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Afghanistan, la situazione non è così nera come dicono i giornali

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Sono appena tornato dall’Afghanistan e sono rimasto scioccato dal livello di sconnessione che c’è tra la realtà che ho trovato in quel Paese e ciò che viene riportato sui nostri giornali. Gli ufficiali della Coalizione con cui ho parlato mi hanno confidato la loro convinzione che, con i rinforzi americani che stanno affluendo nel Paese, saranno capaci di ottenere delle vittorie contro la guerriglia che ha avuto campo libero in alcune aree per la pochezza di risorse della Nato. Ma anche prima che arrivino le 17.000 truppe di rinforzo, la situazione non è poi così critica. Kabul e le altre maggiori città dell’Afghanistan e anche larghe fette della campagna non sono infestate di guerriglieri.

Questa è la realtà. Questo invece è ciò che viene riportato dai giornali: “C’è un pensiero spaventoso. Che gli Stati Uniti possano ricalcare i passi dell’Unione Sovietica… Gli Stati Uniti intervennero in Afghanistan nel 2001 per schiacciare Al Qaeda e rovesciare il regime talebano in modo tale che il Paese non avrebbe mai più potuto essere usato come un’area per l’organizzazione di attacchi terroristici. Il problema è che adesso l’America rischia di non raggiungere quelli che erano gli scopi prefissati ma anche di perdere la guerra. Mandare più soldati americani nel Paese non è la risposta adatta”.

Ecco è il danno fatto dalle “Lettere dall’Europa” di Celestina Bohlen sulle pagine del International Herald Tribune. La dateline, ho notato, è Parigi, non Kabul, che mi persuade nell’impressione che ho avuto modo di sperimentare molte volte in Iraq – cioè che è facile essere presi dal panico quando si è lontani dal teatro della guerra. La Bohlen scrive che “la Storia ci insegna che aumentare il numero di truppe per combattere la guerriglia non è una formula vincente. I sovietici lo impararono dopo 10 anni in Afghanistan; i francesi l’hanno compreso in Algeria e gli Stati Uniti ebbero la loro lezione in Vietnam”.

Attualmente, se mai, la Storia ci insegna il contrario – che è impossibile ottenere una buona controguerriglia a meno che non si riesca a fare massa critica con le forze di sicurezza che proteggono la popolazione. Questa cifra generalmente è stimata in circa un “contro-insorgente” ogni 50 civili, d’accordo con lo U.S. Army-Marine Corps Counterinsurgency Manual. Non siamo mai stati vicini a questo rapporto in Afghanistan.

Al momento ci sono circa 58.000 truppe straniere nel Paese. Il numero delle Afghan National Security Forces (esercito e polizia) si aggira intorno ai 150.000 elementi, ma solo 80.000 soldati dell’esercito afgano sono da considerarsi ragionevolmente come effettivi. Questo fa un totale di circa 208.000 uomini a cui è affidata la sicurezza di un Paese con 30 milioni di abitanti, o meglio un rapporto di un solo contro-insorgente ogni 144 civili, includendo anche l’inquieta polizia afgana nel conto. Questo numero è insufficiente rispetto a quello compreso tra i 400.000 e i 600.000 soldati e poliziotti di cui l’Afghanistan alla fine avrà bisogno, molti dei quali saranno indigeni, com’è accaduto in Iraq, e non stranieri. 

Le truppe di rinforzo non ci permetteranno di arrivare al giusto rapporto nel Paese preso nel suo insieme ma se verranno addestrate in modo corretto potrebbero fare un’enorme differenza nella aree-chiave dove agisce la guerriglia. Questo, dopotutto, è quello che è successo in Iraq, un altro posto dove gente saggia come la Bohlen ci diceva che un aumento delle truppe non avrebbe fatto la differenza.

La Bohlen riconosce questo inconveniente e prova a spiegarlo nel modo che segue: “E’ vero, l’afflusso in una sola volta di 300.000 truppe di combattimento in Iraq nel gennaio del 2007 riuscì a mettere in sicurezza Baghdad e altre città. Una componente fondamentale, conosciuta come il “Risveglio dell’Anbar”, fu lo sforzo fatto per raggiungere i leader sunniti locali che, dopo tre anni di violenza, erano pronti a sostenere gli Stati Uniti contro la guerriglia”.

