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Le conseguenze della morte di Bin Laden

Adesso Obama può uscire da Kabul e ricucire con Islamabad

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Al di là del valore simbolico della morte dello sceicco del terrore, la sua scomparsa dalla scena non cambia nella sostanza la realtà sul terreno. Già da tempo egli non esercitava più alcun controllo operativo su al Qaeda, ma solo una mera funzione di direzione ideologica, a cui tra l’altro aveva abdicato a favore della formazione yemenita al Qaida nella Penisola Arabica (Aqap). Questa si è dimostrata particolarmente attiva sul terreno della propaganda, ad esempio con l’appello ai musulmani ad adottare un modello di resistenza acefalo anziché ad affiliarsi a gruppi ben definiti.

Questa formazione, e in misura minore al Qaida nel Maghreb Islamico (Aqmi), hanno inoltre declassato sotto il profilo operativo la struttura centrale, o il core, dell’organizzazione, duramente compromessa dai colpi assestati dalle forze militari e l’intelligence statunitensi. A queste formazioni regionali jihadiste si sovrappone l’ampio bacino dei terroristi “fai da te” e homegrown presenti nei Paesi occidentali, compresa l’Europa, e a rischio di radicalizzazione.

Appare evidente che la pressione non deve essere allentata sui gruppi regionali, impedendo che essi possano maturare sul piano operativo fino a costituire una potenziale minaccia strategica dalla proiezione transnazionale. Analogamente, occorre mantenere alta la guardia per scongiurare attacchi “amatoriali”, dello stesso genere sperimentato per la prima volta dal nostro Paese nell’ottobre del 2009 con il fallito attacco kamikaze alla caserma Santa Barbara di Milano. Ma tutto ciò era già palese prima che Osama rimanesse ucciso nell’operazione messa a segno dagli uomini dell’U.S. Naval Special Warfare Development Group (o Seal Team Six).

Il leader ucciso resterà probabilmente un simbolo o assurgerà alla figura di martire, sulla falsariga di quanto era accaduto con Sayyid Qutb, diventato un’icona per i jihadisti a seguito della sua esecuzione da parte del governo egiziano nel 1966. Per inciso, è con Qutb che termini fra i quali jihad, così come jahiliyya (lo stato di degrado morale che connotava l’Arabia preislamica) e hakimiyya (il diritto-dovere di rovesciare un governo immorale in nome della sovranità esclusiva di Dio) entrano nel lessico dei movimenti islamisti, senza dimenticare che la sua opera “Pietre miliari” costituisce il riferimento teorico-ideologico per il moderno Islam politico di orientamento fondamentalista.

In ogni caso, la campagna antiterroristica condotta a livello globale dagli Stati Uniti è tutt’altro che conclusa: la perdita subita dal movimento jihadista di taluni personaggi influenti, con l’assassinio di Abdullah Azzam, la cattura di Khalid Sheikh Mohammed, o la morte di Abu Musab al-Zarqawi, non ha impedito che l’ideologia continuasse a sopravvivere, l’arruolamento di nuove “reclute” e neppure l’emersione di nuovi leader. Specularmente alla scomparsa di al Qaida quale organizzazione gerarchica e alla sua progressiva decentralizzazione sono cambiate altresì le fonti e le modalità di finanziamento: non c’è più un copioso flusso di denaro che dal centro alimenta l’intera struttura, ma una miriade di piccoli canali che, finanziando le singole cellule, mantengono in vita la rete, anche con l’ausilio dei tradizionali sistemi extrabancari come l’hawala.

Ciò che ne esce profondamente mutato dall’uscita di scena di bin Laden è, invece, il rapporto fra Washington e Islamabad e di riflesso le sorti del conflitto in Afghanistan. Lo confermerebbe peraltro l’allontanamento del Generale David Petraeus dal comando di tutte le forze alleate nel teatro afghano, destinato a prendere il posto di Leon Panetta alla direzione della Cia e la nomina di quest’ultimo alla guida del Pentagono in sostituzione di Robert Gates. Questi avvicendamenti, e soprattutto l’isolamento di fatto a cui è stato confinato Petraeus con la sua assegnazione a Langley, suggeriscono che l’amministrazione Obama intenda servirsi della scomparsa violenta del simbolo di al Qaida per accelerare il disimpegno dall’Afghanistan e con esso l’onerosa missione di nation building nel Paese, recuperando risorse che potrebbero rivelarsi necessarie per contenere le tensioni nel Golfo Persico connesse al previsto ritiro delle truppe americane dall’Iraq.

Lo sganciamento degli Stati Uniti dalla logorante guerra afghana sarebbe possibile facendo rientrare il Pakistan in gioco, ossia permettendo ad Islamabad di recuperare uno spazio di influenza al di là della linea Durand. Sarebbe questo verosimilmente l’oggetto dello scambio concordato con i vertici militari pakistani come corrispettivo per il tradimento di bin Laden. Non meno significativo sembra essere l’intervento lo scorso 3 maggio del ministero degli esteri di Pechino con cui si sottolinea il prezioso ruolo di Islamabad nella lotta al terrorismo, smentendo palesemente le accuse di Washington sulla scarsa collaborazione e la linea di doppiezza tenuta dal Pakistan in questa vicenda.

In buona sostanza pare profilarsi uno scenario che vedrebbe un allentamento del rapporto di Islamabad con Washington e, parallelamente, un rafforzamento dell’asse fra il Pakistan e la Cina. I presupposti ci sono tutti: il primo avrà bisogno di una maggiore assistenza finanziaria e militare da Pechino, mentre quest’ultimo ha necessità di garanzie circa l’impegno pakistano a tenere sotto pressione i gruppi estremisti nelle sue province di frontiera e in Afghanistan. Inoltre, nei calcoli della dirigenza cinese pesano senza dubbio gli interessi economici potenzialmente da espandere nella valle dell’Indus, nonché lo sviluppo di connessioni infrastrutturali che possano fungere da corridoio terrestre fino all’Oceano Indiano. Non meno rilevante sarebbe poi il progetto di un gasdotto che vedrebbe assieme alla Cina, Pakistan e Iran. I cinesi vorrebbero, inoltre, poter contare su Islamabad anche in funzione anti-indiana, data la probabilità agli occhi di Pechino che Nuova Delhi possa diventare un vicino sempre più scomodo in ragione dei crescenti legami con gli Stati Uniti, il Giappone e l’Australia oltre che per il suo attivismo in Tibet e in Asia sudorientale. I pakistani, infatti, potrebbero proseguire ad utilizzare i gruppi fondamentalisti quali proxies nel perdurante conflitto che li oppone all’India, esercitando nel contempo su di essi un controllo volto a scongiurare il rischio che questi un giorno possano rappresentare una minaccia per Pechino.

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