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A proposito di Leo Longanesi

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intervista a Andrea Ungari di Laura Croce


A 50 anni dalla sua scomparsa, Leo Longanesi continua a far parlare di sé. L’eclettismo e la personalità mai banale di questo giornalista- editore- artista sempre controcorrente (non a caso maestro di Montanelli), suscitano ancora oggi interesse e ammirazione.

Il nome di Longanesi è solitamente legato a Omnibus, il prototipo italiano del rotocalco, da lui ideato e diretto per soli sue anni, dal ’37 al ’39. La vita piuttosto breve del settimanale, non molto gradito dal fascismo, è la prova della complessità della persona di Longanesi e del suo conservatorismo, certamente convinto ma non retorico, né tantomeno reazionario.

Longanesi, tuttavia, fu molto più di questo. Nel suo libro Un conservatore scomodo. Leo Longanesi dal fascismo alla Repubblica (edizione Le Lettere), Andrea Ungari, storico e docente all’Università Luiss Guido Carli, ha approfondito un’altra parte della biografia longanesiana, quella che va dal ’43 in poi. È in questo periodo, infatti, che Longanesi dà vita a due attività di grandissima importanza per la cultura italiana: la casa editrice a lui omonima e la rivista Il Borghese. Entrambe esperienze, spiega Ungari, che dimostrano come nel panorama italiano del secondo  dopoguerra, piuttosto egemonizzato dal moralismo e dall’intellettualismo progressista, Longanesi fosse l’unico ad avere davvero in mente una politica culturale di destra. L’ideatore de Il Borghese, infatti, è il solo a cercare di intercettare quella diffusa borghesia conservatrice che non si riconosce né nella Dc, né nei partiti a vario titolo di sinistra, cercando di dare alle sue istanze un’espressione “alta” , alternativa al Qualunquismo e fenomeni affini.

Riscoprire la figura di Longanesi, ad ogni modo, è importante non solo per capire meglio la storia della cultura italiana, ma anche perché la sua eredità si estende a una molteplicità di campi, che vanno dal giornalismo, all’editoria, alla grafica e alla pubblicità.  “È davvero difficile - spiga Ungari - rintracciare una personalità simile nella storia successiva dell’Italia repubblicana”. 

 

Perché un libro su Longanesi oggi?

Da un punto di vista storico, ricostruire la figura di Longanesi, e soprattutto quel passaggio importante della sua vita che va dal 1943 al 1950, è importante perché si tratta di un personaggio fondamentale, da un punto di vista giornalistico quanto culturale. La casa editrice, fondata nel ’46, ricopre un ruolo particolarmente rilevante, poiché è la sola a cercare di alimentare e mantenere in vita una certa cultura di destra. Per questo, secondo me, è importante riscoprire Longanesi: l’unico, tra l’altro, che nel panorama della destra italiana del secondo dopoguerra ha davvero in mente, seppur in maniera non organica, non lineare, una politica culturale della destra conservatrice.

Di solito il suo nome è legato a Omnibus. Come mai ha deciso di dedicare il suo libro ad un periodo diverso della biografia di Longanesi.     

L’Assalto, il giornale di Arpinati, da cui venne allontanato per un articolo particolarmente critico nei confronti del principale finanziatori del fascismo bolognese, il Senatore Tassinari. Ci sono, però, altre due esperienze davvero fondamentali: L’Italiano e Omnibus. Quest’ultimo va dal ‘37 al ’39 e viene spesso ricordato perché praticamente inventa il rotocalco, importando in Italia il grande giornale di informazione di matrice americana, anglosassone. Svolge senz’altro ha un ruolo importante: basti pensare, ad esempio, quanto Il Mondo di Pannunzio ha ripreso da Omnibus nell’impaginazione e nella grafica. L’altra esperienza importante è quella presso L’Italiano, una testata che si poneva già controcorrente. È il giornale della Rivoluzione fascista - come recita il sottotitolo - e, dal punto di vista culturale-letterario, è ancora più importante di Omnibus, perché introduce tutta una serie di autori stranieri, soprattutto americani, che verranno riscoperti negli anni successivi. Penso, ad esempio, a John Fante e William Saroyan, oggi ripubblicati da Fazi Editore. Le posizioni de L’Italiano, tra l’altro, sono spesso eterodosse anche rispetto al fascismo o all’evoluzione successiva del fascismo. Basti pensare al numero monografico che il giornale pubblicò contro l’instaurazione delle leggi razziali in Germania: un numero che irrideva specificatamente al razzismo del nazionalsocialismo.

Un personaggio particolare, quindi, anche nel suo rapporto col fascismo. 

