Al Qaeda e le armi di distruzione di massa: mito o realtà?

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Al Qaeda e le armi di distruzione di massa: mito o realtà?

27 Febbraio 2010

Quando alcuni giornalisti chiesero a George W. Bush quale fosse la più grande minaccia per la sicurezza americana dopo l’11 settembre, l’ex presidente rispose senza indugi: il terrorismo nucleare. Nel 2003 la pensava così anche gran parte degli americani: “Democratici e repubblicani concordano con l’amministrazione Bush – scriveva Graham Allison sull’edizione europea del “Wall Street Journal” (14 luglio 2003) – che la più grande minaccia alla civiltà è l’incontro tra il terrorismo e le armi di distruzione di massa”. Sette anni dopo, Casa Bianca e Pentagono non hanno cambiato idea: secondo Barack Obama, “il più grande pericolo per la sicurezza nazionale è il rischio che armi di distruzioni di massa cadano nelle mani dei terroristi”. Una possibilità che tiene sveglio la notte anche il Segretario della Difesa Robert Gates.

A differenza di politici e strateghi, però, parte dei cittadini americani sembra aver smesso di preoccuparsi. Dopo l’esperienza irachena, infatti, alcuni sospettano che questa paventata minaccia sia solo propagandistica, un modo per far crescere la paura e giustificare la guerra al terrorismo: come scrive Allison, oggi sono in molti a dubitare che un’organizzazione non statale come Al Qaeda possa davvero mettere le mani su tali armamenti. Ma a smentire gli scettici, ricordando la costante minaccia del terrorismo nucleare, giunge in queste settimane un saggio di Rolf Mowatt-Larssen initolato “Al Qaeda e le armi di distruzione di massa: mito o realtà?”, pubblicato dal prestigioso Belfer Center for Science and International Affairs dell’Harvard Kennedy School.

L’autore del saggio è un’autorità in materia. Prima di insegnare al Belfer Center, il signor Mowatt-Larssen – studente all’Accademia militare di West Point e funzionario dell’US Army – ha lavorato per 23 anni alla Cia occupandosi, tra l’altro, proprio di armi letali e antiterrorismo. Scopo della sua ricerca, costituita da un’accurata cronologia dei rapporti tra il network di Bin Laden e le armi di distruzione di massa, è dimostrare come al Qaeda e i suoi affiliati abbiano sempre cercato di acquisire simili armamenti. Ancora oggi, dunque, è assolutamente necessario pianificare una strategia per evitare che l’incubo – paventato prima da George W. Bush e oggi da Barack Obama – diventi realtà.

L’attrazione verso le armi di distruzione di massa ha interessato in passato altri gruppi terroristici, ma oggi – scrive Mowatt-Larssen – “al Qaeda è il solo gruppo conosciuto per la sua lunga, persistente e sistematica ricerca di armi letali da utilizzare in attacchi su larga scala”. Nel 2007, del resto, Bin Laden in persona ha promesso un’escalation delle uccisioni e delle battaglie contro l’America: e queste parole, mette in guardia l’autore del saggio, “non devono essere interpretate come vuota retorica”. Il messaggio del leader di al Qaeda, agli occhi di Mowatt-Larssen, è chiaro: “Perfino l’utilizzo di armi di distruzione di massa – che sarebbero illegali per l’Islam – sono giustificabili per contrastare l’egemonia statunitense”. In altre parole, il terrorismo fa sul serio e la storia di al Qaeda è lì a provarlo.

Scorrendo la cronologia di Mowatt-Larssen, si scopre che sin dalla fine del 1993 al Qaeda ha cercato di procurarsi uranio in Sudan: si tratta, spiega l’analista, “della prima prova che Osama Bin Laden aveva deciso di acquisire materiali nucleari”. Tre anni dopo Ayman Zawahiri, futuro braccio destro di Osama, viene fermato dai servizi segreti russi: la sensazione è che stesse cercando di ottenere armi nucleari dall’ex Unione Sovietica. Negli stessi mesi un altro leader di al Qaeda, Abu Ubeida al-Banshiri, viene ucciso in Africa meridionale dove “stava cercando materiale nucleare”. Il 1998, poi, è un anno di svolta: “La fusione tra la Jihad Islamica egiziana di Zawahiri e al Qaeda di Bin Laden segna un grande passo avanti nella ricerca di armi di distruzione di massa” da parte del terrorismo internazionale.