Ma come io stesso e altri analisti abbiamo cercato di spiegare in molte, davvero molte occasioni, la ragione per cui i sunniti decisero di voltare le spalle ad Al Qaeda fu che a un certo punto capirono che le truppe americane non sarebbero andate da nessun’altra parte. Se ci fossimo ritirati, piuttosto che inviare le truppe per la Surge, il Risveglio sarebbe nato morto. E’ patetico e inspiegabile che così tanta gente non riesca ancora a capire questo fatto elementare che è emerso in Iraq a partire dal 2007.  

La Bohlen cerca di sostenere la sua debole causa grazie ad un’analogia fuori portata con la guerra dell’Armata Rossa in Afghanistan degli anni Ottanta. La giornalista scrive: “Qui è dove i sovietici giocarono la loro partita vent’anni fa, e non sorprendentemente, hanno da darci alcuni consigli sul punteggio, tanto doloroso quanto può esserlo ascoltarli. 'L’Afghanistan ci ha dato una lezione inestimabile', disse l’ex generale sovietico Boris Gromov in occasione dell’anniversario del ritiro dell’Urss dall’Afghanistan, il 15 febbraio del 1989. 'Non è mai stato e non sarà mai possibile risolvere i problemi politici usando la forza'”.

Attualmente l’Armata Rossa – pardon, l’esercito russo – sta più o meno cercando di risolvere la guerriglia cecena con la forza, ma questo non è stato possibile con l’Afghanistan perché è un Paese molto più grande della Cecenia e la guerriglia riesce ad ottenere molti più aiuti dall’estero. Questa comunque non dovrebbe essere la causa di eccessive preoccupazioni perché c’è una coincidenza davvero piccola tra quello che fecero i russi e cosa sta facendo oggi la NATO in Afghanistan.         

I russi usarono una secca strategia della forza uccidendo i civili più o meno indiscriminatamente per terrorizzare la popolazione. Fallirono anche nel piazzare le loro guarnigioni nella campagna, confinando le loro truppe in grandi basi all’interno delle città da cui si avventuravano periodicamente fuori in missioni di ricerca e distruzione del nemico. Con tutto ciò, avrebbero prevalso se non fosse stato per gli Stingers e le altre armi spedite ai mujaheddin – un livello di supporto che eccede di molto quanto il Pakistan, l’Iran, a qualsiasi altra nazione sta fornendo oggi ai Talebani.

Fortunatamente, la Nato non sta emulando le tattiche dei sovietici. Le nostre truppe usano la forza con moderazione e stanno facendo uno sforzo per conquistare i cuori della popolazione. Lontane dall’idea di vincere solo usando la forza, le truppe NATO stanno investendo le maggiori risorse nei programmi di sviluppo economico, politico e sociale dell’Afghanistan.

La Bohlen non riesce a percepire quello che gli Stati Uniti e i loro alleati stanno facendo su questo fronte. Scrive: “Può darsi che ‘la stabilizzazione’ sia il piano in cui gli Usa metteranno la maggior parte del loro denaro e della loro manodopera, piuttosto che spendere i 7,3 billioni di budget extra che il Pentagono ha richiesto per i rinforzi delle truppe…”, ma attualmente l’affare migliore – nella spesa per le nostre truppe – deriva proprio nell’investire in quelle operazioni di rinforzo cosiddette di “stabilizzazione”.

Una parte incisiva della spesa, per esempio, parte del CERP (Commander's Emergency Response Program) è stanziata per le scuole, gli ospedali, le strade locali, ed altre iniziative lodevoli. La Comunità internazionale si sta impegnando con altri miliardi di dollari. Il problema in Afghanistan non è che si spende poco per la ricostruzione ma la mancanza di coordinamento, che ha gravemente bisogno di essere risolta. Gli altri problemi maggiori sono la mancanza di sicurezza nelle aree-chiave della parte meridionale e orientale del Paese, una zona che necessita di fondi per lo sviluppo che debbono essere spesi con certezza. I progressi sul fronte della sicurezza sono necessari prima di poter avere progressi sostanziali in qualsiasi altra area.

Potrei aver dato un’eccessiva importanza all’articolo della Bohlen ma ritengo che valesse la pena decostruirlo perché è un riflesso perfetto di quello ‘zeitgeist’ sull’Afghanistan che ha scarse relazioni con quello che sta attualmente accadendo nel Paese.     

Tratto da Commentary

Traduzione di Fabrizia B. Maggi

 

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