Afghanistan, è l’Europa il punto debole della Nato

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Afghanistan, è l’Europa il punto debole della Nato

Afghanistan, è l’Europa il punto debole della Nato

13 Marzo 2008

Ha ancora senso – se mai lo ha avuto – definire Stato il
territorio che si pretenderebbe con capitale Kabul? Pare proprio di no. A
distanza di sette anni dai tempi della missione Enduring Freedom, non solo la
guerra non è finita, non solo l’ulteriore missione Isaf della Nato che doveva occuparsi di ricostruzione non può procedere a
causa appunto del persistere della guerra, ma, soprattutto, pare impossibile
prendere il controllo della regione.

Il legittimo governo
di Karzai gestisce a malapena i
dintorni della capitale, mentre tutto il resto del paese è in mano a capi
tribali, signori della guerra, mafie di narcotrafficanti, agenti di governi
stranieri, e Nuovi Taliban. In questo contesto parlare di uno Stato afghano
farebbe sorridere d’amarezza qualsiasi operatore qua in zona. Probabilmente il
motivo per la sparizione di questo paese dalla geografia reale risiede nella
contemporanea dissoluzione politica di un’altra organizzazione: la Nato.

Lasciando gli Stati Uniti da soli a combattere contro i talebani – che,
giova ricordarlo, erano e sono la base operativa di Al Qaida – si
rischia di perdere una guerra già vinta. Le divisioni dell’Europa, il suo vetero
opportunismo, i machiavellismi politici, e, non ultime, una certa dose di viltà
unita al solito antagonismo delle sinistre europee che sarebbero pronte ad
allearsi con qualsiasi terrorista e criminale pur di non farlo con gli
americani (si vedano per esempio gli atteggiamenti del ministro D’Alema), tutto
ciò, insomma, ha portato a strategie talmente ambigue nei già scarsi
contingenti militari da risolversi nell’attuale impasse operativo.

Invece di concentrarsi in un’azione sistematica di grandi
investimenti finanziari e tattici a fianco degli Usa per ricostruire seriamente
una struttura politica e sociale in Afghanistan, l’Europa si presenta sempre
più divisa nei singoli interessi, avara di concessioni, cieca nelle
prospettive. Il simbolo di ciò è esemplificato – ma è solo la punta
dell’iceberg – dalle regole d’ingaggio militare: mentre americani, canadesi e
inglesi sono impegnati in furiose battaglie, i reparti italiani e tedeschi non
combattono e non escono dalle proprie aree, mentre gli spagnoli se ne sono
scappati via non appena i socialisti hanno vinto le elezioni, e i francesi, da
sempre antiamericani, qui non ci sono mai neppure venuti. Quando i talebani e i
gruppi tribali lo hanno capito, si sono ripresi tutti i territori al di fuori
di ogni controllo statale per continuare e ampliare i propri traffici
criminali.

In pratica l’Europa vorrebbe godere della sicurezza dal
terrorismo senza però pagarne il prezzo, anzi, facendolo pagare solo agli Usa. Oggi
l’Afghanistan è un insieme di
territori in larga parte anarchici dove una parcellizzazione di comunità
etniche governate da feudatari senza re si contendono le zone di reciproca
influenza. «
Il gruppo etnico più numeroso è quello dei pashtun (38%),
localizzati nel sud e nell’est del paese. Seguono i tagiki (25%) concentrati
nel nord-est, gli hazara (19%) nel centro, e gli uzbeki (6%) nel nord. Altri
importanti gruppi sono i turkmeni, nella fascia settentrionale al confine col
Turkmenistan, gli aimaki nel nord-ovest, i baluci nella fascia sud-occidentale
al confine con il Balucistan pakistano e il Nuristan orientale» (fonte
Peace reporter). All’interno di queste aree un numero infinito di tribù e bande
militari vive in modo totalmente indipendente, mentre dietro costoro, a loro volta, si muovono gli
interessi di governi confinanti e no, la cui politica è quanto di più subdolo
si possa immaginare: Pakistan, Iran, Cina, India e Russia. La popolazione,
ancorata a una cultura che definire medievale è un eufemismo, non riesce
nemmeno a concepire l’idea della democrazia, tanto da identificarla soltanto
con l’occupazione militare straniera.

