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Al summit del Mar Nero Putin è ancora protagonista

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Oleodotti, gasdotti, corridoi di trasporto. Il vertice per il 15° anniversario dell’Organizzazione di cooperazione economica del mar Nero (Bsec, nell’acronimo inglese), lo scorso 25 giugno, ha segnato un’altra tappa nell’offensiva geopolitica russa delle ultime settimane. Dopo l’accordo di maggio con il Turkmenistan e il Kazakistan e poi con l’Austria, dopo l’accordo per South Stream tra Eni e Gazprom del 23 giugno e il vertice con i paesi balcanici (a Zagabria) sull’energia del giorno seguente, Putin è stato il protagonista assoluto anche ad Istanbul.

In primo luogo, il presidente russo ha neutralizzato le proposte della Turchia per aggiungere una dimensione politica a un’organizzazione che, come il nome stesso indica, ha per finalità l’espansione degli scambi - bilaterali e regionali - e la creazione di infrastrutture tra i 12 paesi che ne fanno parte: oltre a Russia e Turchia, Bulgaria, Georgia, Romania, Ucraina (i 6 rivieraschi), più Albania, Armenia, Azerbaigian, Grecia, Moldova e Serbia; ed è stata l’ambizione turca di attribuire alla Bsec compiti diplomatici nella risoluzione dei conflitti regionali, compresi quelli della Georgia e della Moldova in cui è direttamente coinvolta la Russia, a far irrigidire la posizione di Mosca.

In secondo luogo, stavolta con l’appoggio turco, Putin ha anche rigettato i tentativi della Bulgaria di istituzionalizzare il Forum del mar Nero, inaugurato l’anno scorso a Bucarest con la presenza degli Stati Uniti e l’assenza della Russia infastidita dai richiami alla democrazia dei partecipanti, che rimarrà un poco incisivo vertice annuale di consultazione politica tra capi di stato. La Russia, in realtà, temeva soprattutto che nelle intenzioni della Romania ci fosse la proposta di un coinvolgimento della Nato - e quindi, degli Stati Uniti - sui temi della sicurezza e più direttamente in operazioni anti-terrorismo nel mar Nero (nel 2004 la Nato aveva proposto di estendere al mar Nero, con a partecipazione di Ucraina e Russia, le attività del programma Active Endeavor, rimasto confinato al Mediterraneo a causa del rifiuto russo); e del resto, Mosca e Ankara appaiono gelose di Blackseafor, le forze navali congiunte dei paesi rivieraschi, e del nuovo programma congiunto anti-terrorismo Black Sea Harmony: un modo per delimitare con decisione la propria sfera d’influenza.

Di converso, Putin ha ripreso i temi affrontati il giorno prima a Zagabria: incitando i propri partner a firmare contratti di durata pluriennale con le aziende di stato russe, per la fornitura di petrolio e gas naturale, con l’obiettivo di stabilizzare il mercato dell’energia; proponendo più in generale una forte integrazione tra la Russia e gli altri paesi produttori dell’Asia centrale da un lato,  e i paesi balcanici e del mar Nero dal’altro: per far sì che l’intera regione diventi l’area di transito privilegiato delle risorse energetiche da Est a Ovest - sotto il controllo russo, senza ingerenze americane.

Quest’integrazione auspicata da Putin, inoltre, interesserà anche il settore dei trasporti: quelli marittimi, con una serie di linee che verranno attivate anche per il trasporto passeggeri, tra i principali porti degli stati rivieraschi; quelli stradali, grazie alla realizzazione di un anello di circa 5000 chilometri - già previsto dall’intesa firmata a Belgrado lo scorso 19 aprile - che toccherà tutte le principali città che si affacciano sul mar Nero,  con un prolungamento a Baku sul Caspio.

La Russia continua nella sua offensiva geopolitica, gli Stati Uniti e l’Europa sono chiamati a reagire.

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