A Pontida una Lega senza idee riesce solo a rifugiarsi in vecchi slogan

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A Pontida una Lega senza idee riesce solo a rifugiarsi in vecchi slogan

20 Giugno 2011

La Lega è senza idee e dall’incerta identità. Un partito in fuga da se stesso, insomma, come tanti altri partiti. Sul pratone di Pontida ha messo in luce una spaventosa inadeguatezza a misurarsi con la complessa realtà socio-politica contemporanea, nascondendosi in uno sconcertante ritorno al passato. Insomma, ha mostrato tutti i limiti di un movimento che non è riuscito a diventare una vera e propria forza di governo.

Che altro, infatti, può significare il richiamo ossessivo alla secessione se non una regressione allo stadio dell’infantilismo politico dei primordi? Le vecchie parole d’ordine come l’indipendenza della Padania, per di più pronunciate da ministri della Repubblica, hanno un ché di grottesco e di allarmante. Sono, infatti, sintomi di un’inquietudine che non prende forma politica, ma si ferma alla propaganda ingenerando illusioni che tuttavia possono essere devastanti tanto per la tenuta del governo quanto per la Lega stessa il cui stato maggiore sa bene che la prospettiva separatista non è assolutamente praticabile, come non lo è lo spostamento di alcuni ministeri al Nord.

E allora perché questo rifugiarsi nell’impoliticità sottraendosi alla responsabilità di affrontare la crisi del sistema?

Possibile che lo stato d’animo sia stato determinato dalla recente caduta dei consensi. Ma non è evitando il confronto con i problemi concreti che abbiamo davanti che si recuperano i voti perduti. A meno che Bossi, Maroni, Calderoli e compagnia cantante non ritengano davvero di rinserrarsi nelle valli padane in attesa che l’Italia affondi. Le scorciatoie in politica non esistono. Credo che anche i leghisti ne siano consapevoli. E se così è che tornino, allora, alla realtà abbandonando il "sogno barbaro" che, per quanto suggestivo, non li trarrà dalle secche nelle quali sono finiti insieme con tutto il centrodestra.

Dalle oggettive difficoltà attuali o la coalizione ne esce unitariamente o interamente è destinata a perire. Se la Lega immagina di smarcarsi dal Pdl commette un errore che pregiudicherà il suo avvenire politico. Essa deve assumere, come era negli auspici di Gianfranco Miglio – il solo ideologo che abbia avuto, tanto mal ripagato negli ultimi anni della sua vita – una funzione dinamica nel contesto del cambiamento istituzionale e non cedere alla tentazione dell’isolamento intercettando magari suffragi che non potrà far valere al mercato della politica come forza di mera opposizione che prospetta un’utopia invece di un chiaro progetto di governabilità.

Francamente ci eravamo illusi, negli ultimi anni, che la Lega fosse maturata fino ad abbandonare alcuni stilemi della sua propaganda d’antan. Probabilmente la botta elettorale non è stata assorbita rapidamente. E, dunque, per non rischiare di essere delegittimati dal loro elettorato i capi leghisti hanno scelto di esibire i muscoli davanti ai militanti, ma di non staccare la spina al governo bene sapendo che se le elezioni diventassero inevitabili, loro tornerebbero fortemente ridimensionati in Parlamento.

L’augurio è che soprattutto in questa circostanza torni a prevalere la ragione. Piuttosto che rinunciare alla politica, la Lega dovrebbe darsi da fare per ricostruire un’alleanza politica e possibilmente allargarla, partecipando alla ricomposizione di un vero e proprio partito-coalizione con il Pdl ed i soggetti che vorranno starci, altro che minacce indipendentistiche ed elenchi para-sindacali da offrire al confronto con il governo.

Se, comunque, dovessimo prendere per oro colato ciò che è stato detto a Pontida, non potremmo che trarre conclusioni tetre sui destini del centrodestra e della Lega stessa.

Illudersi, comunque, che domenica non sia accaduto nulla, è da irresponsabili.