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Le vittime civili della guerra

Afghanistan, uccidere gli innocenti costerà caro ai Talebani

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Ieri sei afghani sono stati uccisi e altri quattro sono rimasti feriti per l'esplosione di un ordigno rudimentale nel distretto di Lashkar Gah, nella provincia dell'Helmand. Le vittime viaggiavano dietro un convoglio dell'Isaf e la bomba, con tutta probabilità, era destinata ai militari delle forze della coalizione. "E' un altro esempio di uccisioni indiscriminate e di menomazioni da parte degli insorti", ha commentato il capo del Joint Command Combined Operation Center, il Colonnello William Maxwell. Solo la scorsa settimana, 38 persone sono morte e altre 84 sono state ferite durante gli attacchi dei Talebani (15 per colpa dei micidiali IEDs, in pochi giorni i genieri della coalizione ne hanno individuati e distrutti 146).

Sempre nella giornata di ieri, l'Afganistan Right Monitor, una Ong indipendente, ha presentato i risultati di una ricerca sulle vittime civili nel Paese durante il primo semestre del 2010. Le cifre sono drammatiche. Il numero dei morti è salito, non in modo eclatante, ma com'era prevedibile visto il "surge" americano e il relativo aumento degli attacchi portati dagli insorti. Le cifre: 1.074 morti, oltre 1.500 feriti tra la popolazione. Il 2010, secondo il rapporto, è l'anno più terribile in termini di vite umane da quando cadde il regime talebano nel 2001. "In questo senso - concludono gli estensori della ricerca - gli Stati Uniti, la Nato e il governo Karzai non hanno saputo ammettere che molto è andato male anche a causa dei loro errori collettivi". Ma siamo sicuri che ci sia un collegamento così logico e immediato fra l'inasprimento della guerra, le perdite di civili, gli "errori" della coalizione a guida americana? Leggendo un paio di reportage dal fronte apparsi, rispettivamente, sull'obamiano Huffington Post e sul Weekly Standard ci accorgiamo che le cose non stanno esattamente così.

Il rapporto dell'Afghanistan Right Monitor spiega che il 61 per cento dei morti già registrati dall'inizio dell'anno è stato provocato dai Talebani, il 20 per cento dalle forze della Coalizione, il 10 per cento dall'esercito afghano, il 6 per cento da gruppi criminali e il 3 per cento da sconosciuti. Leggendo l'Huffington Post colpisce il doppio ruolo che i soldati americani e della Nato si trovano a svolgere sul terreno: Warrior Diplomats, militari che devono combattere il nemico mentre  dialogano con la popolazione locale. Ma è un passaggio di On Patrol in Karamanda, il lungo racconto apparso sul Weekly Standard, a darci una percezione più chiara di quanto sta avvenendo. A parlare è il capitano Nathan Chandler, comandante della Compagnia Bravo di passaggio dal villaggio di Karamanda, nel nord di Musa Qala, una regione nella provincia dell'Helmand. Il capitano si rende conto che l'aumento degli attacchi talebani contro i civili è il prodotto degli sforzi più massicci nella controinsorgenza americana, ma lo interpreta come un segno di progresso, da un punto di vista tattico-militare.

Difficile da accettare? Ascoltiamolo. "Inizialmente, i Talebani stavano molto attenti a contenere il numero delle morti civili. Ma l'aumento delle loro intimidazioni, delle lettere minatorie inviate alle famiglie che vivono nei villaggi, la minaccia sempre presente che le Ieds pongono alle persone innocenti, sono degli indicatori che mostrano come gli insorgenti siano sempre più disperati nel cercare di impedirci il nostro lavoro. Non è un metro confortante di successo, lo so, ma è comunque un elemento da tener presente". Se l'uso sempre più massiccio delle Ieds e la noncuranza con cui i Talebani mietono vittime fra i civili sia un segno del successo americano oppure no resta una questione aperta, ma la spiegazione del capitano Chandler dimostra che i rapporti delle Ong a volte non la raccontano tutta.       

 

 

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