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Il caso Caliendo al voto dell'Aula

Alla prima prova del nove Fini sceglie di non scegliere e si aggrappa a Casini

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Né di qua, né di là. Gianfranco Fini sceglie la via più facile: astensione sulla sfiducia al sottosegretario Caliendo.  Che tradotto vuol dire: la tattica al posto della politica. Una mossa in due tempi, da un lato per mandare un segnale a Pdl e Lega, dall’altro per avviare le prove tecniche di terzo polo con Casini, Rutelli e gli uomini di Lombardo.

Oggi a Montecitorio i deputati di Futuro e Libertà hanno questo compito da assolvere, non così per i finiani a governo dai quali, invece, il presidente della Camera si aspetta un no alla mozione di sfiducia targata Idv. Un piano obliquo, insomma sul quale l’ex leader di An si muove nel giorno in cui è chiamato alla prima prova dei fatti, dopo il divorzio dal Cav.

Una mossa che nelle file pidielline viene considerata “discutibile e strumentale”, per due motivi. Il primo: la convergenza tra Udc, Api e Mpa appare come il tentativo di mettere in piedi un rassemblement centrista a trazione meridionale che in caso di elezioni anticipate possa rappresentare un’alternativa a Berlusconi e al tempo stesso garantire a Fini “di muoversi in un’area moderata e assicurarsi la sopravvivenza”; dall’altro rimarcare un “peso politico” specifico rispetto ai numeri della maggioranza e all’autosufficienza del governo, soprattutto alla Camera. Il secondo: si antepone il garantismo alla “manovra politica”.

Un tatticismo che per dirla con Cicchitto “deve fare i conti con due questioni: da un lato i parlamentari del Fli hanno una rappresentanza nel governo Berlusconi e dichiarano di far parte della maggioranza, dall'altro, malgrado tutto, c'è un autentico bipolarismo che, nonostante errori e contraddizioni, continua a dividere  le forze politiche principali. Questo bipolarismo si ritrova anche nel voto sulla mozione contro il sottosegretario Caliendo che divide garantisti e giustizialisti”. Fini mette le mani avanti, guai a chiamarlo ‘terzo polo’, meglio ''convergenza'' o ''area di responsabilità”, come spiegano Della Vedova e Cesa e Lorenzo Cesa. Meglio chiamarlo confronto tra forze politiche e chiarisce, parlando ai suoi, che non si tratta di un suo progetto.

Dunque non ci saranno “imboscate” alla prima prova dei finiani, ma che il gruppo dei trentatre, nonostante il pressing del presidente della Camera, non viaggi propriamente all’unisono è un dato che in questi giorni è emerso a più riprese. Non solo la divaricazione di posizioni tra falchi e colombe ma anche una certa irritazione per come Fini ha deciso di gestire il caso Caliendo, nonostante la conferma della linea di lealtà al governo e alla maggioranza. Tanto che il parlamentare pugliese Francesco Divella ha già annunciato che oggi non voterà con Futuro e Libertà, ma col Pdl.

E non  è un caso se l’ex leader di An nella cena di Farefuturo invita i suoi a “non dare mai pretesti” ai berlusconiani e di “essere parchi nelle dichiarazioni”. Come non è casuale, osservano dalle file della maggioranza, la sollecitazione alla sintesi unitaria che per Fini si traduce in una “necessità assoluta” perché “dobbiamo cancellare ogni distinzione tra falchi e colombe”. Tornando al voto di oggi a Montecitorio, sarà interessante vedere come si comporteranno i finiani che fanno parte del governo, cioè se si asterranno o voteranno compatti con la maggioranza.

Un passaggio non irrilevante dal momento che Fini da giorni ripete che non è un traditore e che sarà leale nei confronti dell’esecutivo. La questione è sul tavolo del premier che ieri a Palazzo Grazioli ha avuto una serie di incontri proprio sul caso Caliendo. Se oggi la somma delle astensioni e dei sì alla mozione – è il ragionamento ai piani alti di via dl’Umiltà - dovesse superare i voti della maggioranza si aprirebbe un problema politico”, perché la soglia minima è quella di 316. “E cosa fa Ronchi,  in mattinata partecipa al Consiglio dei ministri e nel pomeriggio sfiducia un suo collega di governo?", è la domanda ricorrente.

Per ora il Cav., è fiducioso sul fatto che in Aula non ci saranno sorprese e sulla tenuta dell’esecutivo, ma questo non vuol dire che non escluda alcuna ipotesi, anche che la situazione possa precipitare. Se da un lato prende atto delle dichiarazioni di lealtà dei finiani, dall’altro rifiuta ogni tentativo di logoramento e tiene a portata di mano l’ipotesi del voto anticipato, come in queste ore ha ribadito a deputati e senatori.

Quanto alla linea dell’astensione scelta da Fini, non ha dubbi nel considerare lo strumento del non voto “un’operazione ambigua”, nient’altro che una tattica di “generali senza esercito”. Una cosa è certa, ripetono dal quartier generale del Pdl: se oggi chi ha incarichi di governo dovesse astenersi “ci saranno ripercussioni” sull’esecutivo. Messaggio per Fini.

 

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7 COMMENTS

  1. un nuovo nome per il gruppo di fini
    Propongo un’inchiesta fra i lettori per dare un nome più adatto al gruppo di fini,

    Io inizio col proporre “senza futuro”

  2. Marketing politico strategico
    Egregio Anonimo 04/08/10 11:00, mi perdoni se rimastico del suo. Mi sembra più pregnante, anche se meno snello: Senza Futuro & Senza Libertà.

