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Il futuro dell'Iran

Ahmadinejad giura come presidente di un Iran sempre più povero e tirannico

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Ieri l’ayatollah Khamenei ha proclamato Mahmud Ahmadinejad vincitore delle elezioni del 12 giugno e domani il presidente si prepara a giurare formalmente davanti al parlamento iraniano. “Un uomo coraggioso – ha detto la Guida Suprema rivolgendosi al presidente – un lavoratore indefesso e intelligente”. Ma l’opposizione e la fronda all’interno del regime hanno disertato la cerimonia: sono rimasti vuoti i posti degli sconfitti Mussavi e Karrubi, e dei due ex presidenti “riformatori” Rafsanjani e Khatami. Fuori c’era aria di una nuova manifestazione, un manipolo di gente si è riunita in piazza Vali Asr, a Teheran, ma la polizia in tenuta antisommossa ha disperso la folla. Con le buone, secondo le agenzie. Con scontri, civili e arresti, secondo i blogger. Tutti aspettano la manifestazione di domani in occasione dell’insediamento. Intanto 45 premi Nobel hanno acquistato una pagina sul New York Times per dire agli iraniani “Non vi abbiamo abbandonato”.

Nei giorni scorsi abbiamo assistito a un’altra prova di forza del regime, il processo farsa contro i "sovversivi". Non siamo ancora alle Grandi Purghe (somiglia più alla repressione brezneviana) ma gli accusati sono stati trascinati davanti alla corte senza avvocato, senza giornalisti e senza che le loro famiglie venissero avvertite del processo. HRW ha denunciato che alcuni di loro sarebbero stati torturati per ottenere false confessioni. Simbolo del processo è stato l’ex vicepresidente Abtahi, l’hojatoleslam costretto a ritrattare tutto quello che aveva detto sui brogli elettorali. Per conservare la pelle, Abtahi ha dovuto ammettere che durante le elezioni c’è stata una congiura a cui hanno preso parte l’ex presidente Rafsanjani, con Khatami e Mousavi. “Non mi hanno drogato per parlare”, ha precisato Abtahi. Rafsanjani ha smentito le accuse sul patto tripartito: “L’Ayatollah non ha sostenuto alcuno dei candidati alle elezioni del 12 giugno – recita un comunicato – e non ha alcun ruolo negli incidenti scoppiati nelle ultime settimane”. 

Il processo è stato un gesto eclatante per mostrare la forza del regime. Di solito le rivoluzioni democratiche riescono quando ci sono leader deboli che non hanno la forza di contrastarle. Un po’ come accadde con Gorbaciov e l’Unione Sovietica. Ahmadinejad invece non ha alcuna intenzione di “riformare” il sistema nel tentativo di far rientrare la rivolta. Sa di essere seduto su un vulcano che potrebbe esplodere da un momento all’altro, come accadde nel 1979, ma continua a ripetere che “Il popolo ha scelto ancora una volta la via della Rivoluzione”. Il suo secondo mandato non sarà facile. Si troverà ad affrontare gli effetti di una crisi economica che potrebbe rivelarsi anche peggiore di quella politica. Non ci sono solo gli Stati Uniti che minacciano nuove sanzioni sul petrolio se verrà rifiutata la mano tesa di Obama. Negli ultimi anni Ahmadinejad ha polverizzato le riserve monetarie e fiscali del suo Paese con una serie di politiche costose ed incapaci di produrre sviluppo, come il contestatissimo programma nucleare, il riarmo missilistico, gli aiuti ad Hamas e all’Hezbollah, i sussidi per le Guardie della Rivoluzione e i gruppi paramilitari Basij, oltre, naturalmente, alle prebende e ai favori fatti agli elettori che lo avevano votato nel 2005 e lo hanno rieletto. Oggi il presidente deve fare i conti con un’inflazione del 28 per cento e un tasso di disoccupazione del 12 per cento.

I suoi sostenitori iniziano a fargli terra bruciata intorno. Non sono bastate 7 settimane di pugno di ferro per tappare la bocca ai contestatori: le manifestazioni continuano, ogni occasione è buona per protestare, Internet rappresenta una minaccia costante, il dissenso permea le strutture stesse della amministrazione pubblica. L’ayatollah Montazeri e l’ex presidente Rafsanjani hanno legittimato le proteste popolari. Le difficoltà nella formazione del governo, i siluramenti e il balletto delle sostituzioni degli ultimi giorni, indicano che il presidente potrebbe trovare degli avversari tra i suoi stessi ministri. Se anche gli Ayatollah più conservatori – gli stessi che hanno chiesto invano alla Guida Suprema Khamenei di fare chiarezza sul voto – hanno preso le distanze dal presidente significa che temono per il destino della teocrazia. Probabilmente Ahmadinejad riprenderà da dove si è fermato, con il nazionalismo, la demagogia e la disinformazione necessarie a riconquistare la fiducia del popolo; e con la sfida all’Occidente con le armi nucleari, le minacce a Israele, il sostegno al terrorismo per inseguire il sogno di una Persia imperiale.

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