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Se gli Usa scelgono la deterrenza

Ahmadinejad parla agli inglesi in tv aspettando Obama

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Stavolta il Presidente Ahmadinejad ha davvero superato se stesso. La sera del 24 dicembre il suo volto è sbucato dagli schermi di Channel4, noto canale inglese, ed il suo discorso ha fatto concorrenza a quello tradizionale della Regina. Un discorso alquanto inquietante, considerando che gli auguri ed i complimenti ai “seguaci di Cristo” vengono dal presidente di un paese nel quale la conversione dalla religione musulmana a quella cristiana viene punita con la pena di morte.

Naturalmente la questione ha sollevato roventi polemiche in Inghilterra, mentre da noi poco più di un trafiletto. La cosa non stupisce più di tanto, visto che ormai l’argomento Iran sembra essere scomparso dall’attenzione generale. Come dire, non fa più notizia, non interessa. Forse ciò è dovuto anche al fatto che il mondo sembra sospeso in attesa dell’insediamento del nuovo presidente americano, ma purtroppo nel frattempo non tutto si è fermato. Il programma nucleare iraniano, ad esempio, continua il proprio vorticoso sviluppo approfittando del momento di distrazione generale e nel silenzio pressoché assoluto dei media, ed anzi, accelera ulteriormente, come testimonia anche l’ultimo rapporto dell’AIEA che denuncia il raggiungimento di quota 630 kg di uranio arricchito, una quantità sufficiente per costruire un ordigno nucleare.

Persino l’offerta del presidente eletto Obama che ha garantito un “ombrello nucleare” ad Israele in caso di attacco iraniano, non ha fatto notizia, sebbene contenga un messaggio decisamente preoccupante. Se da un lato, infatti, la notizia potrebbe essere presa in forma rassicurante (per Israele), dall’altro sembra indicare che la nuova amministrazione americana si avvia ad accettare la minaccia nucleare iraniana. Come ha giustamente rilevato Michael Leeden, Freedom Scholar alla Foundation for Defense of Democracies di Washington, “invece che sulla prevenzione la politica americana sembra voler puntare sulla deterrenza”. Ma la deterrenza che ha funzionato con l’Unione Sovietica difficilmente potrà funzionare con l’Iran. Le differenze tra i due scenari, infatti, sono notevoli, specie per il fatto che il regime di Teheran è guidato da una Guida Suprema, un Ayatollah, cioè una figura religiosa, messianica, che ha l’obiettivo di esportare nel mondo la rivoluzione islamica e a qualunque costo, dato che la morte è vista come il compimento della volontà del Profeta.

Di fronte ad un avversario del genere, occorre che l’Occidente riprenda in mano quanto prima il dossier nucleare iraniano, perché più il tempo passa più si avvicina l’eventualità che ci si trovi di fronte ad un terribile bivio: accettare un Iran dotato dell’arma atomica o iniziare una guerra contro il regime di Teheran. Per evitare di trovarsi di fronte a questo terribile dilemma occorrerebbe intervenire più decisamente con nuove sanzioni e, soprattutto, affiancarle ad un’attività decisa di appoggio alla popolazione (la società iraniana è ancora fortemente vitale). L’unica speranza, insomma, è che la fortissima crisi economica che ha investito il paese, porti la popolazione, appoggiata dall’Occidente, a ribellarsi al regime degli Ayatollah, ponendo fine a trent’anni di oscurantismo islamista.

Anche per questo l’idea di instaurare negoziati senza precondizioni sarebbe assolutamente negativa, perché non farebbe altro che accreditare il decrepito regime iraniano agli occhi dei propri cittadini, le cui aspirazioni verrebbero definitivamente frustrate. E’ giusto che gli iraniani lottino per riconquistare la libertà di cui hanno diritto, ma si decideranno a farlo solo se apertamente appoggiati dall’Occidente, e dall’America innanzitutto. Oggi più che mai risultano d’attualità le parole del Presidente Reagan, che in un famoso discorso, disse “più di tutto dobbiamo capire che non esiste alcuna arma in nessun arsenale del mondo così formidabile come la volontà ed il coraggio di uomini e donne libere”. Il nostro compito è aiutare gli iraniani a riconquistare la propria libertà realizzando un rivoluzione democratica, prima che sia troppo tardi.

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