A questo si è ridotto Obama. Inseguire la democrazia
21 Febbraio 2011
Negli ultimi dieci anni abbiamo affrontato due guerre per imporre il valore della democrazia nel mondo arabo e musulmano, riesumando il peggiore bagaglio orientalista per riuscirci, e descrivendo l’islam come un’entità statica, incapace di cambiare, ferma a qualche secolo fa, aliena alla democrazia e al libero mercato. Sono stati dieci anni durissimi, in cui lentamente abbiamo capito che una parte di quel mondo aveva dichiarato guerra all’Occidente prima ancora che fossimo noi a farlo, sacrificando giovani vite in nome di un martirio divino.
Ora il pericolo di Al Qaeda e del terrore islamista sembra offuscato da una serie di rivoluzioni più o meno pacifiche, scoppiate senza che lo volessimo e senza che ce lo aspettassimo, e di cui non conosciamo ancora esattamente i rischi, le dimensioni e la portata. Da qualche mese, assistiamo con un misto di incredulità e sgomento alle rivolte che stanno sconvolgendo il Nordafrica, rovesciando uno dopo l’altro i regimi al potere in quei Paesi. Autocrazie e dittature che avevamo tollerato, per ragioni di utilità diplomatica ed economica, finiscono nella polvere.
Nessuno si è spinto oltre il presidente George W. Bush nella promozione della democrazia, ma neppure lui si è spinto oltre un certo punto, lasciando al loro posto i despoti sauditi e i loro omologhi in Egitto, Tunisia, Libia. Fu proprio Bush a ‘sdoganare’ Gheddafi. E mai come adesso, nel momento migliore per intervenire e rovesciare dal piedistallo il vecchio “cane pazzo”, invece di darci da fare restiamo alla finestra, come abbiamo sempre fatto durante queste jasmine revolutions.
Per cui non deve apparire paradossale se l'(ex) ambasciatore libico alle Nazioni Unite, Ali Aujali, in una intervista supplichi l’amministrazione Obama di “fermare” quanto sta accadendo nel suo paese. “Non chiederei mai di intervenire fisicamente, ma chiedo alla amministrazione Usa di prendere una posizione forte affinché quanto stia accadendo in Libia sia fermato, ora”.
