica di potenza non economica. E con lo smantellamento del
descritto sistema feudale che Marchionne ha posto le basi del suo successo. Ma
un certo feudalesimo regna invece ancora nelle relazioni industriali e in
quelle politiche. si è colta qualche difficoltà della Fiat nell’affermare una
linea di modernizzazione anche in questi campi. Se poi come ci si affida a una
persona che ha appreso dal suo stretto amico Luigi Abete a occuparsi solo di
lobbismo politico (e al contrario di Abete anche questo compito lo svolge senza
professionalità puntando in sequela su tutti i prossimìi perdenti: prima
Antonio Fazio, poi Guglielmo Epifani, infine Romano Prodi e negli ultimi giorni
Pierferdinando Casini), la frittata è fatta.