Ai finiani interessa più la democrazia dell’audience che quella nel partito

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Ai finiani interessa più la democrazia dell’audience che quella nel partito

08 Maggio 2010

Touché. Si devono sentire così i finiani “dissenzienti” (i Bocchino, i Briguglio, i Granata) se dalle colonne de Il Secolo d’Italia il direttore in persona Flavia Perina, fedelissima del presidente della Camera – sul giornale di casa (politica) e a Montecitorio dove siede da parlamentare -, manifesta ai lettori tutto il suo disappunto per quel concetto semplice semplice che Gaetano Quagliariello ha osato tirare fuori: nel Pdl si discute, ci si confronta e si decide, ma poi all’esterno il partito deve parlare con una voce sola, non come da qualche settimana a questa parte avviene nei talk-show tv dove a parlare vengono invitati un berlusconiano e un finiano, come se ci fossero due Pdl e non uno.

Il che non significa esercitare alcuna censura sui programmi e men che meno su editori e conduttori, ma richiamare gli addetti ai lavori – pur nel rispetto della loro autonomia decisionale – alla regola base della comunicazione politica: un esponente per ogni partito. Per la Perina il ragionamento di Quagliariello diventa addirittura “una questione politica non di poco conto: possibile che un partito intitolato alla ’Libertà’ non trovi curioso elaborare una sorta di teoria del pensiero unico televisivo?”

La domanda retorica, però non regge. Per tre motivi. Il primo: nel Pd esiste una maggioranza e una minoranza (cosa che invece non è nel Pdl da statuto), peraltro certificate dalle primarie, eppure non per questo ai dibattiti tv vengono chiamati un politico dell’area di Bersani e uno di quella di Franceschini. C’è un esponente del partito che esprime posizioni con sfumature differenti in base alla corrente di provenienza, ma nel momento in cui parla lo fa rappresentando la sola voce del Pd.

Il secondo motivo: appare quanto meno singolare che a parlare della crisi della Grecia, così come di temi rispetto ai quali il Pdl ha una linea univoca e manifesta, vi siano un berlusconiano e un finiano. Il terzo motivo è forse il tasto che batte dove il dente duole, perché il controcanto dei finiani in tv appare più come il tentativo di accreditarsi come la parte buona del Pdl, di ricevere sull’onda dell’audience che sale se in tv ci si accapiglia, si litiga e magari scorre anche un po’ di sangue, quel riconoscimento correntizio che altrove, cioè nel partito e in Parlamento non hanno.

E in base a ciò che finora si è visto sul piccolo schermo – dall’attacco frontale di Bocchino a Lupi nel programma di Gianluigi Paragone in poi – è come se i finiani volessero interpretare il copione del dissenso sceneggiando la loro opposizione politica alla linea della maggioranza del Pdl. Insomma, è come se volessero mettere in onda sul piccolo schermo quella scissione minacciata sui giornali o nelle dichiarazioni alle agenzie di stampa ma non praticata nella realtà.

E non può valere dire, come fa la Perina nel suo editoriale sul Secolo d’Italia, che un conto sono le posizioni da esprimere in Parlamento “dove è lecito che un partito chieda alla minoranza di uniformarsi dopo aver discusso e votato, all’orientamento della maggioranza“ e un conto è il diritto a manifestare liberamente le proprie opinioni citando in proposito l’articolo della Costituzione.

Il vero paradosso è che ormai siamo nella “democrazia del pubblico“, come l’ha definita Bernard Manin, e in questa democrazia ciò che accade sul piccolo schermo rivolgendosi direttamente ai telespettatori, è più importante di ciò che accade nel chiuso di una direzione di partito. E se si supera il limite, se cioè i dibattiti intestini diventano, in particolari momenti e su determinate questioni,  la regola e non l’eccezione, quello che viene meno è il partito stesso.

C’è infine un ultimo punto sul quale vale la pena soffermarsi: se un politico va in tv, non ci va a titolo personale, bensì va a rappresentare la linea e a dare voce alla posizione del partito che non può che essere una, pur con sfumature che appartengono al suo metro di giudizio, alla sua capacità di analisi.

Se, invece, anche il talk-show politico diventa l’occasione per dire che no, questo Pdl non ci piace, come ha fatto Fini a una settimana dal voto per le regionali, sarebbe più coerente, ancorchè legittimo, tradurre il dissenso in un voto che equivale al no, in Parlamento e  sui provvedimenti del governo. Non davanti a un microfono. E a parole.