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War on Terror

Afghanistan, l’Italia ora è pronta a maggiori responsabilità

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Dopo le dichiarazioni dei giorni scorsi del nostro Ministro degli Esteri, Franco Frattini, finalmente in Italia si torna a parlare di Afghanistan. Le parole del Ministro, che ha aperto alla possibilità di rivedere i caveat che oggi legano le mani ai nostri militari, sono importanti per diversi motivi. Innanzitutto a livello internazionale sono un segnale forte e preciso: l’Italia ha nuovamente un governo che pone la lotta al terrorismo al centro della propria politica estera. E’ finito il tempo degli equidistanti e del relativismo etico, il governo Berlusconi non ha paura di indicare chiaramente che ci sono i “buoni” ed i “cattivi”, e che l’Italia non esita a schierarsi dalla parte dei primi contro i secondi. I nostri amici occidentali sanno che l’Italia è nuovamente pronta a prendersi le proprie responsabilità e, soprattutto, ha la volontà politica per portarle fino in fondo. Niente più dialogo con i terroristi di Hamas, niente più passeggiate a braccetto con gli assassini di Hezbollah, niente più tolleranza con Teheran. Il governo italiano è pronto ad impegnarsi a fondo per liberare l’Afghanistan dai terroristi di Al Qaeda e renderlo definitivamente un paese libero e democratico. 

E’ dal 2006, in effetti, che il presidente dell’Afghanistan, Hamid Karzai, chiede che il numero delle truppe della missione ISAF sia aumentato e, soprattutto, che siano eliminati tutti quegli impedimenti politici che non consentono alle truppe di alcuni paesi, soprattutto Italia, Spagna e Germania, di intervenire nelle aree ad alto rischio, di avere un ruolo attivo nelle missioni più pericolose, e perfino di  muoversi al di fuori di certe zone considerate “sicure”. Ma non è stando a guardare che si vincono le guerre. Queste limitazioni potevano avere un senso fino al 2005, prima della rinascita del pericolo talebano, ma da allora è parso chiaro che per vincere la guerra contro il terrorismo, non basta l’impegno nella ricostruzione del paese, ma è necessario garantire innanzitutto sicurezza e stabilità. L’idea che lo sviluppo economico sia sufficiente a convincere la popolazione ad abbracciare la libertà e la democrazia (senza le quali non può esserci una sana crescita economica) rimane sempre valida, ma nessuna attività imprenditoriale può nascere e crescere se non sono garantite la sicurezza, la proprietà privata e i diritti umani. 

Continuando su questa strada si rischia di allungare i tempi necessari alla stabilizzazione del paese e di rendere vani i tanti successi conseguiti. Inoltre questo atteggiamento pone un problema importante soprattutto nei confronti degli altri paesi impegnati nella missione (in particolare degli americani, inglesi, australiani e canadesi), che si devono fare carico praticamente da soli di presidiare le zone calde, a più alto rischio di scontri, rendendo sproporzionata la ripartizione dei rischi e delle perdite. Tutti gli elementi che compongono la missione dovrebbero essere in grado di partecipare allo stesso modo alle operazioni congiunte, sulla base di regole di ingaggio comuni a tutti i paesi limitate solo dalle capacità di ciascuno, non da assurdi veti politici. Per l’Italia, in più, il fatto di rimuovere questi limiti è particolarmente importante alla luce del prossimo disimpegno da Kabul e il conseguente maggiore impegno nella zona ovest del paese, lungo l’asse Herat-Farah, al confine con l’Iran, dove negli ultimi anni sono avvenuti frequenti ed intensi scontri. 

Ma liberare le truppe dai caveat potrebbe non bastare. I generali impegnati sul campo, infatti, denunciano da tempo la mancanza di soldati. Persino gli Stati Uniti, inizialmente, avevano optato per un basso profilo, impegnando relativamente pochi uomini, anche allo scopo di liberare risorse per la guerra in Iraq. Tuttavia, oggi in Afghanistan sono dispiegate un numero di truppe minore che in Iraq, pur avendo quest’ultimo una popolazione decisamente inferiore distribuita su un territorio molto meno esteso. Gli effetti di un incremento (il famoso surge) delle truppe di terra in Iraq si sono visti, ora è tempo di replicare quei successi anche in Afghanistan. Aumentare i boots on the ground consentirebbe di applicare una strategia di counterinsurgency più efficace e di ridurre al contempo l’esigenza di interventi aerei che provocano un maggior numero di vittime civili. Ma la presenza sul terreno è fondamentale soprattutto perché infonde nella popolazione quel senso di sicurezza necessario affinché la  popolazione civile trovi il coraggio di partecipare direttamente alla ricostruzione del paese.

