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Il vertice sulla Libia

A Londra si parla di esilio ma Gheddafi contrattacca

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La conferenza di Londra sulla Libia è servita certamente a fare il punto sulla guerra, a certificare come interlocutore unico dell'Occidente il Consiglio Nazionale di Bengasi - "sempre più credibile" secondo il ministro degli esteri italiano Frattini, e ad affermare che il regime di Gheddafi ormai ha perso di credibilità e sarà ritenuto responsabile delle proprie azioni. E' anche nato un "gruppo di contatto" che si riunirà periodicamente per fare il punto della situazione, prima in Qatar e poi a Napoli, anche se non ci sono date precise. Si è anche discusso dell'oro nero libico, finito nei giorni scorsi nelle mani dei ribelli. Sempre il Qatar si è detto pronto a venderlo per conto degli insorti.

Non è chiaro invece che fine possa fare il Rais: Washington, Roma e Madrid sostengono l'ipotesi dell'esilio mentre gli insorti chiedono di processarlo. I Paesi che hanno partecipato al vertice promettono di implementare gli obiettivi previsti dalla Risoluzione ONU, di mantenere una Libia territorialmente integra e sovrana, anche se non è chiaro come visto che per adesso il Paese è spezzato in due. Il premier inglese Cameron invece pensa a una soluzione politica del conflitto, favorendo un processo che includa i ribelli, le tribù, i diversi gruppi confessionali del Paese per evitare il caos e l'anarchia. Esponenti della opposizione di Bengasi hanno fatto sapere che non ci sarà una decapitazione delle strutture amministrative e di potere dopo la fine del Rais, per evitare un altro Iraq. La NATO, che si è presa un altro giorno per acquistare il controllo delle operazioni, vuole che Gheddafi lasci il potere, ed ha ha denunciato l'infiltrazione di elementi di Al Qaeda e dell'Hezbollah nelle fila degli insorti.

Negli Stati Uniti invece si discute sull'ultimo discorso del presidente Obama, "un discorso bushiano", come ha scritto un neocon della prima ora, Daniel Pipes. La guerra in Libia, fino adesso, è costata 600 milioni di dollari agli americani, spesi in missili Tomahawk, bombe teleguidate e altri armamenti. Sul terreno, però, in Libia, non c'è da stare proprio allegri. La missione non è compiuta, anzi, siamo solo agli inizi. Dopo l'avanzata nel weekend, probabilmente favorita sul terreno da consiglieri militari delle potenze occidentali, ieri i ribelli si sono fermati e hanno dovuto ripiegare di 150 chilometri da Sirte, la fortezza fedele a Gheddafi. Quella del Rais era una ritirata strategica e adesso potremmo assistere a un nuovo rivolgimento di fronti, nonostante i raid dei "volenterosi" non si siano mai fermati. Misurata continua ad essere il bersaglio dei cannoneggiamenti lealisti, che a quanto pare non hanno alcuna intenzione di disertare. Dalla conferenza di Londra è sparito qualsiasi accenno a un intervento militare terrestre, implicito nella Risoluzione ONU e che non è per forza sinonimo di occupazione della Libia.

Pensare di vincere la guerra dal cielo, di rovesciare Gheddafi con i bombardamenti, e soprattutto di gestire la difficilissima transizione libica senza una incursione armata di terra, è una pia illusione. Potrebbe darsi che alla fine il Rais ceda e lasci con la sua famiglia il Paese. Ma se invece sceglierà di resistere fino alla fine l'unico modo per scalzarlo sarà un'operazione militare che lo stani e gli impedisca di continuare a combattere. La presenza di militari dei Paesi occidentali potrebbe essere sicuramente un rischio, per le sue ricadute sul mondo arabo ed anche perché i ribelli sono contrari ad una opzione del genere. Eppure, oltre a rovesciare Gheddafi, sarebbe un segnale forte lanciato agli insorti sulla gestione dell'interregno successivo. Ad ogni modo, prima di pensare al post è meglio risolvere la situazione nel presente. Colpire Gheddafi sarà anche un modo per "educare" i ribelli.

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