A proposito di Leo Longanesi
10 Giugno 2007
di Redazione
intervista a Andrea Ungari di Laura Croce
A 50 anni
dalla sua scomparsa, Leo Longanesi continua a far parlare di sé. L’eclettismo e
la personalità mai banale di questo giornalista- editore- artista sempre
controcorrente (non a caso maestro di Montanelli), suscitano ancora oggi
interesse e ammirazione.
Il nome di
Longanesi è solitamente legato a Omnibus, il prototipo italiano del rotocalco, da
lui ideato e diretto per soli sue anni, dal ’37 al ’39. La vita piuttosto breve
del settimanale, non molto gradito dal fascismo, è la prova della complessità
della persona di Longanesi e del suo conservatorismo, certamente convinto ma
non retorico, né tantomeno reazionario.
Longanesi,
tuttavia, fu molto più di questo. Nel suo libro Un conservatore scomodo. Leo Longanesi dal fascismo alla Repubblica
(edizione Le Lettere), Andrea Ungari,
storico e docente all’Università Luiss Guido Carli, ha approfondito un’altra
parte della biografia longanesiana, quella che va dal ’43 in poi. È in questo
periodo, infatti, che Longanesi dà vita a due attività di grandissima
importanza per la cultura italiana: la casa editrice a lui omonima e la rivista
Il Borghese. Entrambe esperienze,
spiega Ungari, che dimostrano come nel panorama italiano del secondo dopoguerra, piuttosto egemonizzato dal
moralismo e dall’intellettualismo progressista, Longanesi fosse l’unico ad
avere davvero in mente una politica culturale di destra. L’ideatore de Il Borghese, infatti, è il solo a
cercare di intercettare quella diffusa borghesia conservatrice che non si
riconosce né nella Dc, né nei partiti a vario titolo di sinistra, cercando di
dare alle sue istanze un’espressione “alta” , alternativa al Qualunquismo e
fenomeni affini.
Riscoprire
la figura di Longanesi, ad ogni modo, è importante non solo per capire meglio
la storia della cultura italiana, ma anche perché la sua eredità si estende a
una molteplicità di campi, che vanno dal giornalismo, all’editoria, alla
grafica e alla pubblicità. “È davvero difficile – spiga Ungari – rintracciare una personalità
simile nella storia successiva dell’Italia repubblicana”.
Perché un libro su
Longanesi oggi?
Da un punto di vista storico, ricostruire
la figura di Longanesi, e soprattutto quel passaggio importante della sua vita che
va dal 1943 al 1950, è importante perché si tratta di un personaggio fondamentale,
da un punto di vista giornalistico quanto culturale. La casa editrice, fondata nel
’46, ricopre un ruolo particolarmente rilevante, poiché è la sola a cercare di
alimentare e mantenere in vita una certa cultura di destra. Per questo, secondo
me, è importante riscoprire Longanesi: l’unico, tra l’altro, che nel panorama
della destra italiana del secondo dopoguerra ha davvero in mente, seppur in
maniera non organica, non lineare, una politica culturale della destra
conservatrice.
Di solito il suo nome è legato a Omnibus. Come mai ha deciso di dedicare il suo libro ad un periodo
diverso della biografia di Longanesi.
L’Assalto, il giornale di Arpinati,
da cui venne allontanato per un articolo particolarmente critico nei confronti
del principale finanziatori del fascismo bolognese, il Senatore Tassinari. Ci
sono, però, altre due esperienze davvero fondamentali: L’Italiano e Omnibus. Quest’ultimo
va dal ‘37 al ’39 e viene spesso ricordato perché praticamente inventa il rotocalco,
importando in Italia il grande giornale di informazione di matrice americana,
anglosassone. Svolge senz’altro ha un ruolo importante: basti pensare, ad
esempio, quanto Il Mondo di Pannunzio
ha ripreso da Omnibus nell’impaginazione
e nella grafica. L’altra esperienza importante è quella presso L’Italiano, una testata che si poneva
già controcorrente. È il giornale della Rivoluzione fascista – come recita il
sottotitolo – e, dal punto di vista culturale-letterario, è ancora più importante
di Omnibus, perché introduce tutta una serie di autori stranieri, soprattutto
americani, che verranno riscoperti negli anni successivi. Penso, ad esempio, a
John Fante e William Saroyan, oggi
ripubblicati da Fazi Editore. Le posizioni de L’Italiano, tra l’altro, sono spesso eterodosse anche rispetto al
fascismo o all’evoluzione successiva del fascismo. Basti pensare al numero
monografico che il giornale pubblicò contro l’instaurazione delle leggi
razziali in Germania: un numero che irrideva specificatamente al razzismo del
nazionalsocialismo.
Un personaggio particolare, quindi, anche
nel suo rapporto col fascismo.
Senz’altro si trattò di un rapporto
complesso. Longanesi aderisce al fascismo come gran parte della gioventù di
quegl’anni, quella che cresce sull’onda della Prima Guerra Mondiale, del
Dannunzianesimo, dell’impresa di Fiume. Lui, anagraficamente è del 1905. Al
momento dell’entrata in guerra dell’Italia ha dieci anni e la sua formazione
politica avviene nel periodo successivo, nell’immediato dopoguerra. Longanesi,
quindi, partecipa a quell’humus conservatore e contestativo nei confronti del
trattato di pace e della vecchia classe
dirigente liberale che non era riuscita ad imporsi. È anche impaurito dal biennio rosso. C’è sicuramente in lui una
reazione al socialismo abbastanza forte, tanto da diventare un tema costante
della sua attività intellettuale. Aderisce al fascismo per questo motivo.
