Ai morti di Srebrenica le commemorazioni non bastano

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Ai morti di Srebrenica le commemorazioni non bastano

13 Luglio 2007

E’ una strana commemorazione quella che avviene
ogni luglio a Srebrenica per ricordare il massacro di circa 8000 bosniaci musulmani.
Sono passati 12 anni, e non c’è nulla di rituale nella cerimonia, perchè le lacrime
sono sempre fresche davanti ai corpi recuperati da poco – 465 quest’anno –
nelle località segrete dove le autorità serbe li tengono nascosti.

Durante la Guerra del 1992-1995, Srebrenica, che
era caduta sotto l’assedio delle truppe serbe, fu dichiarata area protetta dalle
Nazioni Unite, che temevano una ripetizione della tragedia di Sarajevo. Ma il contingente
di 450 peacekeepers olandesi rimase a guardare quando l’esercito serbo,
comandato dal generale Marko Mladic, radunò nella base Onu l’intera popolazione
di Srebrenica, e giustiziò sommariamente tutti gli uomini. Ricercato dal
tribunale dell’Aja per genocidio, Mladic è ancora latitante, sotto la
protezione dei circoli nazionalisti serbi.

Da allora Srebrenica è diventata il simbolo
dell’impotenza delle forze di pace Onu e della pulizia etnica. In quanto
simbolo, Srebrenica ha un uso elastico. Serve a far dimenticare altri orrori
della guerra: il campo di concentramento di Omarska per esempio, o il massacro
di Visegrad, o il bordello di Foca, solo per restare in zona, ma anche la lunga
agonia di Sarajevo. Serve a relativizzare la campagna di orrori orchestrata ed
eseguita da Belgrado e i suoi rappresentati in Bosnia, come l’altro criminale
di guerra latitante Radovan Karadzic: ancora oggi Srebrenica viene giustificata
da immagini di vittime serbe iconograficamente sacrificate dagli “infedeli”
come Cristo sulla croce.

Sarebbe opportuno, a partire da questo
anniversario, mettere da parte la troppo facile identificazione simbolica con
la seconda guerra mondiale e l’olocausto. Non perchè Srebrenica non evochi
l’olocausto, o l’olocausto non abbia il suo indisputabile locus nella storia
Europea moderna. Ma perchè sotto la lente dell’olocausto, che mette a fuoco la
condizione delle vittime, spesso si offusca la politica. E Srebrenica non è
solo un gran cimitero dove si va a piangere, ma un teatro vivente attorno alla
quale si raccoglie una molteplicità di attori.

Concentriamoci sugli aguzzini. Per tre giorni,
nel luglio del 1995, l’esercito serbo e le forze speciali direttamente
dipendenti dal ministero degli Interni si dettero al macello degli uomini di
Srebrenica con metodica e crudele diligenza. Si mascherarono da soldati Onu per
convincere quelli scappati in montagna a scendere giù per trovare asilo.
Promisero tregua. Uccisero. Trasportarono i cadaveri altrove, li dispersero, un
po’ per distruggere le prove dei propri crimini, un po’ per obliterare perfino
le tracce della popolazione mussulmana di Srebrenica. Il tutto si può vedere
nel film “Srebrenica: A Cry from the Grave”, prodotto dalla BBC e dalla
televisione pubblica Americana PBS, con abbondanza di immagini documentarie, o
nel più recente “The Scorpions”, un video prodotto dall’Humanitarian Law Center
di Belgrado e interamente prodotto con immagini girate dall’omonimo gruppo%0D
speciale di polizia.

Video, confessioni, e innumerevoli altre prove
della campagna di stato condotta dai governi serbi a Belgrado e Banja Luka per
estirpare la presenza musulmana in tutta la Bosnia sono archiviati nei
tribunali internazionali dell’Aja: il Tribunale Internazionale per la
Jugoslavia e la Corte Internazionale di Giustizia. Sono prova di genocidio a
Srebrenica  ma non in altri luoghi, ha
sentenziato la Corte di Giustizia quest’anno, e non di responsabilità. Per
essere precisi, la Serbia è responsabile solo di non aver prevenuto il massacro
di Srebrenica, che diventa un mini-olocausto immacolato, o privo di paternità.

Così i politici e diplomatici che partecipano
alla commemorazione di Srebrenica possono piangere (il Presidente Clinton l’ha
fatto in occasione del decimo anniversario), ma non esigono da Belgrado, come
dovrebbero, la mappa dei cimiteri dove i morti di Srebrenica e altri massacri,
inclusi quelli del Kosovo, sono nascosti. Solo 3 mila corpi sono stati
identificati finora a Srebrenica, 5 mila sono dispersi. In Kosovo i dispersi
sono più di mille.

Il governo di Belgrado non si dà da fare per
riconoscere i crimini commessi nel nome della patria dal regime di Milosevic e
Karadzic. Attraverso i suoi proxies continua a negare i macelli e giocare con
il numero dei morti. La versione ufficiale del massacro di Srebrenica a
Belgrado è che i Bosniaci musulmani furono vittime di un suicidio di massa o di
scontri fratricidi, e il loro numero è molto piu’ basso di quello confermato
dalle organizzazioni dei diritti umani. Sul Kosovo la propaganda ha lo stesso
tono di fredda follia. Le vittime albanesi della guerra, 10 mila nella stima di
un rapporto di esperti indipendenti presentato all’Aja, furono vittime della
guerriglia dell’Uck per attrarre l’attenzione della Nato, non delle truppe serbe.
Fino a quando non furono ritrovati cadaveri di albanesi nel Danubio, lontano
dai luoghi dei massacri perpetrati dalle truppe di Belgrado, si diceva che il
numero dei morti era esagerato e che le migliaia di dispersi erano imboscati in
Europa occidentale a lavorare per la mafia.

Nel 2003 la Republika Serpska (l’entità serba in
Bosnia risultato della pulizia etnica) riconobbe la “seria violazione della
legge umanitaria internazionale” a Srebrenica. 
Rimane un atto isolato, provocato dalla pressione internazionale. E’
troppo poco, e poco sentito.  Belgrado
non ha mai ammesso alcuna colpa. E come potrebbe? La stessa coalizione di forze
che portò Milosevic al potere – l’elite intellettuale e mediatica nazionalista,
l’esercito e la chiesa ortodossa – sostengono l’attuale primo ministro Vojslav
Kostunica, mentre la passività della cittadinanza è il risultato di decenni di
populismo autoritario e nazionalista.

A questo paese l’Europa post-olocausto sta
aprendo le porte del club democratico più esclusivo, nel nome di un calcolo
politico fondato su una falsa premessa di pacificazione. Se proprio si vuole
identificare Srebrenica con l’olocausto, si metta da parte quest’anno la
ritualizzazione del lutto per le vittime e ci si occupi, seriamente, degli
aguzzini.