Alla Merkel serve la Francia se vuole ottenere la poltrona della BCE
29 Ottobre 2010
Alla fine la “coppia di Deauville” sembra averla spuntata a Bruxelles. Il presidente Sarkozy e la Cancelliera Merkel sono riusciti a imporre la linea all’ultimo Consiglio Europeo. Obiettivo: riformare il trattato di Lisbona, dopo aver raggiunto dieci giorni fa nella cittadina atlantica un accordo di principio sulla necessità di introdurre meccanismi di gestione delle crisi, alla luce anche del brutto spettacolo che l’Europa ha offerto durante la crisi greca. E’ lecito affermare che il motore franco-tedesco sia tornato a colpire e a dare segni di vita. La ragione principale è da ricercare nel rifiuto di Parigi e Berlino a farsi rubare palcoscenico e potere dalle istituzioni comunitarie, Commissione in testa, che mostrano in questa fase una certa tendenza a giocare a tutto campo e ad accaparrarsi spazi politici sempre maggiori, oltre ovviamente a reclamare più risorse. A Deauville i due leader politici hanno preferito trovare un compromesso e mettere da parte gli attriti degli ultimi mesi anche per contenere l’avanzata dell’euro-burocrazia di Bruxelles.
Ma c’è forse di più. La Merkel si è dimostrata più incline al compromesso mandando in soffitta la linea “sanzionatoria” (dai toni forti e forse un po’ eccessivi) assunta negli ultimi mesi nei confronti di quei paesi non in grado di tenere i conti in ordine e potenzialmente capaci di mettere a repentaglio la stabilità della moneta europea. Si ricorderanno i toni accesi del dibattito tedesco, quando fu persino evocata l’eventualità di mettere alla porta i paesi dell’euro con conti non in linea con i parametri di Maastricht. Giorni di rabbia teutonica nei quali il governo tedesco faceva la grancassa ai malumori dell’opinione pubblica, indispettita dalla prospettiva che denari federali finissero nelle casse elleniche dopo aver subito tagli in casa propria durante gli anni della crisi.
Frau Kanzlerin si è ammorbidita dunque. E’ lecito chiedersi però cosa abbia spinto la Merkel ad una sterzata nei toni e nello stile in materia di "rigore" europeo. Solo consapevolezza che in Europa battere i pugni sul tavolo è spesso non pagante, quantunque sia la "ricca" Germania a farlo? Consapevolezza ritrovata che un qualsiasi obiettivo politico che chiami in causa la governance europea senza un accordo con gli altri paesi, Francia in testa, non si possa raggiungere? Oppure il governo tedesco ha altro in mente? Da che Europa è Europa, le cariche si mercanteggiano tanto a Bruxelles quanto nelle capitali del vecchio continente. E non è fantapolitica chiedersi se a Berlino non si stia pensando a rinsaldare con Sarkozy (già indispettito dal rigorismo sanzonatorio di Berlino ai tempi del caso Grecia) ammorbidendo propositi e bacchettate da prima della classe, per poi presentare il conto quanto prima. E quale dossier più prelibato se non la presidenza della Banca Centrale Europea? Non è un mistero che la Germania reclami la poltrona di Francoforte per un tedesco.
Lo scorso 11 ottobre il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, è stato ricevuto all’Eliseo da Sarkozy, in veste di presidente del Financial Stability Board, e recentemente ha ricevuto pubblico elogio da parte di Jean-Claude Trichet, governatore della BCE, per il modo in cui questi avrebbe stabilizzato il sistema creditizio italiano durante la crisi. E’ indubbio che il nostro Draghi sia uomo dal profilo autorevole e che possa giocarsi la poltrona di Francoforte contro chiunque la Germania voglia opporgli, sia esso l’attuale governatore della Bundesbank, Axel Weber, oppure Klaus Regling, l’economista a capo del Fondo Europeo di Stabilizzazione Finanziaria, new entry nel totonomi per la BCE. Ma a prescindere dal candidato che il governo tedesco deciderà di mettere in campo, l’Italia non commetta l’errore di dare per scontato il sostegno della Francia. La Merkel vanta credito a Parigi e non esiterà ad esigerlo a tempo "debito".
