Afghanistan, la Merkel scende in prima linea
11 Febbraio 2008
In Germania si sta cementando – piuttosto rapidamente – un consenso bi-partisan sull’invio di truppe da assalto in Afghanistan. Troppo dannoso tradire i partner occidentali e rinunciare così al canale privilegiato con Washington quando la Sarko-Francia è pronta a prendere il posto di Berlino.
Non più tardi di una settimana fa, queste colonne hanno informato i propri lettori delle frizioni politiche legate all’invio di truppe da combattimento tedesche in Afghanistan.
L’invio, richiesto a chiare lettere – e con toni non troppo concilianti dal segretario alla Difesa americano, Robert Gates, su pressioni canadesi – ha causato non pochi imbarazzi ad Angela Merkel e ai suoi consiglieri più stretti. Fino ad ora l’impegno tedesco si è infatti sostanziato nell’impiego di truppe nella sola parte nord del Paese, parecchio tranquilla rispetto all’agitatissimo sud, dove Al Qaeda si sta riorganizzando al confine con il Pakistan, e dove si moltiplicano gli scontri.
Proprio nel sud afghano, invece, sono chiamati a intervenire i tedeschi, che, se aderissero alla richiesta americana, molto probabilmente manderebbero reparti da assalto anziché “riconvertire” le truppe già presenti (equipaggiate per attività di ricostruzione ma non per proiezioni offensive).
Per adesso la risposta di Berlino è omertosa. Mentre i verdi cavalcano la tigre del pacifismo militante, il cauto ministro della difesa cristiano-democratico, Franz Josef Jung, si è semplicemente limitato a chiarire che le regole d’ingaggio dell’attuale contingente sono ancora quelle a suo tempo definite.
Ma in politica estera, spesso, i messaggi “obliqui” sono tutto, e le parole non dette pesano molto di più di quelle scritte. In soldoni: Berlino per ora si è solamente espressa sulle truppe che sono già in Afghanistan, ma non ha detto niente di nuove truppe.
Secondo diversi commentatori tedeschi, potrebbe essere un geniale espediente di Angela Merkel per prendere tempo e creare il consenso bipartisan necessario ad avallare il faticoso “sì”. D’altro canto, la Merkel ci ha già abituati a sapienti operazioni di tessitura silenziosa, e non c’è ragione di dubitare che ce la possa fare anche questa volta.
Un primo segnale di successo dell’approccio “condiviso” è rappresentato dalle dichiarazioni pubbliche rilasciate in queste ore dall’ex ministro degli Esteri del precedente governo rosso-verde, Joschka Fischer. Fischer, che pure a suo tempo si era prodigato con il suo omologo francese De Villepin per criticare la politica internazionale americana, trova che in Afghanistan i tedeschi non possano tirarsi indietro rispetto a cosa viene loro chiesto da Washington. Farlo significherebbe infatti lanciare un segnale di debolezza e incrinare gravemente la credibilità tedesca.
La pensa così anche il settimanale Die Zeit, voce degli intellettuali radical-chic tedeschi, che ricorre ad una metafora storica per spiegare le ragioni a favore dell’intervento: se nel 1815 il prussiano Blücher avesse esitato quanto i tedeschi oggi, il vincitore di Waterloo con ogni probabilità non sarebbe stato Wellington ma Napoleone.
Tanto più, ricorda il Die Zeit in un interessante corsivo dedicato alla NATO, che un rifiuto agli americani spaccherebbe irrimediabilmente il patto, proprio ora che le relazioni transatlantiche sembravano migliorare. E, con i sarko-francesi rientrati nella NATO dopo il lungo isolazionismo gollista, un passo indietro sull’Afghanistan rischierebbe di privare di colpo Berlino del suo canale privilegiato con Washington.
Un rischio troppo grande, che evidentemente a Berlino non vogliono accollarsi né la destra né la sinistra con ambizioni internazionali: i verdi strillino pure, in Afghanistan fischierà piombo tedesco.