Naturalmente i problemi non sono solo questi. Bisognerà rimuovere l’ostacolo rappresentato dalla mancanza di coordinamento tra i diversi paesi che contribuiscono alla missione, ed occorrerà incrementare l’impegno nell’addestramento dell’esercito e soprattutto delle forze di polizia (l’Afghanistan ha un grande passato di combattimenti militari, ma scarsa esperienza nel mantenimento dell’ordine pubblico e nelle operazioni di polizia). Inoltre sarà necessario indurre il nuovo governo pachistano a non abbassare la guardia, anzi, ad impegnarsi maggiormente nei confronti degli islamici radicali che si rifugiano e, di fatto, controllano oggi diverse zone del confine (più virtuale che reale) tra Afghanistan e Pakistan.

In definitiva, rimane ancora molto lavoro da fare, ma è importante che l’Italia abbia deciso di dare un segnale politico forte, un esempio che potrebbe essere seguito anche da altri alleati. D’altra parte l’Occidente non può permettersi di perdere questa importante guerra perché in Afghanistan non è in gioco solo la sorte del paese, è in gioco il futuro di tutti noi.

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8 COMMENTS

  1. Maggiori responsabilità di chi?
    Perché Frattini e questo baldo giornalista, pieno di fervore democratico e di passione per la causa di quelli che chiama “i buoni”, non partono e vanno in Afghanistan a dare una mano ai nostri soldati per sgominare i cattivi? C’è bisogno dell’impegno di tutti, sapete, perché c’è in ballo non solo la sorte degli afgani (chissà quanto saranno più contenti ora rispetto a sette anni fa) ma anche “il futuro di tutti noi”. Sì sì, come no!

  2. ognuno fa la sua parte
    Gentile Callisto, dal Suo commento devo dedurre che non condivide i contenuti dell’articolo. Sarebbe interessante però capire che cosa non condivide. La distinzione tra buoni e cattivi non la convince? Conosce le leggi dei talebani? Le condivide? Lo sa che i talebani mettevano in galera gli uomini che andavano in giro senza barba? Lo sa che le ragazze non potevano andare a scuola? E le ho citato solo due “banali” restrizioni, ma i talebani facevano (e fanno) di peggio. Certo è facile giudicare protetti da un sistema che ci consente di fare e dire ciò che vogliamo. Anche i nostri fratelli afgani vorrebbero poter fare lo stesso, o pensa che fossero contenti di vivere con le restrizioni imposte dai fanatici islamici? O forse crede semplicemente che non siano affari nostri e che devono risolverli sa soli? Ha dimenticato i morti dell’11 settembre? Personalmente io non l’ho fatto, e non intendo farlo, nè credo che i nostri fratelli afgani debbano essere lasciati soli, perchè non voglio trovarmi un giorno a rispondere come Caino “Sono forse io il custode di mio fratello?”. Io sono un giornalista, non un militare. Io faccio la mia parte, i nostri ragazzi in Afghanistan fanno la loro, e d’ora in poi potranno farla con qualche impedimento in meno.

