A un mese dallo tsunami la stampa si è già dimenticata del Giappone

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A un mese dallo tsunami la stampa si è già dimenticata del Giappone

12 Aprile 2011

Alle 14.45 di ieri tutto il Giappone si è fermato ad ascoltare per un minuto a testa china il suono delle sirene in ricordo delle 28mila vittime del devastante tsunami che lo ha flagellato l’11 marzo scorso. Silenziosi, stoicamente resistenti al dolore, esempi viventi di dignità questi giapponesi. Sì, tanto silenziosi che noi occidentali abbiamo fatto presto a tapparci le orecchie e lasciar scivolare nel dimenticatoio uno dei disastri naturali più atroci del XXI secolo.

E i giornalisti, dal canto loro, hanno posato le penne e chiuso gli obiettivi fotografici, andando alla ricerca di nuovi e più succulenti fatti da sbattere in prima pagina. Come molti eventi anche quello del terremoto/tsunami nipponico, infatti, non è stato risparmiato dal fenomeno delle schizofreniche impennate e successive discese mediatiche. Se nelle prime settimane dopo il sisma la stampa internazionale e nostrana gridava alla tragedia e ci si stracciava le vesti per le temibili conseguenze del disastro nucleare generato dalle esplosioni avvenute nei reattori di Fukushima, adesso tutto tace e sembra che l’onda anomala abbia spazzato via quello che è stato detto e scritto nei giorni “caldi” dell’earthquake.

Finché se ne è parlato, lo tsunami è stato il grande protagonista dimenticato di questa “apocalisse”. Se le immagini di devastazione che abbiamo visto in tv ci ricordano quanto la natura possa essere matrigna ciò a cui i giornali hanno dato maggiormente risalto è stata la questione “radioattività” (nel nostro Paese strumentale a far riaccendere l’annoso e controverso dibattito: nucleare o non nucleare?). Ma a Fukushima centinaia di persone sono morte per il crollo di una diga, non per colpa della nube radioattiva.

La cosa che sgomenta maggiormente è che persino le ultime allarmanti notizie provenienti da Tokyo – l’innalzamento dal livello 5 al livello 7 della crisi nucleare, dato paragonabile solo a Chernobyl ’86 (paragone che fino a pochi giorni fa faceva storcere il naso agli esperti e che l’opinione pubblica sottostimava) o “forse anche peggio” come dichiarato da un portavoce della Tokio Electric Power (Tepco), la nuova forte scossa di magnitudo 6,3 registrata attorno alle 7 del mattino, ora italiana, con epicentro proprio la prefettura di Fukushima e il conseguente black-out negli impianti, il reattore 4 andato a fuoco la notte scorsa, la presenza (altra emergenza senza precedenti) lungo la costa tra gli 80 e 200 milioni di tonnellate di macerie che in parte mare e fango hanno fuso con quantità enormi di sostanze tossiche (carburante, vernici, elementi chimici usati dalle industrie, materiale elettronico) – sembrano non meritare più di un articolo a tre colonnine sui giornali.

I titoloni a piena pagina di meno di un mese fa “Giappone, sisma più rovinoso mondo, Tokyo allarme acqua”, “Nuove scosse in Giappone, la nube di Fukushima verso l’Europa”, “Altissimo l’allarme radiazioni”, “Acqua, latte, frutta e verdura sono state contaminate”, “Danni per 300 miliardi di dollari”, “Siamo tutti giapponesi” hanno lasciato lo spazio a una certa indifferenza su come il Giappone e i giapponesi stiano affrontando l’emergenza, che adesso può definirsi tale, con i disastrosi effetti che si stanno dispiegando giorno dopo giorno. Storie drammatiche o degne di essere definite ‘miracolose’ quali quelle di Hiroshi Kosai che ha perso tragicamente i genitori nel disastro o di Hiromitsu Shinkawa salvatosi dopo aver vagato sul tetto della sua casa, usato come una zattera per due giorni, o ancora, di Masako Sawasato, ribattezzata la “madre risorta” riapparsa 9 giorni dopo la catastrofe a Yamadachi e di Nobuko Kurosaki, medico chirurgo, che da un mese è votata al salvataggio di vite, rimarranno confinate nei cantucci di qualche blog.