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Afghanistan, i nuovi attacchi Talebani sono il prezzo dell’offensiva Usa

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I Talebani si sono risvegliati. Un Parà della Folgore è stato ucciso durante un agguato nella provincia di Farah e altri 3 militari italiani sono stati feriti. Un elicottero della Coalizione è precipitato in Helmand. Ma non c'è da sorprendersi. Come spiega Stewart Nusbaumer, un freelance sul campo, è normale che la guerriglia rialzi la testa. I problemi se mai inizieranno dopo.

 

Kabul, Afghanistan – Adesso che sono in Afganistan da quattro mesi, che ho attraversato il Paese e  raccontato la guerra, “l’operazione cruciale” è nel suo pieno svolgimento. E io dove mi ritrovo? In preda ai brutali postumi di una sbronza devastante! In un Mustafa Hotel assolutamente deserto, mentre gli altri giornalisti hanno lasciato l’albergo per raggiungere la “più grande operazione militare della guerra”.

Nella caldissima provincia dell’Helmand, i miei colleghi stanno investigando su ogni traccia – ogni traccia su cui è permesso investigare; e scattano fotografie da ogni angolazione – ogni angolazione permessa. Loro sono al seguito di più di 4.000 Marines statunitensi all’assalto lungo la Valle del Fiume Helmand. Eppure, non mi sorprende di essere ancora qui a Kabul. Se mai mi sto chiedendo perché gli altri giornalisti hanno lasciato la festa. Non ha senso. Quello che stanno facendo adesso, in quella miserabile fornace con pipistrelli della sabbia che gli svolazzano intorno alle orecchie, potrebbero farlo altrettanto bene qui, nel confortevole e cool Mustafa’s Lounge. Ovvero raccontare una storia, come sto facendo io adesso.

I 4.000 Marines che sono partiti alla carica nel deserto si stanno dividendo in piccoli gruppi per installare delle fortificazioni nelle città e nei paesi. Dopo che i Marines avranno stabilito la sicurezza iniziale  –  c’era già una sicurezza, ed era quella che veniva fatta rispettare dai Talebani – cominceranno i progetti per lo sviluppo di questa zona: piccoli progetti pubblici, impianti per l’acqua, fosse per l’irrigazione, riparare i tetti delle scuole, aprire dei campi medici settimanali. Piccoli progetti che i Marines sperano possano essere molto apprezzati dagli afgani.

Se la sicurezza verrà mantenuta arriveranno le ONG a gestire progetti più grandi, come l’elettricità, i miglioramenti della rete stradale, i programmi di sostentamento alternativi, eccetera. Nello stesso tempo, i “contractors” privati lavoreranno per dare una qualche coerenza all’antico sistema politico tribale locale. In bocca al lupo soprattutto per quest’ultimo progetto.

Prima, comunque, i Marines stanno organizzando dei meeting con gli anziani dei villaggi. Comprendono che i capelli bianchi sono molto rispettati in Afganistan, invece di essere un segno di irrilevanza. I Marines valuteranno i bisogni dei villaggi e decideranno cosa fare insieme ai “team di ricostruzione”.  Ma c’è un trappola, una grande trappola. Affinché i miglioramenti delle comunità possano continuare deve essere garantita la sicurezza, e la sicurezza esige la cooperazione degli afghani che vivono in quei luoghi. Alcuni dei nativi devono diventare "gli occhi e le orecchie" delle loro comunità e fornire informazioni alle forze della sicurezza. Altrimenti saranno i Talebani ad essere quegli occhi e quelle orecchie, ed i miglioramenti esploderanno in mille pezzi.

Infine, l’esercito ed il governo afghano vengono presentati come dei partner dei Marines e dei “reconstruction teams” americani. L’obiettivo in questo caso è migliorare l’immagine pubblica del governo afghano. Ma il governo afghano fa poco, anzi, niente, per aiutare i suoi cittadini; i suoi rappresentanti più vicini alla popolazione sono i poliziotti, che vengono guardati come dei parassiti, e l’esercito afghano, soprattutto nella parte meridionale che è ancora sotto il controllo talebano, è generalmente invisibile. Questo “esercito invisibile” ha contribuito solo con 500 soldati – 1 per ogni 8 Marines statunitensi – alla più importante delle campagne militari iniziate dal governo americano.

Dunque è questo è il piano generale dei Marines che sono all’assalto della roccaforte dei Talebani. Ovviamente ci vorranno degli anni per avere dei successi, se mai se ne avranno. Quindi perché i miei colleghi giornalisti sono corsi nella parte meridionale della provincia dell’Helmand come se fossero in preda a un riflesso pavloviano?

Questa non è una guerra convenzionale bensì una guerra irregolare; lo scopo non è uccidere il nemico ma proteggere il popolo e rendere possibile lo sviluppo. Per di più, i giornalisti che si stanno bruciando la pelle sotto la grande fiamma ossidrica meridionale non vedranno mai dei combattimenti seri – solo degli idioti penserebbero che i Taliban cerchino uno scontro in campo aperto con un numero così grande di Marines, con i loro piccoli elicotteri Apache dotati di armamento pesante che disegnano dei cerchi nel cielo. Qualche centinaio di Marines, una compagnia al massimo, basterebbero già da soli per scoraggiare i Talebani ad affrontare il nemico. Figuriamoci 4.000!