  3. Maggiori responsabilità di chi?
    Gentile Matteo Gualdi, la sua deduzione è giusta: del suo articolo non mi convince neanche una virgola, soprattutto perché lei presenta l’ennesima versione della stessa storiella presentata dai media come verità inconfutabile: i talebani sono dei demoni, i soldati di occupazione sono i buoni, noi siamo il bene, loro sono il male e quella che conduciamo in Afghanistan è una missione di pace. Immagino che scrivere tutte queste cose nel suo articolo non abbia richiesto troppa riflessione. E’ interessante notare come verso la fine degli anni novanta improvvisamente i media abbiano iniziato a parlare dei talebani e a parlarne decisamente male, dipingendoli coi toni con cui li dipinge lei. Ricordo la storia delle statue di Budda distrutte, delle lapidazioni, delle loro abominevoli leggi e costumi. Chiariamo: non voglio affatto difendere i talebani e dire che certe cose sono solo invenzioni, che condivido le loro pratiche o dire che prima stavano bene. A proposito, prima i talebani erano alleati dell’America e la loro guerriglia ha fatto comodo al governo americano. Improvvisamente sono diventati la personificazione stessa del Male. Questo repentino cambiamento di opinione sui talebani è sospetto anzichennò, proprio come il cambiamento di opinione su Saddam Hussein.
    Comunque, se gli afghani non stavano bene sotto i talebani, di sicuro oggi non stanno bene sotto l’occupazione straniera e quella democrazia che doveva nascere in Afghanistan con l’arrivo della NATO e la “normalizzazione” (o preferisce dire “civilizzazione”?) del paese, non s’è ancora vista. Questo per colpa di quattro guerriglieri mussulmani rintanati sulle montagne dell’Afghanistan? Con l’esercito americano, inglese, australiano, canadese, italiano alle calcagna?
    Mi creda: non dubito nella sua sincerità nel credere che i nostri soldati siano lì per aiutare gli afgani; piuttosto non credo nella buona fede dei nostri governanti e nelle loro così “sante” intenzioni di voler salvare le vite di tanti fratelli afghani che soffrivano le pene dell’inferno a causa dell’applicazione alla lettera delle leggi della loro stessa religione. Così come per l’Iraq, anche in Afghanistan ci siamo andati evidentemente per altri interessi. Lei crede veramente che i governi occidentali abbiano speso miliardi di dollari e migliaia di vite umane perché in Afghanistan gli uomini non potevano andare in giro sbarbati? o perché le ragazze non potevano andare a scuola ed erano tutte costrette ad andare in giro col burqa? Per questo si sono smossi interi eserciti? Perché l’Afghanistan diventi un paese normale?
    Al di là di questo, ciò che a me più fà rabbia è che come sempre, a morire in percentuale sempre maggiore sono civili: donne e bambini. E quando non sono civili a morire, sono giovani ragazzi italiani, americani, inglesi, australiani, canadesi, e afghani. A tal proposito mi viene in mente un pensiero del filosofo spagnolo Ortega Y Gassett: la guerra es un massacre de gente que no se conoce, aprovecho de gente que sì se conoce, que pero no se massacra.
    Lei potrà pure credere che il nostro impegno in Afghanistan sia una missione di pace (quando mai le armi hanno portato pace?), ma esso è sicuramente contrario a quanto dice l’articolo 11 della nostra Costituzione. E personalmente, come pacifista e come cristiano, ritengo il suo articolo, che esalta la guerra e incita il nostro paese a inviare truppe in guerra, un deprecabile crimine morale di cui dovrebbe vergognarsi.

  4. orgoglio, altro che vergogna
    Gentile Sig. Callisto, personalmente non mi vergogno affatto, anzi, sono assolutamente orgoglioso di portare avanti le mie idee. Lei potrà anche pensare che siano sbagliate, ma spero che almeno le rispetti, così come io rispetto le sue. D’altra parte come diceva Ezra Pound “se un uomo non si batte per le proprie idee, o non vale niente lui o non valgono niente le sue idee”.
    Saluti
    m.g.

