Al via le trattative per la pace, ma Hamas resta un ostacolo

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Al via le trattative per la pace, ma Hamas resta un ostacolo

13 Dicembre 2007

12 dicembre, suona la sveglia dei negoziati.
Dopo lunghissime trattative culminate nel summit di Annapolis di fine novembre,
le delegazioni israeliane e palestinesi hanno dato ufficialmente il via agli
incontri che dovrebbero portare ad una pace definitiva entro il 2008, con la
creazione di uno Stato palestinese a fianco di quello israeliano. Ma le
premesse non sono delle migliori: più che dalla speranza per l’incontro tra le
controparti, la giornata di mercoledì è stata segnata da un fitto lancio di
razzi Qassam sul villaggio israeliano di Sderot: un chiaro messaggio di Hamas,
che di pace non vuole sentir parlare.
 
L’incontro tra i negoziatori – guidati da Tzipi Livni e Ahmed Qurie – è
avvenuto a Gerusalemme, e rappresenta il primo incontro di pace ufficiale in
sette anni. L’obiettivo è quello sancito nel Maryland a fine novembre: una
risoluzione definitiva del conflitto israelo-palestinese prima che George W.
Bush lasci la Casa Bianca, insomma entro la fine del 2008. Le trattative sono
molto complicate: al di là delle resistenze interne (la destra parlamentare in
Israele e Hamas per l’Autorità Nazionale Palestinese), sul tavolo restano forti
divisioni riguardanti alcune questioni fondamentali.
 
Primo, la sicurezza. Israele l’ha sempre detto: “Security first”. Questo
significa che per Olmert la pregiudiziale ad ogni trattativa è l’incolumità dei
cittadini israeliani: Abu Mazen, dunque, dovrebbe frenare gli attacchi a
Israele che giungono quotidianamente dalla Striscia di Gaza, prevalentemente
sottoforma di razzi. Ma, ad oggi, i risultati sono molto scarsi: Hamas non
accetta alcun ordine dal West Bank di Fatah, e la Striscia di Gaza è
sostanzialmente uno Stato a sé determinato a combattere lo “Stato sionista”.
 
Secondo, i confini. La questione è spinosa e duplice: si tratta di trovare un
accordo sugli insediamenti israeliani nel West Bank e sulla suddivisione di
Gerusalemme, che entrambi reclamano come capitale unica. La consegna dei
territori palestinesi occupati da insediamenti israeliani è una questione capitale
per Abu Mazen: Olmert si è mostrato ben disposto, parlando più volte della
necessità di “dolorose concessioni” per giungere alla pace. Ma in Israele sono
in molti a ritenere intoccabili – e dunque incedibili alla controparte – i
territori occupati: la questione, più che al tavolo dei negoziati, si gioca
dunque all’interno della Knesset. Stesso discorso vale per Gerusalemme:
l’ipotesi sul tavolo è quella di dividerla equamente tra israeliani e
palestinesi, cedendo ad Abu Mazen il controllo dei quartieri arabi di
Gerusalemme Est. Ma anche nel caso della capitale, le resistenze sono
fortissime: contro l’ipotesi di una concessione di parti della città –
caldeggiata soprattutto dal vicepremier Ramon – sono scesi in piazza migliaia
di ebrei ortodossi.
 
Terzo, i rifugiati. Olmert è contrario all’ipotesi che migliaia di rifugiati
possano far ritorno nei confini di Israele dopo l’istituzione di uno Stato
palestinese: e proprio in cambio dell’abolizione del “diritto al ritorno” da
parte di Abu Mazen, Israele potrebbe fare importanti concessioni territoriali.
 
Ma mentre Livni e Qureia si preparavano a trattare di queste tematiche, nubi
minacciose si sono affacciate sul cielo mediorientale. Da parte palestinese
alcuni funzionari hanno minacciato di far saltare il tavolo delle trattative:
la sfida sarebbe una risposta a 300 nuove case costruite dagli israeliani a
Gerusalemme Est, proprio in quella parte della città che Abu Mazen vorrebbe
come capitale. La minaccia è poi rientrata: i negoziatori palestinesi hanno infatti
deciso di porre la questione direttamente alla controparte israeliana,
nell’ambito del primo incontro negoziale. Prima dell’inizio delle trattative,
Abu Mazen ha espresso il desiderio che il governo israeliano torni sui suoi
passi bloccando le costruzioni; stesso auspicio è giunto anche da Washington,
nel tentativo di non alterare subito i primi sforzi di pace.
 