Infatti, negli ultimi due giorni – da quand’è iniziata l’operazione “cruciale” – un numero più alto di soldati della Coalizione sono stati uccisi nella parte orientale del Paese, lungo la frontiera con il Pakistan, piuttosto che nella “vasca di raffreddamento” meridionale. Preparatevi ad una serie di servizi di cronaca ad uso dei media che proclameranno “i Talebani sono in fuga!”.

Per quanto concerne il piano dei Talebani – hanno avuto dei mesi per prepararlo visto che tutti sapevano da un bel pezzo che i Marines avrebbero organizzato questo assalto nel Sud - il primo passo degli insorgenti è stato proprio quello di evitare i Marines all’attacco. Quindi i Talebani si sono mescolati tra la popolazione che li appoggia, mentre altri sono fuggiti attraverso la frontiera con il Pakistan oppure verso le zone più lontane di questo infinito “scatolone di sabbia”. 

Quelli che sono rimasti nell’Helmand saranno fondamentali per il supporto logistico e per raccogliere informazioni, mentre una parte di quelli che stanno lasciando l’Afganistan o si stanno nascondendo nel deserto ben presto proveranno a reinfiltrarsi e saranno di nuovo pronti a combattere. Questa è la seconda fase, per i Talebani: combattere i Marines. La strategia dei Talebani finisce qui. Finisce come tutti i piani di qualsiasi “insorgenza”: disperdersi, unirsi e combattere, disperdersi, unirsi e combattere, disperdersi... Una strategia noiosa ma che si rivela spesso efficace.

Per tornare ai Marines, invece di fare un blitz nel “gran satanasso” – il deserto – perché non hanno semplicemente impiegato alcune settimane, o magari anche un mese, per realizzare questa operazione? Sarebbe stato molto più facile ed efficace, forse anche più sicuro, no? Non c’è ragione per indebolire le risorse e gravare gli uomini quando non ce n’è bisogno.

Questa pazza corsa nel sud sembra una reminiscenza del frettoloso attacco a Baghdad, entrambe basate sull’idea che “più veloce è meglio”. Strano, visto che le forze armate statunitensi sono una enorme macchina burocratica che non fa niente velocemente (probabilmente è proprio la ragione per cui adesso vogliono accelerare). Durante la pazza corsa a Baghdad, i Marines e le forze armate rifiutarono di fermarsi e di mettere in sicurezza centinaia di depositi munizioni – “il tempo è vitale!”, si diceva – e poco dopo quelle munizioni che non erano state messe sotto controllo furono fatte esplodere contro gli americani. La fretta di arrivare a Baghdad fu una cosa stupida e ha avuto conseguenze fatali.

Ma sto perdendo il filo della vera storia di questo “pazzo blitz”. Il trasferimento di un gran numero di truppe... che si spingono incessantemente in avanti... lo stress e la tensione… gli audaci obiettivi nel dichiarare che “questa è l’operazione decisiva!”. È semplice, drammatico, importante e il tutto viene impacchettato in un breve arco di tempo. È perfetto per la tv! Ideale per i titoli dei giornali! Grandioso per i brevi dispacci della radio! Gli ascoltatori a casa ne saranno avvinti. Gli indici d’ascolto saliranno in fretta! Bene, ma aspettate un attimo.

Gli americani sono stanchi delle storie di guerra, basta chiederlo al candidato sconfitto, John McCain. Gli americani hanno troppa realtà che sta battendo sulle loro teste. Ma i nostri media sono terribilmente disperanti quando raccontano la guerra. Hanno bisogno di una grande storia. Tipo “la più grande operazione della guerra”, con i Marines che corrono verso la roccaforte del nemico. Dopo ci sarà sempre tempo per occuparsi di chi avrà in affidamento i figli di Michael Jackson.

Il problema con le storie di guerra, in ogni caso, è che generalmente nascondono più che svelare qualcosa. Ciò che sembra essere tanto critico ed eccitante è spesso una prefazione alla sostanza della guerra. E la cosa davvero importante – nell’Helmand – è conquistarsi la fiducia della gente, sviluppare dei progetti, approfondire quella fiducia, costruire delle istituzioni – e tutto questo non può che avvenire lentamente, nel corso degli anni, e mai in maniera diretta, mai senza frustrazione, o senza che ti si rizzino i capelli in testa. Eppure, prima che sia stato ancora registrato un successo iniziale, o sia arrivato il nostro primo grande fallimento, i nostri entusiasti giornalisti hanno già sbaraccato alla grande.

Dopo che se ne saranno andati, mi alzerò da questa sedia e andrò nell’Helmand. Allora i Marines saranno nel pieno delle loro operazioni. I “civil affairs teams” staranno realizzando i loro primi progetti. Si deciderà anche di quelli delle ONG. I Talebani piazzeranno i loro ordigni esplosivi attaccando nel solito modo “mordi-e-fuggi”. L’addestramento dei poliziotti afgani sarà in piena attività. Le forze armate afghane si mostreranno per quello che il loro numero reale. La vera guerra sarà iniziata. La vera guerra è conquistare “i cuori e le menti” degli afgani, specialmente di quelli che vivono nei pressi delle roccaforti talebane. Allora inizierà anche il vero reportage.

Nel frattempo, sono accampato nella confortevole e cool Mustafa Hotel’s Lounge. Ho tutta la sala per me. Almeno fino a quando “la più importante operazione militare della guerra” sarà finita.

Stewart Nusbaumer è un reporter freelance in Afghanistan

Tratto da The Huffington Post

Traduzione di Ashleigh Rose

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