  3. Poveri

    Poveri squagliacquazzina… per dirla come Ferrara & Cruciani!
    Ma non vi rendete conto che con l’astensione… per questa volta Fini ha graziato il Berlo e non staccando la spina al governo evita un guaio al Paese?
    La differenza, pur restando nella maggioranza, Fini l’ha marcata per bene.
    E’ inutile che il Berlo parli di elezioni, senza una legge elettorale diversa da questa non se ne parla!
    Eppoi lo sapete bene che ci sono miliardi e miliardi ti titoli pubblici in scadenza a breve….
    Volete che le agenzie di rating americane ci declassino?
    Gia sià nell’area PIIGS……
    C’è un mandato popolare e il governo deve continuare a sfasciare l’Italia, cosi nel 2013 qualcuno avrà aperto finalmente gli occhi!

  4. Se questo è il futuro…
    La situazione è semplice. Il futurista Fini sta per darci un altro fantastico, mirabile esempio di politica nuova e d’avanguardia. Opterà per l’astensione, probabilmente “concordata” con l’Udc (tanto per aggiungere un altro po’ di tanfo di prima repubblica). Roba che, al confronto, Pilato era un decisionista con le idee (quelle sì) chiarissime. E pazienza se pochi giorni fa il Futurista aveva detto: gli indagati si dimettano. La verità è che Fini pensa e agisce sempre più nel segno di Marx. Ma non Karl, bensì Groucho, che – con uno dei suoi fulminanti aforismi – diceva: “Signorina, questi sono i miei princìpi. Se non le piacciono, ne ho altri”. E lo stesso Marx (Groucho, intendo) avrebbe saputo spiegare meglio di tutti l’atteggiamento di Fini verso il Pdl con un’altra sua micidiale freddura: “Non farei mai parte di un club che accettasse tra i suoi iscritti uno come me”.

  5. Se questo è il futuro…
    La situazione è semplice. Il futurista Fini sta per darci un altro fantastico, mirabile esempio di politica nuova e d’avanguardia. Opterà per l’astensione, probabilmente “concordata” con l’Udc (tanto per aggiungere un altro po’ di tanfo di prima repubblica). Roba che, al confronto, Pilato era un decisionista con le idee (quelle sì) chiarissime. E pazienza se pochi giorni fa il Futurista aveva detto: gli indagati si dimettano. La verità è che Fini pensa e agisce sempre più nel segno di Marx. Ma non Karl, bensì Groucho, che – con uno dei suoi fulminanti aforismi – diceva: “Signorina, questi sono i miei princìpi. Se non le piacciono, ne ho altri”. E lo stesso Marx (Groucho, intendo) avrebbe saputo spiegare meglio di tutti l’atteggiamento di Fini verso il Pdl con un’altra sua micidiale freddura: “Non farei mai parte di un club che accettasse tra i suoi iscritti uno come me”.

  6. e pensare che io sono comunista!!!
    Basta con i compagni di strada obbligati: le differenze di stile contano eccome
    E se la “lucida follia”
    fosse la nostra?
    di Federico Brusadelli

    Chi festeggia è pazzo, ha detto qualcuno parlando della rottura del Pdl. Eppure a vedere anche il dibattito politico su Facebook, la vera agorà dei nostri tempi, si capisce perché c’è chi, dopo lo “strappo”, si sente euforico. E ha voglia di festeggiare. Per senso di liberazione, inutile nasconderlo. Perché, alle volte, al di là delle differenze di sostanza, al di là delle distinzioni sui contenuti, al di là delle priorità programmatiche e delle diverse “parole d’ordine”, c’è un problema di stile. Di stile e di linguaggio. E, anzi, spesso sono queste le distanze più difficili da colmare.

    Ecco: come si colma la distanza con le “bravate” di Feltri e del Giornale? Come si colma la distanza con quel giornalismo, con quell’ansia da sputtanamento, con quei titoli e con quelle vignette? Come si colma la distanza con chi invoca per Fini il trattamento Boffo? Come si colma la distanza con chi, da ministro della Cultura, rovescia strali su professori e giornalisti “frondisti” davanti ai maggiorenti del partito, manco fossimo ai tempi delle purghe sovietiche? Come si colma la distanza con chi porta a spasso i maiali al guinzaglio per non far costruire le moschee o invoca il cannoneggiamento dei gommoni di poveri disperati? Come si colma la distanza con chi grida all’assassinio davanti alla tragedia di una ragazza in coma e della sua famiglia? Come si colma la distanza con chi pensa che Saviano, parlando di camorra, renda un pessimo servizio all’Italia? Come si colma la distanza con chi nega che la coesione nazionale sia un valore, e che “essere italiani” abbia un senso?

    La risposta è chiara. È difficile da colmare. Non si può colmare se non ingoiando troppi rospi. Non si può colmare se non aggrappandosi al baluardo dell’ “identità politica”. La destra deve stare a destra, è questo il succo. Una tautologia senza senso. Che porta, poi, in nome di questa difesa della “destrità”, al tacito assenso nei confronti di posizioni indifendibili che scivolano verso l’estremismo.

    E allora se la destra che sentiamo “nostra” preferisce parlare “a tutto campo” più che con Stracquadanio, “altrove” più che con Capezzone, con “altri” più che con qualche compagno di strada obbligato, non può essere una colpa. È una questione di sostanza e di forma (ma anche la forma è sostanza, a suo modo). Ed è, in fin dei conti, una questione di libertà. Ecco perché c’è chi ha voglia se non di festeggiare, almeno di sorridere. È voglia di parlare a tutti, è una spinta a slegarsi da vecchie etichette, ordini di reggimento e barricate identitarie. Ed è forse questa la vera “lucida follia”, altro che.

    3 agosto 2010

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