Home News Abbiamo bisogno di “un luogo della mente” per ritrovare noi stessi. Rileggiamo Mario Luzi

Un nuovo libro sul poeta del Novecento

Abbiamo bisogno di “un luogo della mente” per ritrovare noi stessi. Rileggiamo Mario Luzi

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«“C’è ancora un futuro per l’uomo?” si chiede Luzi in Su fondamenti invisibili (1971), se c’è è in questo “gorgo di salute e malattia”, in questo “luogo della mente”, cioè il cuore, il teatro della manifestazione dell’essere, il luogo dove l’attesa produce la storia, dove si decide se compiere il balzo o rimanere in catene.» (p. 113)

In queste parole si coglie il nucleo attorno a cui si dipana il testo di Michele Cencio, autore di “Un luogo della mente. Teatro e tragico nel poeta Mario Luzi” (Fondazione Mario Luzi Editore, Roma 2020, 22,90€), il quale compie, insieme al poeta fiorentino, un complesso cammino d’introspezione all’interno dell’intricata vicenda umana del secolo scorso. Ne analizza i lati più oscuri e controversi: dal problema della manipolazione della ‘parola’ che produce il malinteso nonché la svalutazione del linguaggio e la propaganda; ai meccanismi perversi di un potere che logora le coscienze; dalla fine della tragedia stessa – che coincide in sostanza con ciò che Pasolini denunciava come “omologazione del pensiero” – al dramma della frammentazione sociale e culturale di un mondo «perduto dietro gli episodi, scisso in tante piccole e primitive mitologie sorte in mancanza di un mito, di una fede, di una convinzione» (M. Luzi, Tutto in questione, p. 27).

Il tutto attraverso gli occhi di uno dei più grandi poeti del Novecento che – come dichiarerà egli stesso in Presso il Bisenzio (Nel magma, 1963) – deciderà di passare «da altre parti» compiendo un inedito tracciato poetico-esistenziale che lo porterà «dall’ermetismo dei primi anni, […] ad una poesia prosastica immersa nel magma della storia» (Introd., p. 8). In effetti, come emerge chiaramente dal testo, l’approdo al teatro tragico in Luzi, se da un lato risulta come il naturale deflusso di un lungo e complesso cammino di ricerca alle radici dell’identità non solo poetica ma umana – e questo verrà richiamato soprattutto nei primi due capitoli –, dall’altro sarà ciò che lo disporrà a discostarsi nettamente dalle esperienze avanguardistiche e del teatro sperimentale degli anni ’70. Tentativi certamente sinceri, agli occhi di Luzi, ma parziali e insoddisfacenti per la propria sete di verità, che intendeva spingerla al fondo della questione dell’uomo, di tutti i tempi.

Un traguardo ambizioso è avvalorato da un cammino altrettanto faticoso, infatti per giungere al nocciolo della questione sarà necessario che la Parola poetica si sganci da una dimensione atemporale per ritrovare quel carattere eracliteo-dialogico capace di rimettere in circolo la potenza veritativa anche e soprattutto in mezzo alle vicende umane. Il sacro si perde nel profano e il profano anela al sacro. Cencio già nell’Introduzione offre una chiave interpretativa, una via d’uscita alla «più tetra tragedia» che ha soverchiato l’umanità contemporanea, cioè «quella che non ha più nemmeno la forza di esprimersi» (Hystrio, 1987), e lo fa citando questi versi luziani di Corale per la città di Palermo per Santa Rosalia (1989): «Ha bisogno del divino / l’uomo: lo ha in sé […] Questo bisogno d’incarnazione!».

Un bisogno, quasi uno sforzo a tentoni, che come lampada cercherà di far luce, pagina per pagina, alle articolate questioni esistenziali che lo stesso autore vive con Luzi. Il rovello del poeta fiorentino sembra aver permeato l’animo di Michele Cencio che, da fedele luziano, non cede nell’offrire facili risposte ma rimane al livello interrogativo persino nel suo capitolo conclusivo che rilancia in domanda: “Fine, … o cominciamento?”.

Sono le domande il vero motore che possono far ripartire la storia, una storia impantanata, stagnata dalle torbide vicende della corruzione e del male che aggroviglia le relazioni sociali, ma pur sempre una storia in continuo fieri, che come “cammino purgatoriale”, può ancora rinascere dalle ceneri. E questo fintanto che esisterà quell’unico luogo dove la dimensione tragica dell’uomo esprime la sua massima potenza interrogativa: il “luogo della mente”, la coscienza nel quale auto-riflettersi per ritrovare sé stessi, come singoli e come humanitas; quel gorgo di “salute e malattia”, ove la Voce tra le voci richiama a sè.

«L’ascolto mette in movimento, in tensione verso qualcosa di oscuro ma che “conosco da sempre”. È questo cammino a ritroso nel tempo che aiuta a progredire nella storia e superare l’inferno, “là da dove non c’è più moto”. Superare non significa saltarlo, ma attraversarlo, per arrivare a comprendere che “il pensiero fluttuante della felicità” sta nel “tornare a rimira le stelle”, ritornare a desiderare quel luogo di origine e di riposo dal quale tutti siamo diretti» (p. 110).

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