Ai giovani d’oggi non resta che un po’ di precarietà per crescere

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Ai giovani d’oggi non resta che un po’ di precarietà per crescere

19 Gennaio 2010

Chiunque abbia dei figli sa quanto complicata sia la vita del genitore. Ci si adopera, forsennatamente e con ogni mezzo, per spianare la strada dei ragazzi, sottrarli ad ogni minima difficoltà, provare a renderli felici. Lo si fa, quando va bene, per istinto protettivo e, quando va peggio, per sottrarsi agli innumerevoli sensi di colpa che normalmente colpiscono genitori assenti se non indifferenti. Qual che sia la motivazione, la maggior parte dei genitori oggi sembra ignorare completamente i consigli – saggi o scientifici è lo stesso – che in questi casi vanno per la maggiore. Quelli secondo cui “i no aiutano a crescere meglio”, le piccole frustrazioni di oggi possono essere carte vincenti domani, e che se le spalle si fanno forti si riescono a fronteggiare i grandi e meno grandi problemi della quotidianità, ad ogni età essi si presentino.

E invece no. In una forma di miopia generalizzata e incomprensibile, sembra sempre più diffusa la tendenza a giustificare e concedere tutto. Da qui, e non da una condizione di degrado sociale o culturale, nascono i casi – estremi per carità ma sempre più frequenti – di giovani che danno fuoco ai barboni, imbrattano le aule scolastiche, esercitano soprusi e violenze sui più deboli, hanno problemi di alcool e di dipendenza da sostanze stupefacenti, eccetera, eccetera, eccetera…

Per non parlare della scuola, che da microcosmo del mondo reale, che come il mondo reale presenta tutte le sue contraddizioni e le sue insopportabili ingiustizie (dall’insegnante troppo severo e troppo impreparato al compagno privilegiato e cretino) si è trasformato in un mondo in cui è ribaltato il normale rapporto tra insegnanti e allievi, istaurato un tempo all’insegna della trasmissione dei saperi (che significa anche l’umiltà dell’ascolto e dell’apprendimento) e del rispetto dell’autorità. Salvo poi accorgersi da adulti che quel rapporto è lo stesso che ci si ritrova nel mondo del lavoro ma anche nei più consueti rapporti sociali.

In questo quadro, di sicuro eccessivamente schematico e riduttivo, non stupisce allora più di tanto la sentenza di un tribunale amministrativo italiano che obbliga un padre oramai esasperato a pagare a oltranza il mantenimento universitario della figlia forse più fannullona che bambocciona. Ciò che stupisce di più di questo episodio di vita quasi quotidiana è il fatto che, anche di fronte ai casi più eclatanti, continui ad esserci una tendenza giustificazionista e permissivista da parte del mondo degli adulti.

Bamboccioni e fannulloni o no, è innegabile che in Italia esiste un problema generazionale. Che partendo dal deficit formativo ed educativo dei nostri giovani – correi genitori e scuola – si proietta dritto dritto nel mondo degli adulti, dove cambia connotati ma non la sostanza. A tutto questo, nel suo complesso, oggi si potrebbe dare un unico nome, che si declina nei suoi più vari significati: precarietà. E allora, lanciamo una provocazione: forse l’ultima chance che i nostri giovani hanno di crescere e diventare responsabili è proprio la precarietà a cui devono far fronte e sono costretti, per i motivi più diversi, per costruire un loro futuro stabile e sereno. Quella precarietà cui solo pochi (privilegiati? Chissà) possono sottrarsi grazie all’ennesimo intervento genitoriale.

Noi crediamo che quest’ultima prova rimasta alle giovani generazioni per dimostrare chi sono, che cosa vogliono diventare e dove vogliono arrivare, malgrado tutto e tutti, in fondo sia giusta. Perché con la stessa convinzione crediamo che possano superarla con successo.