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Afghanistan, storia di straordinario discredito

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C’era una volta il governo D’Alema, con Diliberto alla giustizia e senza una propria maggioranza in politica estera. Eppure, non certo con bene placito dell’Onu, la Nato bombardava Belgrado e in Parlamento i parlamentari del centrodestra provvedevano ad integrare la maggioranza. Nulla di scandaloso perché la politica della Nato era allora condivisa anche dall’opposizione. Oggi nulla è più condivisibile, nella maggioranza e fra maggioranza e opposizione.

Proprio sulla politica estera, su mandato del Presidente della Repubblica, un mese fa Prodi avrebbe dovuto verificare come ricomporre la propria maggioranza e come riproporla. Non lo ha fatto e con disinvolto cinismo si è riproposto alle Camere eludendo proprio il terreno della politica estera: a favore di un confuso sentiero di riforma della legge elettorale e della infelice indicazione di Sircana a unico titolare del diritto di esternazione sulle questioni di governo.

Sottratta alla verifica e al controllo del Parlamento, la nostra politica estera nel frattempo è impazzita. Peggio di una maionese: talebanismi da 8 settembre; sottosegretari che straparlano e ministri che stratacciono; incontenibile protagonismo di Gino Strada; il ricatto elevato al rango di nuovo volto della diplomazia; irrisioni e dissenso di tedeschi, americani, inglesi, olandesi.

Di qui l’esigenza di restituire a quanto avviene un aspetto meno irresponsabile e più comprensibile. Anche sotto il profilo costituzionale, il Capo dello Stato dovrà valutare lo sviluppo e gli esiti del dibattito parlamentare sul rifinanziamento delle nostre missioni. Al momento la sensazione è che anche il voto di martedì in Senato rischi di arrivare troppo tardi: il discredito e lo squallore di questi giorni è stato sin troppo rapido.

 

 

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