A giudicare Sarkò sarà la storia, non i sondaggi

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A giudicare Sarkò sarà la storia, non i sondaggi

30 Aprile 2008

Sarkò delude, ma non annoia. Delude perché schiavo del suo
temperamento. Una ricerca di alcuni mesi fa lo ha inscritto nella categoria dei
narcisisti, con la sorprendente esclusione di Berlusconi. Il presidente del
consiglio in pectore, infatti, non è narcisista e dunque sottomesso ad una
carica volontaristica eccessiva, ma è piuttosto una personalità accentuata e
carica di vis comunicativa, che cerca la scena soprattutto per piacere agli
altri, anche ai suoi avversari. Sarkozy è, invece, un volontarista maniacale e
dipendente da un ego robusto. Fin troppo robusto.

Oggi Monsieur le President è
sotto accusa; i sondaggi lo danno per finito; l’opinione pubblica sembra stanca
di lui. Troppo presto per decretarne il de profundis. Eviterei l’opposto del
trionfalismo, che è il demoniaco risentimento, che riempie sovente i cuori
moderni. Sarkozy ha messo troppa carne al fuoco e rischia di farne bruciare un bel
po’. Per giunta, la sua smania iper-comunicativa, frutto di un’errata visione
del marketing politico, l’ha spinto a mischiare di tutto e di più, dai
socialisti ai neocomunitaristi, c’è spazio per tutti, ma a tutto c’è un limite.
Un limite strategico che deve essere ben centrato, pena la perdita di
reputazione pubblica. Perdita di reputazione, prima ancora che di immagine. Si
ha reputazione quando si fa ciò che si dice. Uno a zero, palla al centro. Il
resto è chiacchiera. Se a tutto questo si aggiunge, poi, la vita privata
incardinata nell’arena pubblica come la sacra custodia del corpo del Re, allora
il gioco è fatto. La gente vota seguendo il proprio framing, come ha scritto Lakoff.

Vale a dire secondo il contesto
mentale, le convinzioni e le visioni del mondo, in una parola: i valori.
Turbare la segnaletica dominante dell’elettorato, soprattutto all’inizio di una
nuova fase definita di “rupture”, può essere molto pericoloso. Infatti lo è
stato. Ora, come documenta Le Figaro,
quotidiano-manifesto dei delusi della destra neogollista, il percorso è tutto
in salita. Sarkozy può anche andare in tv e recitare la parte del bambino che
ha sbagliato e intende riparare, ma qualcosa si è rotto. Il copione è stanco e
rende caricaturale perfino l’intenzione. Il rapporto fra il Presidente e il suo
popolo si è incrinato. Specchio rotto. Sarà anche una metafora antica, ma descrive
bene il caso in questione. I fatti lo confermano. In modo imbarazzante. Anche
le misure di liberalizzazione dell’economia, pur richieste a gran voce da larga
parte dell’opinione pubblica, non riescono a ricollocare il simbolo della “rupture”
nel solco della solida routine riformatrice. “Nicolas Sarkozy non ha ancora
riconquistato l’opinione pubblica”. Così scrive Le Figaro, senza nascondere, a dire il vero, una leggera nota di
compiacimento. Il barometro dei sondaggi del BVA-l’Express ha rilevato la perdita
di un altro 8% di popolarità da parte del Presidente. Dovuta a cosa? A niente
in particolare. Ecco il paradosso. A niente che si aggiunga allo scivolamento
sistematico degli ultimi mesi. In questo fenomeno c’è tutta la carica
destrutturante dell’inversione di rotta che agisce come in default.

Quando il
trend positivo ti lascia, devi tener botta e andare avanti. Non c’è altro da
fare. L’ha capito anche Bettini, ma Veltroni sta peggio del Presidente
francese. Per ragioni fin troppo note ed evidenti. Se torniamo allo scenario
francese, ci accorgiamo che, nei fatti, non brilla alcun astro politico
alternativo a Sarkozy. Non c’è l’anti-Sarkozy, c’è soltanto la crisi di Sarkozy
come Evento e insieme Teatro. Qualche dato. Riemerge il solito Bertrand Delanoē
(49%), personalità del partito socialista, dopo di lui c’è La Ségolène Royal (43%) e quindi
Bayrou (42%). Niente di nuovo sotto il sole. Sarkozy è ancora la novità
politica francese, ma non riesce a tirar su la barra e riprendere il largo.
Perché? Per tre ordini di ragioni.

Primo. La politica della “rupture” si scontra oggettivamente
con una società corporativizzata come quella francese che non accetta fino in
fondo la ristrutturazione dell’economia e delle istituzioni. Troppi interessi
girano dentro le corporazioni e troppe sigle sindacali riescono ancora a
costruire un’agenda settino solida e contraria alle riforme.

Secondo. Il privato può diventare pubblico solo quando le
riforme sono avviate e l’opposizione è battuta. Sarkozy ha giocato con il cuore
senza pensare alle conseguenze e si è trovato spiazzato di fronte alle
conseguenze dei propri atti. Al di là della valutazione su questi ultimi. Il
dato è oggettivo. L’iper-personalizzazione doveva trovare spazio ed efficacia
operativa dentro la pòlis e rigorosamente
all’interno di essa. Perché le società postmoderne, proprio perché assalite da reality e corpi in mostra, non
gradiscono la fuoriuscita dagli schemi quando si tratta della crisi della
società. Scatta, in questo caso, un tabù e chi compie questo scarto diventa un
capro espiatorio. Ben al di là delle sue azioni. La crisi è il nuovo soggetto
delle metropoli europee e mantenere il risentimento sottotraccia in queste
circostanze è, a livello pubblico, impossibile. In questo caso, la
comunicazione non avrebbe dovuto tradursi in gesti fisici, come l’ostentazione
di un nuovo matrimonio e il protagonismo di una nuova primadonna, ma in azioni
virili, in gesti capaci di accrescere la reputazione personale.

Terzo. L’Europa è stanca. La Francia non è da meno. Chi
sta troppo a progettare e non conclude granché viene punito. E’ anche ingiusto,
se vogliamo, ma è così. La variabile T-Tempo, in politica, sta ingoiando
l’altra variabile, la Realtà:
mentre la prima si espande in maniera quasi autoreferenziale, a seconda del
livello di crisi della società, la seconda non riesce ad essere attaccata nella
giusta maniera e allora la variabile delusione, studiata acutamente da
Hirschman, mette la parola “fine” ad ogni dibattito. Dopodiché la vicenda non
si chiuderà così. Sarkozy non rimarrà fermo al palo per sempre. Solo che sarà
costretto a prendere lezioni di comunicazione pubblica dal Papa. Il quale,
chiedendo perdono, durante la sua visita negli States, per gli abusi sessuali
sui minori da parte dei preti, è stato così vero e sincero da far chiudere ai
feroci mass-media americani la partita su questo tema. Un altro tema-capolavoro
di un’agenda setting calibrata in modo tale da diventare killeraggio
sistematico. L’umiltà è un’arma impropria contro chi ti aggredisce, ma deve
essere usata in maniera convincente. Ovvero: strategica. Vince chi la usa senza
la pretesa di tornare in sella. Ma solo allo scopo di affermare una verità più
grande. Che non può essere sottoposta ad alcun sondaggio. E’ il realismo di chi
cede all’evidenza, anche la più umiliante. Funziona. Che Sarkozy lavori per
riacciuffare la storia, non i sondaggi.