A far paura agli europei è l’Europa dei mercati

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A far paura agli europei è l’Europa dei mercati

16 Giugno 2008

Ottocentosessantamila irlandesi che hanno votato no nel referendum sul trattato di Lisbona 2 possono affossare il progetto di una maggiore integrazione dell’Unione europea? Sembrerebbe di sì a stare alle regole del gioco: se anche un solo Stato non ratifica il trattato cade. Del resto è questo il criterio seguito anche nel caso della ratifica solenne della nuova Costituzione europea: nella vicina Francia è bastato lo spettro dell’idraulico polacco (non si è mai capito perché si dovesse temere l’arrivo di un idraulico che non ti fa aspettare, che ti presenta un conto ragionevole e che magari lavora pure bene) per far crollare un laborioso trattato alla cui redazione avevano contribuito le migliori intelligenze del continente, quella di Giuliano Amato in testa a tutte.

Sorprende, poi, che sia stata proprio l’Irlanda, uno dei paesi più liberali della Ue, a innescare la miccia di una crisi politica e diplomatica, quando durante l’ultimo semestre di presidenza irlandese furono compiuti dei passi importanti sul terreno della integrazione, come superamento di un periodo di forti difficoltà (tra le quali il sostanziale fallimento della direttiva ex Bolkestein che avrebbe aperto sicuramente nuove prospettive per l’economia europea con la creazione di un unico grande mercato dei servizi). Peraltro l’Irlanda è stato uno dei primi Paesi dell’Eurozona ad aprirsi alla mobilità della manodopera dopo l’allargamento ad Est (stringendo un patto sostanziale proprio con la Polonia). Ci si poteva aspettare, dunque, una presa di distanza nei confronti di un trattato che – senza avere le ambizioni della Costituzione – non rinuncia alla pretesa di infilare l’economia nelle braghe della politica, accanendosi nella ricerca di nuovi strumenti di governance istituzionale allo scopo di trasformare in variabili dipendenti (dalle decisioni politiche, appunto) le regole meccaniche ed automatiche dell’economia e della finanza pubblica (dai parametri di Maastricht al ruolo della Bce). 

Invece, secondo le prime analisi del voto, sembrerebbero aver prevalso sentimenti difensivi e nostalgici di una sovranità nazionale concepita ed intesa come possibilità di piegare la fredda logica del risanamento dei conti pubblici alle esigenze di gestione politica (e consensuale) delle risorse, anche a costo di non garantire i necessari equilibri. Succede, allora, che le popolazioni si pronuncino contro trattati – di cui nulla conoscono e di cui non importa loro nulla – portatori di complesse costruzioni istituzionali soltanto perché è il solo modo che hanno di schierarsi contro gli effetti dell’unificazione dei mercati e della globalizzazione in cui intravedono – a torto o a ragione – l’affievolirsi di un insieme di tutele sociali divenute insostenibili nell’attuale contesto economico. 

Nel suo ultimo libro Giulio Tremonti aveva segnalato queste crescenti preoccupazioni prendendo chiaramente posizione per un rallentamento dei processi di internazionalizzazione dei mercati. Il “desencanto” di ampi strati della popolazione non ha tardato molto a “battere un colpo”. Che cosa succederà adesso ? Come verranno superate le contraddizioni che si sono aperte dopo il voto irlandese e le sue ripercussioni? Per ora dobbiamo aspettare le decisioni del Consiglio dei capi di Stato e di Governo. Di un dato di fatto però siamo fin d’ora sicuri. Per l’Italia il “vincolo esterno” (in questo caso di matrice Ue) è un viatico essenziale. Se di dovesse per avventura uscire dal club della moneta unica e dalle regole di Maastricht noi ci avvieremmo lungo un percorso alla fine del quale non ci sono il recupero della sovranità monetaria, maggiori salari, sistemi di welfare che non hanno bisogno di dimagrire, ma soltanto inflazione, disoccupazione, declino. La globalizzazione, invece, coinvolge sempre più paesi e sempre più persone, spinge verso un aumento della qualità del mercato, ed è dunque un fattore potente di crescita. Ma occorre che gli Stati sappiano “meritare” i benefici della globalizzazione, adeguando la propria struttura e sapendone governare il processo. Così, per i paesi sviluppati, spesso “sazi e disperati”, la globalizzazione e il mercato unico europeo sono un potente “vincolo esterno”; per noi, la sola circostanza in grado di condizionare l’azienda Italia e spingerla sul terreno delle riforme.