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Ai morti di Srebrenica le commemorazioni non bastano

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E’ una strana commemorazione quella che avviene ogni luglio a Srebrenica per ricordare il massacro di circa 8000 bosniaci musulmani. Sono passati 12 anni, e non c’è nulla di rituale nella cerimonia, perchè le lacrime sono sempre fresche davanti ai corpi recuperati da poco - 465 quest’anno - nelle località segrete dove le autorità serbe li tengono nascosti.

Durante la Guerra del 1992-1995, Srebrenica, che era caduta sotto l’assedio delle truppe serbe, fu dichiarata area protetta dalle Nazioni Unite, che temevano una ripetizione della tragedia di Sarajevo. Ma il contingente di 450 peacekeepers olandesi rimase a guardare quando l’esercito serbo, comandato dal generale Marko Mladic, radunò nella base Onu l’intera popolazione di Srebrenica, e giustiziò sommariamente tutti gli uomini. Ricercato dal tribunale dell’Aja per genocidio, Mladic è ancora latitante, sotto la protezione dei circoli nazionalisti serbi.

Da allora Srebrenica è diventata il simbolo dell’impotenza delle forze di pace Onu e della pulizia etnica. In quanto simbolo, Srebrenica ha un uso elastico. Serve a far dimenticare altri orrori della guerra: il campo di concentramento di Omarska per esempio, o il massacro di Visegrad, o il bordello di Foca, solo per restare in zona, ma anche la lunga agonia di Sarajevo. Serve a relativizzare la campagna di orrori orchestrata ed eseguita da Belgrado e i suoi rappresentati in Bosnia, come l’altro criminale di guerra latitante Radovan Karadzic: ancora oggi Srebrenica viene giustificata da immagini di vittime serbe iconograficamente sacrificate dagli “infedeli” come Cristo sulla croce.

Sarebbe opportuno, a partire da questo anniversario, mettere da parte la troppo facile identificazione simbolica con la seconda guerra mondiale e l’olocausto. Non perchè Srebrenica non evochi l’olocausto, o l’olocausto non abbia il suo indisputabile locus nella storia Europea moderna. Ma perchè sotto la lente dell’olocausto, che mette a fuoco la condizione delle vittime, spesso si offusca la politica. E Srebrenica non è solo un gran cimitero dove si va a piangere, ma un teatro vivente attorno alla quale si raccoglie una molteplicità di attori.

Concentriamoci sugli aguzzini. Per tre giorni, nel luglio del 1995, l’esercito serbo e le forze speciali direttamente dipendenti dal ministero degli Interni si dettero al macello degli uomini di Srebrenica con metodica e crudele diligenza. Si mascherarono da soldati Onu per convincere quelli scappati in montagna a scendere giù per trovare asilo. Promisero tregua. Uccisero. Trasportarono i cadaveri altrove, li dispersero, un po’ per distruggere le prove dei propri crimini, un po’ per obliterare perfino le tracce della popolazione mussulmana di Srebrenica. Il tutto si può vedere nel film “Srebrenica: A Cry from the Grave”, prodotto dalla BBC e dalla televisione pubblica Americana PBS, con abbondanza di immagini documentarie, o nel più recente “The Scorpions”, un video prodotto dall’Humanitarian Law Center di Belgrado e interamente prodotto con immagini girate dall’omonimo gruppo%0D speciale di polizia.

Video, confessioni, e innumerevoli altre prove della campagna di stato condotta dai governi serbi a Belgrado e Banja Luka per estirpare la presenza musulmana in tutta la Bosnia sono archiviati nei tribunali internazionali dell’Aja: il Tribunale Internazionale per la Jugoslavia e la Corte Internazionale di Giustizia. Sono prova di genocidio a Srebrenica  ma non in altri luoghi, ha sentenziato la Corte di Giustizia quest’anno, e non di responsabilità. Per essere precisi, la Serbia è responsabile solo di non aver prevenuto il massacro di Srebrenica, che diventa un mini-olocausto immacolato, o privo di paternità.

Così i politici e diplomatici che partecipano alla commemorazione di Srebrenica possono piangere (il Presidente Clinton l’ha fatto in occasione del decimo anniversario), ma non esigono da Belgrado, come dovrebbero, la mappa dei cimiteri dove i morti di Srebrenica e altri massacri, inclusi quelli del Kosovo, sono nascosti. Solo 3 mila corpi sono stati identificati finora a Srebrenica, 5 mila sono dispersi. In Kosovo i dispersi sono più di mille.

Il governo di Belgrado non si dà da fare per riconoscere i crimini commessi nel nome della patria dal regime di Milosevic e Karadzic. Attraverso i suoi proxies continua a negare i macelli e giocare con il numero dei morti. La versione ufficiale del massacro di Srebrenica a Belgrado è che i Bosniaci musulmani furono vittime di un suicidio di massa o di scontri fratricidi, e il loro numero è molto piu’ basso di quello confermato dalle organizzazioni dei diritti umani. Sul Kosovo la propaganda ha lo stesso tono di fredda follia. Le vittime albanesi della guerra, 10 mila nella stima di un rapporto di esperti indipendenti presentato all’Aja, furono vittime della guerriglia dell’Uck per attrarre l’attenzione della Nato, non delle truppe serbe. Fino a quando non furono ritrovati cadaveri di albanesi nel Danubio, lontano dai luoghi dei massacri perpetrati dalle truppe di Belgrado, si diceva che il numero dei morti era esagerato e che le migliaia di dispersi erano imboscati in Europa occidentale a lavorare per la mafia.

Nel 2003 la Republika Serpska (l’entità serba in Bosnia risultato della pulizia etnica) riconobbe la “seria violazione della legge umanitaria internazionale” a Srebrenica.  Rimane un atto isolato, provocato dalla pressione internazionale. E’ troppo poco, e poco sentito.  Belgrado non ha mai ammesso alcuna colpa. E come potrebbe? La stessa coalizione di forze che portò Milosevic al potere - l’elite intellettuale e mediatica nazionalista, l’esercito e la chiesa ortodossa - sostengono l’attuale primo ministro Vojslav Kostunica, mentre la passività della cittadinanza è il risultato di decenni di populismo autoritario e nazionalista.

A questo paese l’Europa post-olocausto sta aprendo le porte del club democratico più esclusivo, nel nome di un calcolo politico fondato su una falsa premessa di pacificazione. Se proprio si vuole identificare Srebrenica con l’olocausto, si metta da parte quest’anno la ritualizzazione del lutto per le vittime e ci si occupi, seriamente, degli aguzzini.

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