In tutto questo c’è
solo una cosa che prospera ridente, ed è l’unico fattore d’aggregazione
della “nazione” afghana: la coltivazione dell’oppio. L’inadeguato e
insufficiente dispiego di mezzi operato dall’Europa da un lato non ha fatto
progredire l’economia del paese, e dall’altro ha lasciato mano libera a
qualsiasi gruppo criminale volesse accaparrarsi una parte dei traffici di droga
afghani. Il risultato è il continuo aumento esponenziale della produzione
d’oppio. L’ultimo rapporto dell’United
Nations Office on Drugs and Crime (Afghanistan 2007 Annual Opium Poppy Survey)
rivela i seguenti dati: «Nel 2007 l’Afghanistan ha coltivato 193.000 ettari di
papaveri da oppio, con un incremento del 17% rispetto al 2006. Il territorio
totale afghano adibito a coltura d’oppio è ora superiore alla somma di tutte le
coltivazioni di cocaina dell’America Latina (Colombia, Peru e Bolivia messe
assieme). Le ottime condizioni ambientali hanno portato a raccolti d’oppio
(42,5 kg per ettaro) maggiori dell’anno precedente (37,0 kg per ettaro). Come
risultato, nel 2007 l’Afghanistan ha prodotto 8.200 tonnellate di oppio (34% in
più del 2006), diventando così praticamente l’unico fornitore mondiale della
più mortale delle droghe (93% dell’intero mercato planetario)».

Nel 2001 col governo talebano la produzione era di “appena” 185
tonnellate,
per salire poi a 3.400 tonnellate nel
successivo 2002 sotto il primo governo del presidente Hamid Karzai, fino a
raggiungere le attuali 8.200 tonnellate
. Nel 2007 le famiglie coinvolte della coltura
dell’oppio erano 509.000 (aumento del 14% rispetto al 2006), che significa tre
milioni e trecentomila persone: il 14,3% della popolazione afghana (23
milioni). Il valore del raccolto annuale d’oppio è stimato in oltre
un miliardo di dollari l’anno. Inutile sottolineare come ciò sia destinato a crescere ulteriormente
nel 2008. Una vera manna per le narcomafie talebaniche protette dai regimi dei
paesi confinanti.

Quando si condanna
la cecità europea riguardo la sua politica di scarsissima attenzione verso
l’Afghanistan – e di ciò sono massimamente responsabili le isterie demagogiche
dei partiti antiamericani di sinistra– lo si fa pensando come questo colossale
quantitativo di droga venga poi a rovesciarsi sulle nostre città, fra i nostri
figli, fra le popolazioni occidentali, a casa nostra. I taliban, i mujahidin, e
i terroristi islamici hanno ben compreso che per combattere l’Occidente non
servono i mitra: basta annientarci lentamente con la droga. È la cocaina l’arma
di distruzione di massa dell’integralismo islamico. E noi gliela paghiamo pure.

Prima o poi qualcuno
dovrà spiegare ai governi europei che ritirarsi dalla lotta in Afghanistan
significa perdere la guerra in Europa. Occorre infatti impegnarsi con tutte le
forze dell’Occidente su progetti prioritari per riprendere il controllo
territoriale del paese, lavorare su un’educazione popolare dove sia l’Islam
stesso a condannare il mercato della droga, e contemporaneamente creare nuove
risorse produttive sostitutive dell’agricoltura dell’oppio, come in minima
parte si riesce già a fare. Pensando ai miliardi di euro sprecati ogni anno
dall’UE per sostenere gli antichi protezionismi agricoli europei, invece di
riqualificarli in altre risorse moderne, forse sarebbe d’uopo una seria
meditazione: le strategie agricole europee dovrebbero essere allocate in paesi
terzomondisti come l’Afghanistan, mentre l%E2