Nonostante il suo carattere conservatore, è vicino agli elementi più
intransigenti del movimento, e con il regime ha sempre un rapporto
problematico. E poi, direi che più che fascista lui è “mussolinista”: vive in
questo mito di Mussolini e pensa che il fascismo possa davvero rigenerare la
società italiana e gli italiani. La sua rottura col regime si consuma proprio
su questo piano: sul disinganno nei confronti di un regime incapace di
riformare l’Italia, di creare una razza italica che sia davvero conscia di se
stessa. Il punto fondamentale è proprio il ruolo della borghesia, che Longanesi
ritiene essere di primissimo piano. E come dargli torto? È la borghesia italiana
che ha fatto il Risorgimento e creato lo Stato nazionale, e per lui rimane il
principale riferimento sia culturale che politico. La sua critica al fascismo è
proprio quella di non essere riuscito a ridare alla borghesia un ruolo guida. A
questa delusione si aggiunge poi il problema della guerra: questione che fece
prendere le distanza dal fascismo a gran parte della classe dirigente del
tempo.
Qual è, invece, l’importanza della casa editrice e de Il Borghese nel panorama culturale del
secondo dopoguerra?
A mio avviso svolgono entrambi un ruolo fondamentale, troppo
spesso sottovalutato. La Longanesi, in particolare, è la prima casa editrice
revisionista, forse addirittura l’unica, almeno per una lunga parte degli anni
’50. È l’unica voce conservatrice che si leva, nel secondo dopoguerra, contro
un progressismo culturale pomposamente retorico. È sicuramente una voce fuori
dal coro. Pubblica una serie di studi italiani e internazionali che cercano di
leggere sotto una nuova luce gli avvenimenti appena accaduti. Quest’attività è
importante anche perché da’ il senso del carattere assolutamente non
provinciale di Longanesi. La sua attenzione verso autori di rango
internazionale dimostra come le accuse di provincialismo culturale a lui
rivolte siano prive di senso. Longanesi pubblica scritti di studiosi come Charles
Beard, Alfred Fabre-Luce, Heinrich Hauser, che in
qualche modo cercano di riscrivere la storia della Francia e degli Stati Uniti,
nonché le attuali condizioni della Germania, in un’ottica un po’ diversa
rispetto alla vulgata tradizionale. Longanesi, insomma, cerca sempre di
riversare il suo carattere decisamente controcorrente anche nella casa
editrice.
Il Borghese si pone
invece come tentativo di dare un tono alto, dal punto di vista culturale e
giornalistico, alle tendenze della borghesia conservatrice italiana: quella che
non si riconosceva né in un certo progressismo socialista, né tantomeno
nell’atteggiamento radical chic del
settimanale Il Mondo. La rivista di
Longanesi si propone, in un certo senso, proprio come contro altare rispetto a
quella di Pannunzio, cercando di catturare quella parte della borghesia più
spostata su posizioni conservatrici.
Il Borghese si pone, quindi, come alternativa “alta” a fenomeni
come il Qualunquismo o al Candido di
Guareschi?
Sicuramente l’approccio è
differente. Siamo su posizioni diverse, come, d’altra parte, diverso è il
taglio rispetto alla catena Rizzoli e a grandi testate di informazione quali Oggi. Siamo di fronte a un giornalismo
di tutt’altra matrice, anche perché diversa è l’estrazione culturale di
Longanesi, che mantiene ben saldo il legame con le sue radici di borghese
conservatore.
Qual è l’eredità lasciata da Longanesi al giornalismo?
Credo che tutti i giornalisti
italiani debbano qualcosa a Longanesi, da Il
Mondo di Pannunzio a Epoca di Benedetti. La struttura e l’impaginazione de Il Giorno di Mattei è stata addirittura
pensata dallo stesso Longanesi. Il suo eclettismo lo ha reso una figura di
spicco in moltissimi campi, tra cui quello pubblicitario. Nel primo dopoguerra
fu un protagonista della grafica. Realizzò pubblicità per la Lambretta e per la
Piaggio. Pochi lo sanno, ma il logo dell’Agip fu un’invenzione longanesiana. È
un personaggio caratterizzato da una tale genialità da lasciare stupefatti. La
sua poliedricità è un punto importantissimo, sul quale non ci si è ancora
soffermati abbastanza. Longanesi, inoltre, era un autodidatta: non ha fatto
scuole di marketing, eppure era pubblicitario, pittore e incisore. Né tantomeno
ha studiato per diventare editore, eppure riusciva a intuire quali libri avrebbero
avuto successo e quali no. La casa editrice vive interamente su di lui, che da
solo fa l’editing, riscrive i libri e inventa gli autori. Questo, secondo me,
dà ancora di più l’idea dell’importanza attuale di una figura come quella di
Longanesi. È davvero difficile rintracciare una personalità simile nella storia
successiva dell’Italia repubblicana.