Senz’altro si trattò di un rapporto complesso. Longanesi aderisce al fascismo come gran parte della gioventù di quegl’anni, quella che cresce sull’onda della Prima Guerra Mondiale, del Dannunzianesimo, dell’impresa di Fiume. Lui, anagraficamente è del 1905. Al momento dell’entrata in guerra dell’Italia ha dieci anni e la sua formazione politica avviene nel periodo successivo, nell’immediato dopoguerra. Longanesi, quindi, partecipa a quell’humus conservatore e contestativo nei confronti del trattato di pace e  della vecchia classe dirigente liberale che non era riuscita ad imporsi. È anche impaurito dal  biennio rosso. C’è sicuramente in lui una reazione al socialismo abbastanza forte, tanto da diventare un tema costante della sua attività intellettuale. Aderisce al fascismo per questo motivo. Nonostante il suo carattere conservatore, è vicino agli elementi più intransigenti del movimento, e con il regime ha sempre un rapporto problematico. E poi, direi che più che fascista lui è “mussolinista”: vive in questo mito di Mussolini e pensa che il fascismo possa davvero rigenerare la società italiana e gli italiani. La sua rottura col regime si consuma proprio su questo piano: sul disinganno nei confronti di un regime incapace di riformare l’Italia, di creare una razza italica che sia davvero conscia di se stessa. Il punto fondamentale è proprio il ruolo della borghesia, che Longanesi ritiene essere di primissimo piano. E come dargli torto? È la borghesia italiana che ha fatto il Risorgimento e creato lo Stato nazionale, e per lui rimane il principale riferimento sia culturale che politico. La sua critica al fascismo è proprio quella di non essere riuscito a ridare alla borghesia un ruolo guida. A questa delusione si aggiunge poi il problema della guerra: questione che fece prendere le distanza dal fascismo a gran parte della classe dirigente del tempo.

Qual è, invece, l’importanza della casa editrice e de Il Borghese nel panorama culturale del secondo dopoguerra?

A mio avviso svolgono entrambi un ruolo fondamentale, troppo spesso sottovalutato. La Longanesi, in particolare, è la prima casa editrice revisionista, forse addirittura l’unica, almeno per una lunga parte degli anni ’50. È l’unica voce conservatrice che si leva, nel secondo dopoguerra, contro un progressismo culturale pomposamente retorico. È sicuramente una voce fuori dal coro. Pubblica una serie di studi italiani e internazionali che cercano di leggere sotto una nuova luce gli avvenimenti appena accaduti. Quest’attività è importante anche perché da’ il senso del carattere assolutamente non provinciale di Longanesi. La sua attenzione verso autori di rango internazionale dimostra come le accuse di provincialismo culturale a lui rivolte siano prive di senso. Longanesi pubblica scritti di studiosi come Charles Beard, Alfred Fabre-Luce, Heinrich Hauser, che in qualche modo cercano di riscrivere la storia della Francia e degli Stati Uniti, nonché le attuali condizioni della Germania, in un’ottica un po’ diversa rispetto alla vulgata tradizionale. Longanesi, insomma, cerca sempre di riversare il suo carattere decisamente controcorrente anche nella casa editrice.

Il Borghese si pone invece come tentativo di dare un tono alto, dal punto di vista culturale e giornalistico, alle tendenze della borghesia conservatrice italiana: quella che non si riconosceva né in un certo progressismo socialista, né tantomeno nell’atteggiamento radical chic del settimanale Il Mondo. La rivista di Longanesi si propone, in un certo senso, proprio come contro altare rispetto a quella di Pannunzio, cercando di catturare quella parte della borghesia più spostata su posizioni conservatrici.

Il Borghese si pone, quindi, come alternativa “alta” a fenomeni come il Qualunquismo o al Candido di Guareschi?

Sicuramente l’approccio è differente. Siamo su posizioni diverse, come, d’altra parte, diverso è il taglio rispetto alla catena Rizzoli e a grandi testate di informazione quali Oggi. Siamo di fronte a un giornalismo di tutt’altra matrice, anche perché diversa è l’estrazione culturale di Longanesi, che mantiene ben saldo il legame con le sue radici di borghese conservatore. 

Qual è l’eredità lasciata da Longanesi al giornalismo?

Credo che tutti i giornalisti italiani debbano qualcosa a Longanesi, da Il Mondo di Pannunzio a Epoca di Benedetti. La struttura e l’impaginazione de Il Giorno di Mattei è stata addirittura pensata dallo stesso Longanesi. Il suo eclettismo lo ha reso una figura di spicco in moltissimi campi, tra cui quello pubblicitario. Nel primo dopoguerra fu un protagonista della grafica. Realizzò pubblicità per la Lambretta e per la Piaggio. Pochi lo sanno, ma il logo dell’Agip fu un’invenzione longanesiana. È un personaggio caratterizzato da una tale genialità da lasciare stupefatti. La sua poliedricità è un punto importantissimo, sul quale non ci si è ancora soffermati abbastanza. Longanesi, inoltre, era un autodidatta: non ha fatto scuole di marketing, eppure era pubblicitario, pittore e incisore. Né tantomeno ha studiato per diventare editore, eppure riusciva a intuire quali libri avrebbero avuto successo e quali no. La casa editrice vive interamente su di lui, che da solo fa l’editing, riscrive i libri e inventa gli autori. Questo, secondo me, dà ancora di più l’idea dell’importanza attuale di una figura come quella di Longanesi. È davvero difficile rintracciare una personalità simile nella storia successiva dell’Italia repubblicana.   

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