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Aboliamo il concertone

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Il problema del concertone non è Andrea Rivera. E’ il concertone. Partito come manifestazione a sostegno del sindacato si è trasformato nel suo opposto. L’unico servizio che ormai Cgil-Cisl-Uil rendono al mondo del lavoro è infatti l’organizzazione del maxi-concerto, che garantisce ogni anno lavoro e salari a un mare di persone grazie a sponsorizzazioni e alla diretta di Rai3. E pazienza se, come è capitato al Festival di Sanremo, che si è mangiato la canzone italiana, il Concertone si è mangiato il sindacato. In cambio dei cinqueminutini sul palco ne ottengono cinquanta in diretta tv, e la pubblicità vale la spesa. Intanto il mostro si evolve, si ingrossa, s’involgarisce. Grazie a Claudia Gerini, una che presenta gridolinando, proclama di essere cambiata dopo l’ascolto di Chuk Berry, dice tutto con l’esclamativo, Piazza San Giovanni non ha più nulla da invidiare al casinò della Riviera.

E’ il festivàl di Sanremo del luogocomunismo, dei soviet cantautorali, del guevarismo inteso come versione politica del bovarismo, vale a dire frustrazione mixata col velleitarismo, del me la canto e me la suono. Eccezionalmente vi brilla una stella, come accadde l’anno scorso con Vinicio Capossela, di solito sono otto ore di bruma musicale e di afrore ideologico. Ma, come accade a Sanremo, l’ufficialità delle riprese  Rai fanno del Concertone una ribalta mediatica  capace di trasformare ogni comparsa in divetto e ogni banalità in “dibbattito”. Di qui l’appello per un nuovo referendum: aboliamo il Concertone, o in alternativa Rai3.  Tanto le botte rischiamo di pigliarle anche raccogliendo le firme solo sulla legge elettorale, come è successo a Segni in Piazza San Giovanni.

Quel che vorremmo davvero scongiurare è che una battuta scontata di un apprendista comico sul Papa e le ambiguità della Chiesa diventi caso politico e affare di Stato. Magari avranno ragione Alberto Melloni, Francesco Paolo Casavola, Antonio Socci: non si scherza col fuoco, e quando le Br minacciano, quando il capo dei Vescovi è sotto scorta, quando i cristiani sono massacrati nei paesi islamici, meglio rinunciare alla critica, all’ironia, alla beffa. Magari. Io la penso all’opposto: non mi importa se le vignette anti-islamiche sono divertenti, ciò che conta è che siano libere di circolare. Non mi importa se Andrea Rivera fa una battuta che non graffia o graffia troppo, ciò che conta è che la dica senza temere ritorsioni (e l’accostamento al terrorismo lo è). Resto dell’idea che la libertà sia il miglior antidoto ai rischi ad essa connessa, e che il terrorismo non farà proseliti se  il creazionismo viene messo alla berlina. A una Chiesa di minoranza il liberalismo non può far che bene.

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1 COMMENT

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    Caro Taradash,
    io e lei come Totò e Peppino a Berlino: ci divide quasi tutto, a partire dal suo retroterra radicale; tuttavia sono sostanzialmente d’accordo con lei… in superficie, però.
    Nel profondo, le dirò: lei ha un concetto di libertà davvero schematico, tecnico. Di un pragmatismo disarmante.
    Un esempio spiccio: sono forse libera di dire che “un negro mi è inferiore”? No!
    Ecco quindi due cosette su cui riflettere: la menzogna e l’ideologia.
    Rivera difatti ha detto un cumulo di castronate e di menzogne, a partire dal concetto di evoluzione che non ha certo a che fare col progresso di quasivoglia natura (persino gli evoluzionisti più coriacei respingono questa equazione grossolana), fino all’accusa di concedere esequie coi tarallucci e vino ai dittatori di ogni risma.
    La faccenda è tutta qui.
    Si è davvero liberi di dare fiato alle trombe e alle grancasse tanto per screditare un nemico ideologico?
    Io temo di no, poi lei faccia ciò che crede.
    Io penso che lei sappia benissimo, forse pure meglio di me, che la concessione di un funerale religioso non costituisce mai un giudizio morale, ma qualora un sacerdote sia chiamato a celebrare il funerale di Totò Riina è perchè il de cuius l’ha richiesto e ha pensato bene di domandare a Dio la remissione delle sue porcherie ed omissioni. E chi è un sacerdote per sostituirsi, nel giudizio, al Dio di cui va testimoniando? Un sacerdote a domanda risponde, punto. Un funerale religioso non è una decorazione al valore civile, né un premio per le sofferenze, ma è un ulteriore conferma della propria personale (sottolineo PERSONALE, e non degli eredi) testimonianza, fosse anche quella dell’ultima ora.
    Un sacerdote non potrebbe sottrarsi neppure davanti a un Hitler contrito e implorante misericordia.
    Ricordo un Voltaire che pretese una tonaca al capezzale… ma, discutibile o no, fu la sua volontà apertamente dichiarata, e non il “pio” desiderio peloso delle folle sciamannate ignoranti e petulanti.
    Libertà sì, Taradash, tutto quello che vuole, ma nell’esprimersi cerchiamo di non eccedere nel delirio demagogico, ideologico e coprolalico.
    Si ricordi, Taradash, che non abbiamo l’anella al naso, noi che al concertone non ci andiamo.

    Roby

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