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"Per la verità, per Israele"/11

A forza di delegittimare Israele il futuro dell’Occidente sarà in pericolo

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Tre giorni prima delle elezioni generali spagnole del 2004, un impressionante attentato dinamitardo avvenuto nei treni di Madrid uccise 191 persone. Quando il premier José María Aznar e il suo esecutivo in un primo momento puntarono il dito contro i terroristi baschi, l’opinione pubblica pensò che il governo stava cercando di coprire il fatto che i militanti islamisti erano riusciti a perpetrare una metodica vendetta contro la decisione della Spagna di inviare truppe in Iraq e in Afghanistan come sostegno agli Stati Uniti. Gli spagnoli decisero quindi di votare contro il partito di Aznar con la speranza di placare il terrorismo islamico.

Vista la sua esperienza personale sul modo in cui il terrorismo riesce a influenzare la realtà politica, Aznar  più di ogni altro leader europeo è capace di essere in grande sintonia con Israele. Ciò spiega solo in parte perché oggi l’ex premier spagnolo ha utilizzato il suo nome e la sua reputazione internazionale per dar vita all’iniziativa “Friends of Israel”, un progetto che include come membri fondatori altri leader mondiali come Alejandro Toledo, l’ex presidente peruviano, e il drammaturgo ed ex presidente ceco Vaclav Havel. “Sono convinto – mi ha detto in un’intervista telefonica – che la migliore strategia per difendere l’Occidente sia quella di difendere Israele”.

Lo Stato ebraico, ha tenuto a precisare Aznar, non è un Paese del Medio Oriente è un Paese occidentale che si trova in Medio Oriente e, quindi, rappresenta la prima linea di difesa dell’Occidente nella lotta contro gli islamici radicali che vogliono distruggere la libertà occidentale e terrorizzare chiunque si trovi sulla loro strada. “Il danno fatto a Israele è il danno fatto all’Occidente”, ha aggiunto l’ex premier spagnolo sottolineando che “delegittimare lo Stato ebreo significa delegittimare l’Occidente”. 

Se per i votanti spagnoli il sentimento pro-americano di Aznar era evidente, il suo sostegno per Israele era più attenuato. “Durante il mio governo non ci sono state molte opportunità di esprimere questa opinione. Ma oggi sono coinvolto in una vera e propria battaglia di ideali”, ha proseguito. In Spagna, infatti, sprimere il sostegno inequivocabile nei confronti dello Stato di Israele non è una delle mosse politiche più accorte visto che si tratta di un Paese che storicamente non è mai stato particolarmente ospitale con gli ebrei, dall’Inquisizione spagnola ad oggi (e tra l’altro, ha pure ospitato manifestazioni pubbliche di massa in sostegno di Hamas e Hezbollah).

Aznar ha ammesso che “la maggior parte degli spagnoli sono estremamente critici nei confronti di Israele”. In Spagna, ha spiegato, i musulmani radicali “influenzano l’opinione pubblica su Israele. E l’Europa è il regno del relativismo. Il nostro compito è quello di far cambiare idea sia al popolo d’Europa che ad alcuni dei suoi leader europei – ma in realtà sono fatti che accadono anche negli Stati Uniti. Siamo coscienti che c’è ancora molto cammino da fare. Siamo ancora all’inizio, ma è una convinzione che condividiamo con molta gente in tutto il mondo”.

Negli ultimi mesi, l’impegno di Aznar lo ha portato in Israele, attraverso l’Europa e anche negli Stati Uniti, dove insegna alla Georgetown University. In questa agenda così piena, l’ex premier spagnolo cerca sostenitori che appoggino la sua campagna internazionale mirata a combattere l’effetto globale della delegittimazione dello Stato d’Israele.

L’organizzazione si fonda sul sostegno e sulle richieste di adesione, di individui non ebrei. I suoi membri, ha proseguito Aznar, sono tutte quelle persone preoccupate sia per la sopravvivenza di Israele che di quello Stato biblico su cui è nata la civiltà occidentale. “Bisogna comprendere la storia degli ebrei e i valori giudeo-cristiani per capire la storia del mondo occidentale, dell’Europa e delle nostre radici”, ha affermato il fondatore di “Friends of Israel”.

Se molte elite europee (e americane) credessero che il mondo è andato oltre il nazionalismo e l’utopia post-moderna e multiculturale secondo cui il nazionalismo ebreo è un pericoloso anacronismo, allora Aznar avrebbe poco da fare. Ma non è così e per l’ex premier, tutto il male che accadrà a Israele, capiterà anche a tutti noi. Il fallimento nella difesa di Israele non farà altro che rendere più vulnerabili le democrazie occidentali.