Alla fine degli anni novanta, il network del terrore è guidato da una mente strategica, quella di Osama, e da una mente scientifica, quella dell’egiziano Zawahiri, determinato a raggiungere gli obiettivi del capo saudita per mezzo di armi chimiche. La strategia di al Qaeda viene annunciata al mondo il 24 dicembre 1998: intervistato dalla rivista “Time”, Bin Laden spiega che “sviluppare armi di distruzione di massa per la difesa dei musulmani è un dovere religioso”. Negli anni seguenti, agli estremisti accolti nei campi di addestramento afgani vengono fornite nozioni base di chimica e radiologia. Zawahiri, intanto, recluta un biologo pakistano con simpatie estremiste – Rauf Ahmed – per sviluppare un programma di armi biologiche.

Arriviamo così all’11 settembre 2001. Due mesi dopo, Bin Laden parla con il giornalista pakistano Hamid Mir e minaccia: “Dichiaro che se l’America userà armi chimiche o nucleari contro di noi, allora noi risponderemo con le stesse armi. Possediamo queste armi come deterrente”. Mir parla anche con Zawahiri, il quale spiega: “Se hai 30 milioni di dollari, vai al mercato nero nell’Asia centrale, contatta un qualsiasi scienziato sovietico scontento e subito entrerai in possesso di dozzine di bombe. È quello che abbiamo fatto”. A questo punto, l’incubo del terrorismo nucleare cala sul mondo intero: indagini e conferme si susseguono fino al 2003, quando il governo americano – in un report indirizzato al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite – annuncia come “molto probabile” un attentato con armi di distruzioni di massa nel giro di due anni.

La cronologia compilata da Mowatt-Larssen si ferma qui, con una domanda: perché questo attacco non c’è stato? Non esiste una risposta certa. In seguito alla guerra in Afghanistan, la costruzione di armi di distruzione di massa potrebbe essere stata interrotta dalle forze militari occidentali: se così fosse, spiega l’autore, “bisogna continuare a combattere i terroristi”, per evitare che trovino un posto sicuro dove progettare un nuovo grande attentato contro gli Stati Uniti. Può anche essere, continua Mowatt-Larssen, che al Qaeda non sia ancora riuscita “ad acquisire il tipo di armi che cerca”, per portare a termine un attentato di dimensioni superiori all’11 settembre: “Per la rete di Bin Laden sarebbe difficile abbassare l’asticella posta l’11 settembre”, ma ottenere – e controllare – armi per un attacco ancora più grande di quello del 2001 è chiaramente complicato.

Chiarito ciò, la cronologia pubblicata dal Belfer Center fornisce almeno tre importanti lezioni. Primo, la leadership di al Qaeda ha sempre mostrato un forte interesse per l’acquisizione di armi di distruzione di massa; secondo, al Qaeda era pronta ad investire ingenti risorse per raggiungere il suo obiettivo; terzo, la rete di Bin Laden ha utilizzato contemporaneamente diverse strategie per ottenere armamenti letali. Come ha ricordato domenica l’ex vicepresidente Dick Cheney, “la più grande minaccia strategica per gli Stati Uniti è la possibilità di un altro 11 settembre con armi nucleari o agenti biologici di qualche tipo”. Parole simili a quelle utilizzate sul “Wall Street Journal” del 29 gennaio dall’attuale vicepresidente Joe Biden, che presto presenterà a Washington le strategie dell’amministrazione americana per prevenire una catastrofe nucleare. Se parte degli americani resterà scettica, possiamo consolarci sapendo che i responsabili della sicurezza nazionale sono ben consapevoli di fronteggiare il più grande pericolo per la sicurezza mondiale.