Il mea culpa sul doping

Alex Schwazer: quando il “suicidio” del campione è la rinascita dell’uomo

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Poteva finire peggio. A vedere quegli occhi, quelle lacrime, quello sguardo, l’impressione è solo una. Poteva finire peggio.

E dire che di esempi ne abbiamo avuti parecchi. Marco Pantani, su tutti. Ma anche Amy Winehouse, che se ne andava giusto un anno fa. Il rapporto con il successo, ma soprattutto con i propri limiti, può diventare facilmente pericoloso, un qualcosa che se non si è in grado di maneggiare, può essere letale.

“Non ci si può fermare a ventitré anni, dopo aver vinto un’Olimpiade”. No, le parole di Alex Schwazer in conferenza stampa non sono quelle di chi vuol fare la vittima. Sono parole di vero dispiacere, di autentica disperazione. Parole di chi non ce la fa più, di chi, oltre al lavoro e a buona parte della sua vita, ha perso la passione.

“Non ho piacere ad allenarmi 35 ore a settimana e poi essere giudicato solo in base a una prestazione. Quello che voglio è solo una vita normale, un lavoro normale”. Pare facile. O meglio, è facile, diranno in molti. Al coro si aggiunge anche il suo collega Niccolò Campriani, il tiratore che ha portato a casa da Londra un oro e un argento: “Se non vinci, non succede niente”. Pare facile, appunto.

Ma no, non lo è per chi è cresciuto sentendosi ripetere di essere il migliore, di avere la fortuna di vivere la vita che ognuno vorrebbe. Se le ricorda, Alex, tutte le volte che gli hanno detto quella frase: “Chiunque vorrebbe essere al tuo posto”. Il suo sorriso è di quelli che si vedono nei film, della vecchia gloria che fa la morale al più giovane, infrangendo i sogni ambiziosi di chi però, alla fine, fa solo la parte dello spettatore, perché la vita vera è un’altra cosa.

Solo che stavolta il giovane era lui, lì in mezzo, e di fare la morale a qualcuno non ne aveva evidentemente voglia, mentre tutti continuavano a chiedergli il motivo di quel suicidio così eclatante. Perché il suo è stato un suicidio in piena regola. Di quelli che siamo abituati a sentire e a compatire da parte di chi era troppo umano per arrivare troppo in alto. Di chi, come lui, si è reso conto che neanche un campione di marcia avrebbe potuto affrontare un cammino tanto lungo e faticoso.

Ha solo chiesto scusa, ammettendo tutto, senza tralasciare i particolari più crudi, le iniezioni di Epo di nascosto in bagno e la vergogna di dover ammettere la sua sconfitta, prima di tutto davanti ai suoi familiari, alla sua fidanzata. Ma non per questo si è tirato indietro, si è assunto tutta la responsabilità.

È che, semplicemente, c’è chi ce la fa e chi non ce la fa. E se non ce la fai, o sei abbastanza forte da mollare in tempo, uscendo tra i fischi, oppure vai incontro all’autodistruzione. E la sua colpa più grande è stata di non aver saputo gettare la spugna.

Eppure Schwazer, forse senza nemmeno rendersene conto, ha centrato il punto. Perché se lui desidererebbe solo la semplicità della vita delle valli altoatesine, noi da quella stessa semplicità dovremmo imparare. Perché, mentre viviamo in un momento storico in cui i genitori anziani si ammazzano per il fallimento dei figli (è accaduto a Teramo in questi giorni), siamo ancora qui a sognare un futuro di successi inarrivabili, stregati dalle tante aspettative di benessere che le generazioni precedenti, colpevoli ma innocenti allo stesso tempo, ci hanno trasmesso. Per poi rimanere increduli, scioccati, dalle storie di chi, come il giovane Alex, si perde proprio sul traguardo.

Forse, al di là del dispiacere sportivo che la notizia della sua esclusione per doping dalle Olimpiadi ci ha procurato, dovremmo tirare un sospiro di sollievo. Questa storia, nonostante tutto, avrà un lieto fine. Forse non per lo sport, né per l’Italia, che si ricorda di essere tale solo sugli spalti di uno stadio e che perdona tutto e tutti ma in pista no, non ammette errori. Avrà un lieto fine per lui. Perché Alex ha barato, ha violato le regole del gioco, ha mandato in tilt il sistema. Ha scelto la soluzione più estrema, l’unica cosa che, distruggendolo, avrebbe potuto tirarlo fuori per sempre, rendendolo libero, finalmente. Vincente, ancora una volta.

 

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3 COMMENTS

  1. E’ solo l’inizio
    Temo che questa storia non finirà come auspica l’articolista. I giornalisti, finite le olimpiadi, si getteranno come cani su di un osso. Ricordate il caso Pantani? Alcuni PM stanno già affilando le armi immaginando chissà quali complicità e pregustando le prime pagine dei giornali.

  2. Nessuno potrà toglierli i
    Nessuno potrà toglierli i meriti acquisiti.E’ stato poco maturo a non trovare una scusa per togliersi pian piano da uno sport diventato un peso.Ma è una persona spanne sopra tutti i moralisti.Tanti auguri Alex e grazie per quello che hai dato e fatto.

  3. ASSOLUZIONE
    L’atleta ha fatto un unico grande errore, propedeutico all’assunzione di epo: quello di non aver avuto la forza di dire basta nel momento in cui riteneva intimamente di doverlo fare…ma nella vita ci sono persone pure, dai principi solidi, che prima di fare delle cose per se stessi le fanno per non deludere gli altri. Proviamo a pensare a tutti coloro, dagli amici, ai tecnici, ai familiari, che riponevano speranze ed ambizioni sul giovane altoatesino: lui di certo ne portava il peso e non voleva deludere questa fiducia…e quindi: come poterla “tradire” senza passare ugualmente attraverso il pegno del dolore e della intima sofferenza individuale? Evidentemente Schwazer non è stato lucido nel trovare una tale soluzione e dunque ha cercato fino alla fine solo un antidoto per mantenere in vita, artificialmente, una realtà che gli altri immaginavano magnifica e che per lui si era fatta incubo. Non lo condanno: perchè dalla confessione amara e dolente dell’atleta è emerso chiaramente che il suo gesto non era affatto per vincere…una vittoria ed un oro che non lo avrebbero affatto ricompensato dalla nausea che provava per l’atletica da tempo, un oro che in definitiva sotto il profilo sportivo non gli sarebbe mai veramente appartenuto, ma era esclusivamente per rispondere e rispettare quelle aspettative che erano degli altri e non sue, ma che lui per un mal interpretato senso del dovere le aveva metabolizzate come proprie. La condanna sportiva farà il suo corso, ma l’assoluzione morale, date le circostanze, le merita tutte.

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