Nel suo impegno per delegittimare lo Stato ebreo, la sinistra nel mondo ha influenzato il dibattito su Israele, lasciando ai liberal americani un centro che ha una visione distorta nei confronti dei criminali nemici di Israele. Oggi la maggior parte del Partito Democratico crede che il fallimento di Oslo è responsabilità esclusiva della destra israeliana e non ha niente a che fare con il terrorismo arabo; di fatto, è questo lo spettro politico che l’estrema sinistra occidentale e i suoi compagni d’armi arabi hanno elaborato – allo stesso modo in cui i gruppi estremisti regolarmente riescono a deviare il dibattito politico regionale in Medio Oriente verso le loro idee pazzesche.

Nell’ultimo decennio, in pochi hanno avuto un ruolo più pubblico nell’influenzare la gente per bene contro Israele come lo ha fatto George Soros. Forse è per questo che non dovrebbe sorprendere la notizia della settimana scorsa secondo cui Soros è uno dei principali sponsor finanziari del J-Street (movimento di pressione non profit che promuove tra i leader americani la fine del conflitto israelo-palestinese in modo pacifico, ndt). Non deve stupire neanche se è da due anni che Soros e Jeremy Ben-Ami negano, fin dalla fondazione del gruppo di due anni fa, che il miliardario abbia mai sostenuto il loro scopo in qualunque modo. Soros, un ebreo di origini ungheresi, è considerato da molti esponenti della comunità ebrea di essere tossico, non tanto per aver sostenuto che l’antisemitismo è l’effetto delle politiche di Israele, ma perché non ha mai denunciato lo stato mentale malato degli anti-semiti. Per di più, in passato Soros ha finanziato alcune organizzazioni ebree e altre hanno dichiarato che sarebbero state felici di ricevere il suo sostegno. I leader del J-Street avrebbero potuto spiegare la loro decisione di accettare soldi da Soros – o comunque sia avrebbero potuto semplicemente affermare di non voler rivelare le identità dei loro benefattori. Invece, Ben-Ami e la sua organizzazione ha mentito. La ragione del perché J-Street abbia deciso di agire nell’ombra è, a questo punto, forse meno importante del fatto che lo faccia.

E’ difficile capire quanta credibilità sia rimasta a J-Street alla luce delle prove evidenti che l’organizzazione ha intenzionalmente voluto manipolare e ingannare la gente, la stampa, e i suoi propri membri nel portare avanti un’agenda che era abbastanza diversa da quella che veniva promossa pubblicamente. Il fatto che J-Street ha reso uno dei suoi 5 dirigenti e direttori Mort Halperin, il guru degli affari esteri di Soros – un inflessibile oppositore di Israele e vicepresidente della Open Society Institute – suggerisce che l’organizzazione non stava solo accettando soldi dal miliardario ma ne stava anche seguendo la linea politica.  

Per questi auto-proclamati amici di Israele, però, si trattava di tutto tranne che di una questione riguardante Israele. Per loro, lo Stato ebraico è un’immagine speculare di quegli aspetti della cultura americana che li fanno stare male: nazionalismo, eccezionalismo e una potente politica estera. A loro fa ancora più paura il fatto che i sostenitori più elementari sono i cristiani evangelici e quegli ebrei americani che credono fortemente sia nel nazionalismo americano che in quello ebreo, ma anche coloro che sono fortemente attaccati alla pratica religiosa. Anche se limitatamente, alcuni coscienti liberal forse conoscono i particolari del conflitto in Medio Oriente e sanno da che parte stanno i loro nemici interni.

Anche quelli che stanno dall’altra parte lo sanno bene: la bandiera che Sarah Palin teneva ben in vista nel suo ufficio quando era Governatore non era intesa per assicurare all’Alaska il voto ebreo ma bensì per diffondere le sue idee nelle guerre culturali americane. Sostenere Israele può significare molte cose, alcune delle quali sono legate e a altre sono contraddittorie: dire no ai terroristi e ai prepotenti, credere nei valori occidentali, accettare la verità della promessa di Dio nella Bibbia, sentire affinità nei confronti degli ebrei, o semplicemente dimostrare lealtà nei confronti degli alleati. Israele è un grande contenitore di significati con molto potere tra tutti i tipi di gente, persino nei collegi elettorali dove ci sono pochissimi ebrei e dove israele è solo una piccola macchia astratta in una cartina.

Ma come ha ben compreso l’ex primo ministro spagnolo, non si tratta solo di una guerra di simboli. E’ una guerra reale in cui è in ballo il destino di famiglie e di intere popolazioni, non solo in Israele ma anche in Europa. E’ proprio per questo che Aznar ha scelto di prendere posizione. Jeremy Ben-Ami ha il sospetto che il conflitto sia maggiore di quanto già siano i dibattiti politici a Washington e a Gerusalemme e che si tratti di una guerra vera che, nella prossima generazione, influirà nelle politiche dell’Occidente. Ed è per questa ragione che ha mentito.

Tratto da Tablet©

Traduzione di Fabrizia B. Maggi

 

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1 COMMENT

  1. Usurpazione blasfema
    È più che evidente a tutti che sono illegittimi occupazione e dominio del regno di Satana in qualunque angolo del mondo.

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