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A settembre i primi miglioramenti, ma serve ancora tempo

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E’ ancora pesante il bollettino della guerra in Iraq. Comunque lo si voglia leggere – dalla parte delle vittime civili o dei caduti militari, e nonostante l’offensiva nei confronti degli insorti non abbia certo ricevuto alcuna battuta d’arresto – il bilancio degli ultimi mesi grava ancora, e non poco, sulle aspettative di riuscita della missione americana. Negli Stati Uniti, poi, anche in vista delle presidenziali del prossimo anno, il dibattito sul ritiro delle truppe è divenuto sempre più acceso e all’ordine del giorno. L’ultima richiesta, che risale a qualche giorno fa, quella del democratico John Murta che annunciava di voler richiedere il rientro entro novembre per completarlo nel prossimo anno. A rispondergli il generale Petraues in persona, d'accordo con i più importanti diplomatici statunitensi. Petraeus ha scongiurato una riduzione (se non un ritiro) del contingente Usa dall’Iraq, proprio nel momento in cui si registrano notevoli progressi militari. In sostanza, il generale chiede più tempo per dimostrare a tutti la validità del piano di Bush per l'Iraq. E mentre l'ambasciatore Ryan Crocker, ed i suoi colleghi diplomatici, si fanno cauti nel non menzionare alcuna data certa per avere riscontro dei primi vistosi miglioramenti, Petraues ribadisce che un ritiro delle sue truppe, semmai ce ne sarà bisogno a breve, dovrebbe avvenire “senza compromettere i risultati fin qui ottenuti”.

Come a voler rafforzare gli argomenti del suo generale più in vista, giovedì 26 luglio, il presidente Bush ha tenuto un discorso alla base aerea di Charleston nella Carolina del sud, ritornando sulla connessione tra gli attentati dell'11 settembre e l'organizzazione di al-Qaeda in Iraq. E per bocca del suo vice-presidente Dick Cheney, intervistato da Larry King della Cnn, ha ammesso di aspettarsi significativi passi avanti per settembre: “I reports che ricevo da persone delle cui vedute ho profondo rispetto indicano che il piano Petraeus, sta infatti producendo risultati”, ha dichiarato Cheney.

Al coro delle voci ottimiste, si uniscono anche alcuni ufficiali militari statunitensi che proprio ieri hanno discusso al “Combined Press Information Center” della situazione irachena nelle ultime sei settimane, da quando , cioè, la “surge” è entrata in vigore. Il generale Kevin J. Bergner, portavoce ufficiale delle forze della coalizione, Paul Brinkley, vice-sottosegretario alla Difesa per la ricostruzione economica, e Philip Reeker, consulente per le relazioni pubbliche all'ambasciata Usa di Baghdad, hanno parlato davanti alla stampa della situazione attuale in Iraq, sottolineando come si registrino progressi “non solo nel numero di capi terroristi catturati o uccisi ma anche dal punto di vista del coraggio del popolo iracheno, del loro supporto alle forze di sicurezza, e la loro presa di posizione consapevole contro la violenza”.

 Anche sul fronte dell'unificazione nazionale, importantissimo in un paese come l'Iraq, si sono registrati notevolissimi progressi. Il 2 agosto diciotto capi supremi- rappresentanti di 14 importanti tribù sia sunnite che sciite – si sono incontrati al Baquba Government Center e hanno ratificato un accordo di pace, con tanto di giuramenti di rito, che rappresenta un passo avanti storico. Nulla di simile sarebbe potuto accadere durante la dittatura di Saddam, che invece utilizzava il principio del divide et impera, proprio per tenere le redini del potere e non condividerle con nessuno.

L'incontro è stato patrocinato da Ra’ad Hameed Al-Mula Jowad al-Tamimi, il governatore della provincia di Diyala, dal Generale Abdul Kareem, il comandante delle forze di sicurezza irachene della provincia e il Colonnello David Sutherland, a capo delle forze di coalizione di Diyala. All'incontro erano presenti anche alcuni Sceicchi a rappresentanza di tre tribù sciite, undici tribù sunnite e 60 delle cento sotto-tribù della provincia.

“Costruiamo questa tenda sotto cui vivere tutti insieme come una famiglia- tutte le tribù e le persone di Diyala. Dobbiamo essere come una sola famiglia”, ha detto al-Tamini, che poi ha aggiunto “i problemi possono essere risolti dagli Sceicchi che hanno una grossa influenza sulle tribù”.

Proprio su quest'ultimo punto gli studiosi della situazione irachena si trovano d'accordo: visto che il tessuto sociale del paese è, purtroppo, tenuto insieme dai capi tribù, l'unica cosa da fare è rivolgersi a loro perché indichino la strada da imboccare sulla via della riunificazione nazionale. Si tratta di una mossa tanto dolorosa- sarebbe molto meglio che tutte queste divisioni basate sulla religione d'appartenenza non esistessero -quanto inevitabile. L'esercito Usa si sta ponendo come mediatore tra le varie etnie, uno sforzo notevole che va senz'altro tenuto in considerazione.




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