Addio ai paradisi fiscali. Ma con quali conseguenze?

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Addio ai paradisi fiscali. Ma con quali conseguenze?

 

Fine dei giochi per i trust, le fondazioni bancarie coperte da segreto. A cedere alle pressioni (o alle minacce, a seconda di come la si vuole vedere) dell’OCSE sono stati in molti, specie nell’ultima settimana.

Dal Liechtenstein al Lussemburgo, dalla Svizzera all’Austria passando per Andorra, Belgio e Monaco: la lista dei paesi che dovranno aprire alla trasparenza sui conti correnti esteri aperti all’interno dei propri confini, si allunga ogni giorno di più. Tutto per colpa di un dvd targato Principato del Liechtenstein, venduto da un informatore ai servizi segreti tedeschi oltre un anno fa e contenente milioni di dati bancari, tutti rendiconto di numerose operazioni finanziarie per evadere le imposte o per frodare il fisco, secondo gli inquirenti. Questo l’inizio. Ma cos’è successo dopo? La crisi finanziaria ha fatto emergere quanto più di marcio vi fosse nel mondo della finanza, anche se non del tutto. Ecco quindi lo scandalo Lehman Brothers ed i conti esteri che gli executive detenevano nelle Cayman Islands; i maxi benefit dei manager di General Motors che, mentre la loro compagnia è sull’orlo del baratro, continuano a macinare danaro tramite le stock options; l’affaire Madoff ed il suo “schema Ponzi”, tanto ingenuo quanto efficace nel frodare gli ignari clienti dell’ex presidente del Nasdaq. Alla lunga, qualcosa doveva pur accadere, al fine di veicolare il messaggio che le autorità finanziarie quando serve ci sono e corrono ai ripari contro la crisi. Ed ecco allora che si colpisce dove si può, dove la cassa di risonanza mediatica è maggiore.

La Svizzera, in cui il segreto bancario è un’istituzione dagli anni trenta, ha parlato per prima, anche se controvoglia. Durante l’ultima guerra mondiale, infatti, la Confederazione elvetica divenne un’imprescindibile ancora di salvezza per i risparmi di centinaia di migliaia di perseguitati dalle dittature, tra cui ebrei e perfino comunisti. Nel dopoguerra, come tutti gli altri paradisi fiscali (ai quali, non si sa bene per quale ragione, i benpensanti preferiscono i più politicamente corretti inferni fiscali), la Svizzera ha rappresentato una valvola di sfogo, un importante metro di paragone per tutti gli altri Stati, costretti dalla concorrenza fiscale a non far lievitare troppo le aliquote in casa propria. Ora, l’adesione recentemente annunciata dal Ministro al sistema di trasparenza dettato dall’art. 26 del modello di Convenzione dell’OCSE non può che complicare le cose. L’associazione svizzera dei banchieri ha già minacciato iniziative pesanti nel caso il nodo si stringesse ancora di più. Ma la sconfitta è doppia per Berna, dato che queste decisioni arrivano dopo le perdite di bilancio iscritte a bilancio da UBS, colosso bancario internazionale specializzato nel wealth management. Perdite dovute alla crisi finanziaria, ma anche ai 780 milioni di dollari che le autorità di vigilanza statunitensi hanno comminato ad UBS a seguito di un’indagine sull’evasione di svariati correntisti americani. Le nuove misure, infatti, prevedono che i cittadini esteri con depositi bancari presso gli istituti di credito elvetici siano sottoposti ad un programma di trasparenza che, di fatto, elimina il segreto bancario. Discorso differente per i cittadini svizzeri, ai quali continuerà ad essere applicata la disciplina vigente, che tratta in maniera differente evasione (illecito amministrativo- e non peccato capitale!) e frode (reato penale).

Un cambiamento epocale a cui la Germania mostra però di non credere, creando nuovamente subbuglio. In quest’ultimo anno Berlino è stato infatti il più feroce avversario dei paradisi fiscali europei. In particolar modo, il Ministro delle Finanze Peer Steinbrück (Spd) ha più volte rischiato la crisi diplomatica per i toni aspri da crociata con i quali ha commentato e sentenziato su affari che, fino a prova contraria, erano e restano tuttora soggetti alla sovranità di altri Stati. Non quindi di “privilegi” si tratta, come ha scritto ieri su queste colonne Giovambattista Palumbo, ma di libertà. Libertà che si tenta ora di conculcare dall’esterno e libertà alle quali fanno da contraltare le espropriazioni dell’azionariato privato delle banche, minacciate con una certa disinvoltura dal governo tedesco.

Le pressioni e l’arroganza dei grandi (“E’ scoccata l’ora degli Stati” scriveva in un polemico editoriale Rainer Hank sulla FAZ appena qualche giorno fa) pare insomma aver avuto la meglio. Anche in Lussemburgo e Liechtenstein le misure prese sono analoghe a quelle svizzere, con la disponibilità a collaborare con l’UE in fatto di trasparenza e con la promessa dell’allentamento del criticatissimo segreto bancario. Vaduz venderà inoltre la divisione che gestisce i trust, finora nelle mani della banca LGT che fa capo alla famiglia reale; per riattrarre i capitali in fuga, però, si è anche impegnata ad abolire l’imposta sul capitale e sui dividendi. Una mossa scontata in un momento in cui il Liechtenstein rischia di perdere migliaia di clienti e quindi la base del proprio benessere. Il Lussemburgo, proprio come l’Austria, ha rifiutato di eliminare il segreto bancario, promettendo però di fornire dati caso per caso e su richiesta, adeguandosi al sistema istituito all’interno dell’UE nel 2005. Il Belgio si è invece detto pronto a rivedere le regole sul segreto bancario, che dovrebbe scomparire nel 2010. Andorra ha fatto lo stesso, annunciando l’intenzione di volerlo abolire entro la fine dell’anno.

Insomma, uno ad uno i paradisi stanno capitolando. Ma il sentore è che fra nazionalizzazioni, ricerca di trasparenza estrema, controlli incrociati e prefetti nelle banche si perda il lume della ragione. Confondere il segreto bancario ed il sacrosanto diritto alla riservatezza (la privacy non è era il nonplusultra della modernità?) con il pericolo di evasione o frode è quanto più di sbagliato e fazioso ci possa essere. Le malversazioni emerse negli ultimi anni sono state fatte sotto gli occhi di tutti, dai politici alle autorità di controllo, senza che qualcuno muovesse un dito. In realtà, il problema è che la riflessione pacata in un momento nel quale la pancia della gente gorgoglia e i politici scalpitano per trovare a tutti i costi un capro espiatorio non può davvero trovare alcuna sede di discussione autorevole. Tanto vale rassegnarsi. D’ora in poi la concorrenza fiscale sarà solo più al rialzo.