  5. In quanto all’art. 11
    Gentile Matteo, ancora una volta Lei ha perfettamente ragione: ci troviamo in totale disaccordo sull’art. 11 della Costituzione. E certamente anche sul concetto di “missione di pace”. Ci vuole ben poco a essere d’accordo sul fatto che la Costituzione vada inquadrata nel particolare periodo storico in cui è stata scritta e nello stato d’animo che seguì il secondo conflitto mondiale. Devo dire però che il Suo articolo è affatto interessante, perché fino al penultimo paragrafo Lei fà un’analisi dettagliata dell’art. 11, delle diverse versioni proposte per l’articolo in questione e del contesto storico in cui è nata la nostra Costituzione (e in particolare l’articolo 11); a quel punto uno si chiede quale sia la morale dell’articolo, dove voglia andare a parare l’autore; poi leggenzo l’ultimo paragrafo scopre (senza alcuna sorpresa) che tutta la Sua analisi è servita per giustificare con argomentazioni capziose gli interventi in guerra dell’Italia al fianco della NATO. Tutto qua. Il Suo scopo era giustificare l’intervento dell’Italia in guerra. Mission accomplished. D’altro canto non era così difficile: la gente, soprattutto i giovani, non sa cosa sia veramente la guerra (probabilmente non lo sa nemmeno Lei), quindi non ha alcuna effettiva percezioni di cosa voglia dire vivere in guerra. In Italia non cadono bombe dal cielo, non ci sono carri armati e blindati per le strade, non c’è il coprifuoco e tutto il resto. Così è facile pensare che la guerra sia giusta.
    Da parte mia rimango fermamente convinto che la guerra non sarà mai uno strumento di risoluzione delle controversie internazionali, perché storicamente non ha mai risolto nulla e ha lasciato solo enormi ferite aperte che hanno portato a ulteriori guerre, violenze e spargimenti di sangue. Se non ha vergogna delle Sue tesi guerrafondaie continui pure a portarle avanti con orgoglio. Purtroppo avrà sempre chi La segue.

  6. su una cosa siamo d’accordo
    Gentile Sig. Callisto, innanzitutto la ringrazio per avere avuto la pazienza di leggere il mio articolo sull’art. 11 della Costituzione. Penso le faccia onore, perchè significa che è davvero interessato a capire il punto di vista del suo interlocutore. D’altra parte non avevo dubbi che non sarebbe stato d’accordo con le conclusioni, ma già il fatto che ci troviamo d’accordo sulla ricostruzione della genesi dell’art. 11 è un punto di partenza. Devo dire che su un’altra cosa sono d’accordo con lei: la guerra non è mai giusta. D’altra parte la guerra è uno strumento, ed in quanto tale non penso possa mai esser giusto o sbagliato. Credo che sia il fine che con quello strumento si vuole raggiungere ad essere giusto o sbagliato, o al massimo può essere giusta o sbagliata la scelta dello strumento, ma lo strumento in sè non penso possa esserlo. In questo caso ritengo che la scelta, per quanto, mi creda, dolorosa, sia stata giusta, perchè penso che il fine sia giusto. Il tempo ci dirà se davvero l’obiettivo sarà raggiunto ed a quale prezzo complessivo. Naturalmente non avremo mai una controprova che l’uso di uno strumento diverso avrebbe portato allo stesso risultato con un minore costo.
    Infine desidero renderla partecipe delle mie intenzioni future. In effetti, come lei ha correttamente scritto, non sono mai stato in una zona di guerra, e non ho mai vissuto una tale, tragica, situazione. Questo non significa che non sia mia intenzione farlo. Infatti ho in programma di partecipare al corso dello Stato Maggiore Difesa per giornalisti in zone di guerra, e, successivamente, recarmi in alcuni dei luoghi di cui parlo (come probabilmente immagina non è molto semplice). Spero di riuscire nel mio intento, per poter vivere direttamente certe realtà. Forse allora, come lei pensa, cambierò idea, o forse la rafforzerò. In ogni caso, spero di avere il modo di continuare a dialogare con lei, con la franchezza di chi, pur sapendo di essere su posizioni diverse, è comunque in grado di avere un confronto onesto, come il nostro.
    Saluti
    m.g.

  7. Gentile Matteo, mi sembra
    Gentile Matteo, mi sembra abbastanza evidente a questo punto che sulla guerra io e Lei abbiamo due punti di vista completamente diversi. E’ vero, la guerra è uno strumento, ma qualsiasi sia il fine, non si può dimenticare il nostro dovere morale di considerare il prossimo come fine, mai come mezzo. Qualsiasi sia il fine della guerra in Afghanistan, esso non vale una sola delle vite distrutte per raggiungerlo.
    Comunque, nonostante le nostre vedute totalmente divergenti, è stato un piacere dialogare con Lei e Le auguro buona fortuna per i Suoi progetti futuri. Un saluto, P.C.

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