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Al-Qaeda come un’impresa d’affari

I falliti attentati dei giorni scorsi a Londra e a Glasgow, con conseguente innalzamento dello stato d’allerta al massimo livello su tutto il territorio britannico, possono esser meglio compresi alla luce di alcune vicende degli anni scorsi che hanno ricevuto nelle ultime settimane costante attenzione  da parte dei media del Regno Unito.

La condanna di 7 uomini agli arresti da parte del tribunale distrettuale di Woolwich, a Londra, pronunciata lo scorso 15 giugno, ha consentito all’opinione pubblica britannica di gettare lo sguardo su un problema che la nazione si è trovata a dover fronteggiare nel 2004. I sette, descritti dal procuratore della Corona come un tipico esempio di “cellule dormienti di al-Qaeda sul territorio britannico”, agivano congiuntamente con una rigida compartimentazione dei ruoli, funzionando come un team multidisciplinare a tutti gli effetti. Ciascun membro portava in dote  al resto del gruppo una peculiare abilità in un settore specifico. Ad esempio, la costruzione o la distruzione di false identità, o l’abilità nell’istituire e nell’eludere attività di sorveglianza e di contro-sorveglianza; mentre il compito globale del team consisteva nel fornire supporto tattico a più livelli ai piani operativi di attacco di al-Qaeda sul territorio britannico. I sette uomini sono stati condannati ad un totale di 136 anni di carcere per il ruolo di supporto da essi rivestito nei complotti orditi da Dhiren Barot (studente indiano convertitosi all’Islam radicale), miranti alla distruzione di cruciali obiettivi simbolo della vita economica e istituzionale statunitense e britannica, in un arco di tempo che va dal 2001 al 2004.

Sei degli imputati hanno ammesso il proprio ruolo nella cospirazione, concernente in maniera primaria la fabbricazione di esplosivi, mentre un settimo, vale a dire lo stesso Barot, è stato ritenuto responsabile del reato di cospirazione finalizzato all’omicidio di massa. In ogni caso, a tre anni di distanza la minaccia terrorismo che la Gran Bretagna si trova a dover fronteggiare è in costante evoluzione viste le nuove strategie e le tattiche operative che necessitano di accresciute capacità di controterrorismo. Durante il processo, i rappresentanti dell’accusa hanno affermato con sicurezza con buona ragione che i piani operativi degli attentati ideati da Barot ricordavano in maniera impressionante le strategie professionali di business. Piani descritti come meticolosi, completi di valutazioni su come la campagna di attentati avrebbe influito sulla voce costi-benefici della causa qaidista, e che sono stati presentati dallo stesso Barot a figure chiave di al-Qaeda in Pakistan, congiuntamente a una lista dettagliata dei fondi necessari per l’attuazione. Tale modus operandi riecheggia maggiormente l’operato del consiglio d’amministrazione di una multinazionale che quello dello Stato maggiore di una campagna militare. Tenuto conto di come le moderne pratiche del world-business si siano evolute negli anni recenti, potremo non solo capacitarci della corrente minaccia islamista presente in Gran Bretagna, ma anche dei mezzi più atti a sconfiggerla. E non sorprende affatto notare che tra gli uomini di al-Qaeda vi sia una certa dimestichezza con il mondo degli affari. Lo stesso Osama Bin Laden, comandante e leader delle operazioni dell’organizzazione, è egli stesso un imprenditore del settore edilizio. La famiglia bin Laden, i cui interessi finanziari sono rappresentati dalla holding saudita Binladin Group che opera a livello globale, arriva a fatturare annualmente qualcosa come 5 miliardi di dollari, costituendo a tutti gli effetti una delle più significative realtà economiche del mondo islamico, con uffici di rappresentanza e intermediazione a Londra e a Ginevra. Lo stesso Bin Laden, in una delle sue rarissime interviste, concessa al giornalista dell’Indipendent Robert Fisk, il 6 dicembre 1996, si descrisse come “un ingegnere delle costruzioni  e imprenditore agricolo”. In base alle rivelazioni fornite all’intelligence statunitense da Jamal Ahmed al Fadl, un membro pentito  dell’organizzazione, la struttura operativa di al-Qaeda è modellata su quella di una multinazionale. Bin Laden è supportato da un consiglio che sembra assolvere la stessa funzione operativa di un consiglio di amministrazione ed esistono almeno 5 business units semi-autonome. C’è poi una unità militare che si occupa di problematiche concernenti l’addestramento e le armi; una con scopi di carattere commerciale e imprenditoriale che supervisiona tutti gli aspetti finanziari; una unità legale; una religiosa, e infine una unità adibita a tenere i contatti con i media.

Gli obiettivi di al-Qaeda (eliminazione di qualsiasi influenza straniera sui paesi musulmani, eliminazione degli infedeli, distruzione di Israele, creazione di un nuovo califfato islamico) sono globali; alla stessa maniera il suo business plan deve essere impostato in maniera globale. Una moderna impresa (non necessariamente a carattere eversivo) con aspirazioni simili deve affrontare due scelte fondamentali: diventare un colosso, perseguendo lo sforzo di star dietro ad ogni singolo aspetto dei suoi affari in ogni parte del mondo, peccando così di “gigantismo”, oppure mantenere le sue funzioni fondamentali e stipulare convenienti contratti di subappalto a livello locale, in materia di servizi operativi e ricerca di informazioni. Ambedue le opzioni presentano vantaggi e svantaggi. La prima ha la prerogativa di non incorrere in inutili dispersioni ma richiede necessariamente una organizzazione tentacolare, difficile da costituire e mantenere in clandestinità. La seconda opzione, a fronte di una inevitabile dispersione dalla casa madre, presenta i vantaggi della agilità e della adattabilità. I vertici dell’organizzazione hanno con ogni verosimiglianza optato per questa ultima scelta. E tale strategia viene chiaramente alla luce quando si analizza nei dettagli il piano di morte ideato da Barot. L’artificiere del gruppo era in possesso di una laurea in ingegneria che lo aiutava a capire il funzionamento delle cariche esplosive. Un altro, un tassista, gestiva le operazioni di sorveglianza e di controsorveglianza. Il terzo membro della cellula, un architetto, agiva da consulente riguardo alle modalità più efficaci per far crollare un edificio. Il quarto membro del gruppo aveva il compito di trovare abitazioni sicure per i membri operativi di Al-Qaueda che ne avessero bisogno di volta in volta. Il quinto aveva il compito di studiare il modo migliore di mettere fuori uso servizi elettronici di sicurezza e sistemi antincendio. L’unico membro del gruppo non riconosciuto colpevole dalla giuria accompagnò Barot in un viaggio di ricognizione negli USA. Quando si decide di espandere la propria attività in un nuovo settore, è pratica comune impostare tale attività procedendo progetto per progetto. La tesi guida formulata dal giudice Butterfield è che i complici di  Barot costituissero più un gruppo assembrato dallo stesso Barot, che una cellula dormiente il cui compito consisteva nel supportare attivamente chiunque fosse stato inviato in Gran Bretagna da Al-Qaeda.

Tutto questo, però, è cronaca di tre anni or sono, e nel mondo degli affari una volta che si stabilisce una nuova presenza sul mercato si avvia in parallelo anche il lavoro di costruzione  di un network di supporto a livello, in grado di assistere più progetti contemporaneamente piuttosto che uno alla volta. Solo il tempo e Gordon Brown ci potranno dire con certezza il valore delle azioni della al-Qaeda Inc., quotate alla City di Londra.

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