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“Ai liberi e ai forti” il compito di guidare l’Italia verso il futuro

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Ieri sera, nel Castello Svevo di Trani, l'ex ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, ha presentato il suo libro dal titolo “Ai liberi e forti”. Un evento organizzato dalla Fondazione Magna Carta per discutere delle tre parole chiave su cui ruota l'opera: valori, popolo e cammino.

I valori che costituiscono la fune portante nell’attraversamento del guado, espressione metaforica della crisi economica e politico-morale del nostro Paese. Quei valori che tengono in piedi il centro-destra e che affondano le loro origini nella tradizione cristiana. E poi il popolo, il concetto di comunità all’interno della quale si realizzano le proiezioni relazionali dell’individuo; comunità non intesa come moltitudine indefinita e portatrice di meri interessi diffusi, ma come la sommatoria di individualità verso le quali lo Stato è chiamato ad assumersi delle responsabilità.

Il primo luogo comunitario viene individuato nella famiglia che in Italia, oltre a costituire la prima tra le formazioni sociali contemplate nell’articolo 2 della Costituzione, rappresenta anche il propulsore del modello che ha dato origine ai gruppi industriali più forti e riconosciuti nel mondo con una valenza, dunque, economico-sociale. La famiglia è il bacino dei liberi e forti, di coloro che non aspettano che l’aiuto piova dal cielo ma che se lo procacciano con il lavoro, con la dedizione, con l'impegno, facendo riferimento a una concezione solidaristica che costituisce il perno su cui si struttura l'intero tessuto sociale.

Rifiuto dell’individualismo esasperato, dunque, in favore della ricerca di posizioni condivise poiché - riprendendo l’enciclica Caritas in Veritate - per uscire dalla crisi non servono solo tecnicismi ma uomini capaci di riflessioni profonde che permettano al popolo di ritrovare se stesso, di ritrovare il cammino.

Il cammino, ultimo tassello in questa analisi perché la nostra Storia è in fieri: per sottolineare ciò Sacconi analizza separatamente e per capitoli da dove veniamo, dove siamo e dove vogliamo andare. Veniamo dalla nazione, dal concetto etnico di comunanza di tradizioni e valori che si è evoluta nello Stato, cioè nel riconoscimento di una terra e di un sistema istituzionale condiviso. Dove siamo, e cioè in un momento di crisi in cui, come ha sottolineato anche il vicepresidente dei senatori Pdl, Gaetano Quagliariello, le regole di mercato condizionano i comportamenti politici al punto da aver dovuto acconsentire alla formazione di un governo tecnico frutto delle contingenze, ma anche del difetto di rappresentanza che ha investito la politica, con il centro-destra impegnato a mantenersi in piedi per trattative e la sinistra incapace di proporre un modello alternativo di riferimento. Siamo nel mezzo di una crisi di civiltà che si rispecchia nel fallimento del progetto europeo, che ha prodotto non solo una mancata cessione ma addirittura una dispersione di sovranità.

Crisi anche della democrazia e delle sue istituzioni, ormai manifestamente obsolete. A ciò si aggiunge la necessità di liberalizzare il mercato del lavoro, perché il cittadino non abbia più paura dello strumento che è a fondamento del nostro Stato, perché si individui l’evoluzione economica nella fiducia in nuove o sottovalutate figure professionali, perché il mercato del lavoro smetta di essere una zona franca.

Per fare tutto ciò, per rimettere in carreggiata la politica e fare in modo che essa si confronti con tutte queste complesse questioni, è necessario essere liberi e forti: riprendendo in mano i valori della nostra tradizione, ricordandoci di essere un popolo che condivide ideali e ambizioni e intraprendendo, dunque, un cammino comune verso il futuro.

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