Ma le maggiori rimostranze vengono sicuramente da Israele. Hamas, per mezzo dei
gruppi terroristici che le gravitano attorno, ha fatto capire con le armi di
non avere la minima intenzione di cedere Gaza e di spartire il territorio
palestinese con gli ebrei: mercoledì mattina, infatti, quindici razzi Qassam
sono stati lanciati nel Negev. La maggior parte dei colpi sono finiti in campi
aperti, ma si sono comunque registrati cinque feriti – tra cui una ragazza
colpita da una granata. La pioggia di Qassam, che esaspera da anni la
popolazione di Sderot, ha portato alle immediate dimissioni del sindaco:
parlando a Israel Radio, il primo cittadino Eli Moyal ha dichiarato non volere
più “la responsabilità di gestire una città sotto attacco da sette anni”,
accusando implicitamente il governo in carica di averlo lasciato solo con i
suoi cittadini. La decisione, ha continuato Moyal, non è stata improvvisa: “Ci
penso da molti anni. Un anno fa stavo per lasciare, e ora ho deciso. Per sette
anni nessuno si è assunto la responsabilità di quello che sta accadendo qui. È
irragionevole cominciare la giornata con otto Qassam. Non mi prenderà più
questa responsabilità: avevo scelto di governare una città, non questa
situazione”.
 
Difficile dare torto al sindaco di Sderot: la cittadina di 22.000 abitanti, a
solo un miglio dalla Striscia di Gaza, si è trovata a essere il bersaglio di
4.500 razzi Qassam dal 2001. Il bilancio, a oggi, è di sette morti, dozzine di
feriti e panico costante. E a sostegno delle tesi del sindaco si è pronunciata
anche la Corte Suprema di Giustizia, che ha ammonito il governo per la sua
incapacità di fornire adeguata protezione alla popolazione di Sderot, bersaglio
continuo dei militanti di Gaza.
 
La risposta del governo non si è fatta attendere: il ministero della Difesa ha
subito convocato una riunione straordinaria per valutare la situazione, mentre
i raid dell’esercito nella Striscia – a caccia di delle postazioni di lancio –
continuano da giorni. Raid brevi e mirati, evidentemente insufficienti: non a
caso, dopo i lanci di mercoledì mattina, il capo dell’esercito israeliano Gabi
Ashkenazi ha lasciato intuire ancora una volta che una massiccia penetrazione
militare nella Striscia potrebbe essere inevitabile.
 
Dopo il fallimento delle sanzioni energetiche, e in seguito all’inefficacia di
raid sporadici, l’invasione risulterebbe un’opzione obbligata: “Arriveremo al
punto in cui non ci resterà che l’invasione su larga scala” ha detto Ashkenazi,
sottolineando come i continui raid israeliani portino a una riduzione del
lancio di razzi, ma non riescano a fermarlo. La sera prima, parlando a Tel
Aviv, anche Olmert aveva espresso simili preoccupazioni: “La situazione nel sud
del Paese, alla luce del lancio dei razzi Qassam, ha creato una difficile
realtà” ha detto il premier israeliano, promettendo poi di non arrendersi fino
a che la situazione non sarà tornata alla normalità.

Intanto, a Gerusalemme, si tratta. Si tratta
sulle tre questioni fondamentali – confini, sicurezza e rifugiati –, ma tra le
righe i problemi sono altri: Hamas – una seconda Palestina forte, amata e
determinata a sconfiggere Israele –; un presidente (Abu Mazen) che non riesce a
riprendere il controllo della Striscia di Gaza e a fermare gli attacchi contro
Israele; e un premier (Olmert) attaccato da cittadini stanchi di essere
bersaglio dei razzi palestinesi e da altri che di lasciare un po’ di terra ai
palestinesi, davvero, non ne vogliono sapere. Per dipanare tutte queste nuvole,
poco più di un anno.