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Ahmadinejad ha un alleato in più: ElBaradei

Lo scorso venerdì, il direttore dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) ha presentato un rapporto sul programma nucleare dell’Iran al Consiglio dei governatori dell’AIEA. Il report giungeva alla conclusione secondo la quale escludendo “una della questioni più importanti rispetto alla natura del programma nucleare iraniano” – che includeva un misterioso “progetto del sale verde” – le spiegazioni che l’Iran fornisce in merito alla sua sospettosa attività nucleare “sono coerenti con le scoperte [dell’AIEA] o [almeno] non incoerenti”.

Questo report rappresenta il miglior tentativo che ElBaradei potesse fare per insabbiare la pratica Teheran. All’inizio di questo mese, d’altronde, il capo della AIEA aveva messo in chiaro quali erano i suoi scopi in una televisione iraniana, annunciando che si aspettava “la soluzione del problema entro quest’anno”.  E se portare avanti questa sua idea richiedesse una battaglia contro gli esperti di questioni tecniche della AIEA, il ribaltamento delle precedenti conclusioni riguardo a programmi sospetti, e il lasciare che i designati dal Presidente Ahmadinejad assumano un ruolo senza precedenti nel plasmare un “piano di lavoro” che permetta al regime di ricevere un certificato di buona condotta dall’AIEA, allora, che sia pure così.

Il report di Elbaradei arriva al culmine di una carriera di scarso impegno e irresponsabilità che ha invalidato la reputazione dell’organizzazione che lui stesso dirige. ElBaradei ha utilizzato Premio Nobel per coltivare di sé un immagine di un avvocato tecnocrate interessato alla pace e alla giustizia e al di sopra della legge. In realtà si tratta di una figura profondamente politica, animata da un’antipatia per l’Occidente e Israele in merito a quella che è diventata un’autarchica crociata per fare in modo di evitare l’accusa di proliferazione nucleare ai regimi che favorisce.

ElBaradei ha assunto la direzione della AIEA il 1° dicembre 1997. Sotto il suo sguardo, anche se non scoperto dalla sua agenzia, l’Iran ha costruito le sue attrezzature per l’arricchimento dell’uranio, e, stando a National Intelligence Estimate del 2007, si è dato alla progettazione di armi nucleari sotto copertura. L’India e il Pakistan hanno fatto esplodere i loro ordigni nucleari. A.Q. Khan, il padrino del nucleare pakistano, ha esportato la sua tecnologia in tutto il mondo.  

Nel 2003, l’uomo forte della Libia, Moammar Gheddafi, ha confessato un tentativo di dotarsi di armi nucleari non rilevato. La risposta di ElBaradei? Ha rimproverato gli Usa e il Regno Unito di averlo scavalcato. Quando Israele ha recentemente distrutto quello che molti ritenevano essere una fabbrica segreta (e anche non scoperta) di materiale nucleare, ElBaradei ha confessato a Seymour Hersh del New York Sun che “è molto improbabile che si trattasse di un deposito nucleare” anche se la sua agenzia non aveva fisicamente portato avanti alcun tipo di sopralluogo.

La missione della AIEA consiste nel verificare che “gli Stati si attengano agli impegni presi, rispetto al Trattato di Non-Proliferazione ed altri accordi dello stesso tipo, e che utilizzino il materiale nuclear solo ed esclusivamente per scopi pacifici”. Solo che nel 2004 ElBaradei ha scritto sul New York Times che “dobbiamo abbandonare l’impossibile nozione secondo la quale il perseguimento di armi di distruzione di massa sarebbe moralmente condannabile per alcune nazioni, mentre è moralmente accettabile per altri paesi dipendere da esse per la sicurezza interna”.

Gli esperti della AIEA si sono lamentati in forma anonima con la stampa riguardo al fatto che l’ultimo report sull’Iran è stato rivisto in modo da adattarsi agli obbiettivi politici del loro direttore. Nel 2004, il Signor ElBaradei ha provato ad estirpare dai documenti dell’AIEA ogni riferimento ai tentativi da parte iraniana di comprare scorte di Berillio, un componente importante delle cariche nucleari. Non solo. ElBaradei ha anche fatto in modo di nascondere il rifiuto da parte del governo di Teheran di garantire l’accesso al complesso militare di Parchin agli ispettori della AIEA, laddove alcune immagini del satellite mostravano chiaramente una fabbrica apparentemente progettata per produrre e testare armi nucleari. 

L’ultimo report dell’AIEA non menziona affatto le accuse di un gruppo di opposizione iraniano riguardo al lavoro nordcoreano sulle testate nucleari di Khojir, un centro di ricerca militare vicino Teheran. Lo stesso report condona stranamente le precedenti conclusioni – chiudendo il capitolo – su una questione come quella del Polonio 210 – con il quale alcuni esperti sul nucleare sospettano che Teheran abbia condotto esperimenti per utilizzarlo come base chimica per le armi nucleari, mentre il regime dichiarava che gli esperimenti riguardavano batterie ad isotopo radioattivo. Infatti, nel 2004 l’AIEA si dichiarava “in qualche modo incerta sulla plausibilità dello scopo dichiarato degli esperimenti sul Polonio”. Ad oggi invece le stesse informazioni sarebbero “coerenti con i ritrovamenti dell’Agenzia e con altre informazioni disponibili”.

Il direttore dell’AIEA sembra in effetti intenzionato ad erodere la diplomazia del Consiglio di Sicurezza. Proprio poche settimane dopo il viaggio diplomatico del  Presidente George W. Bush in Medio Oriente, volto a costruire un consenso arabo per fare pressione su Teheran, ElBaradei è apparso alla televisione egiziana il 5 febbraio incitando gli arabi in direzione totalmente opposta e ha insistito sul fatto che l’Iran stava cooperando e che non avrebbe dovuto ricevere pressioni.  Mentre diventa sempre più isolato dall’intento delle potenze occidentali di disarmare l’Iran, ElBaradei si è trovato degli alleati forti nei paesi in via di sviluppo e nel mondo arabo. Questi alleati applaudono alla missione che il capo della AIEA si è imposto – che consiste nel vanificare gli sforzi americani di limitazione del programma nucleare iraniano, indipendentemente dal fatto che il regime di Teheran stia violando o meno gli obblighi sulla non proliferazione o stia cercando di ottenere armi atomiche.

Nel lavorare allo smantellamento delle sanzioni, comunque, ElBaradei svuota di significato lo scopo stesso della sua Agenzia e allo stesso tempo vanifica la sua missione anti-proliferazione. Non solo. Rende anche l’opzione militare sempre più probabile.

© Wall Street Journal

Traduzione Andrea Holzer

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