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Alle antiche origini del confronto tra Oriente e Occidente

Nel 333 a.C. Alessandro Magno tagliò con la propria spada il Nodo di Gordio, sciogliendo il quale – voleva la leggenda – si sarebbe divenuti padroni dell’Asia. Su questo fatto storico (o presunto tale), negli anni Cinquanta, Ernst Jünger e Carl Schmitt diedero alle stampe un libro omonimo che recava come sottotitolo “Dialogo su Oriente e Occidente nella storia del mondo”. Ciò che legittimava una filosofia della storia fondata sulla dialettica fra Levante e Ponente era la constatazione, come scriveva Carlo Galli introducendo l’edizione italiana “che, per lunghissimo tempo e secondo una tradizione illustre che risale almeno alle guerre dei Greci contro i Persiani, l’autocoscienza d’Europa si è manifestata come contrapposizione rispetto all’Oriente, come lotta fra libertà e dispotismo”. Del resto, va in questa stessa direzione la scelta del Presidente della Convenzione europea Giscard d’Estaing di porre in epigrafe al testo del progetto di costituzione un passaggio del noto discorso che Tucidide, nella Guerra del Peloponneso, attribuisce a Solone (“Il nostro ordine politico non si modella sulle costituzioni straniere. Siamo noi d’esempio ad altri, piuttosto che imitatori. E il nome che gli conviene è democrazia, governo nel pugno non di pochi, ma della cerchia più ampia di cittadini […]”), in cui si esprime implicitamente il proposito da parte di Atene di continuare la battaglia per la libertà, un tempo combattuta contro i Persiani ed ora continuata nei confronti di Sparta, secondo un andamento molto simile a quelle che abbiamo conosciuto con la Guerra fredda Usa-Urss. In altre parole, la storia del “dispotismo orientale” è quella che Norberto Bobbio ha brillantemente definito l’“ideologia europea” (nel significato non peggiorativo del sostantivo in oggetto).

Esce in questi giorni in Italia un libro che si muove su questa falsariga, di cui è autore Tom Holland, bravissimo divulgatore della BBC che già ha lavorato ad adattamenti televisivi di vari classici greci e latini. Il titolo è Fuoco persiano e – senza farsi mancare in copertina il celebre Leonida alla Termopili di Jacques Louis David, conservato al Louvre – narra del confronto con l’impero di Dario e Serse, che si chiuse vittoriosamente per i greci nel 480 a.C. con la battaglia di Salamina. Riecheggiando il quesito che assillava Bush dopo l’11 settembre – “Perché ci odiano?” –, Holland afferma che “la storia stessa è nata con questa domanda giacché fu nel conflitto fra Oriente e Occidente che il primo storico del mondo, nel lontano V secolo a.C., scoprì il tema dell’opera di tutta la sua vita. Si chiamava Erodoto”. In risposta ad alcune obiezioni sollevate da Luciano Canfora sul Corriere della Sera, Holland ha splendidamente scritto che “Gli atti eroici di Maratona, delle Termopoli e di Salamina hanno fornito il mito fondatore della civiltà occidentale a partire dal XVI secolo, fungendo da puro archetipo del trionfo della libertà sulla schiavitù, e delle austere virtù civiche sul dispotismo snervato”. Insomma, a giudizio di Holland, e della tradizione a cui abbiamo fatto riferimento, la distanza fra Oriente e Occidente avrebbe qualcosa di archetipico, non essendo altro che “il presupposto più duraturo della storia. Molto più antico delle crociate, dell’Islam e del cristianesimo”.

Ma, come affermava Edward Gibbon, “la differenza fra Est e Ovest è arbitraria e si sposta intorno al globo”; e come non vedere allora, come nascondersi il fatto palmare che oggi la linea di simmetria che separa Levante e Ponente distingue il Cristianesimo dall’Islam, esattamente come ieri separava il comunismo dal capitalismo? “La globalizzazione avrebbe dovuto sancire la fine della storia e invece sembra destare dal loro riposo ancestrale un gran numero di fantasmi sgraditi”. 

Non è semplicissimo trovare un significato ultimo, unificatore di queste reiterate contese; ma anche in questo caso Holland sembra darci una risposta convincente, collocando l’accento su alcuni dati di civiltà che l’Occidente, sulla scorta della propria storia (ed anche dei propri errori), può dire di avere acquisito; l’aver conosciuto le peggiori brutture del Novecento non legittima alcuna superiorità, ma almeno agevola la consapevolezza di quelli che sono gli orrori da non ripetere, i valori a cui non rinunciare, le strade dell’Inferno da rifuggire, sentieri che, come dice un vecchio adagio, sono “lastricati delle migliori intenzioni”. A costo di sembrare faziosi, condividiamo con Holland l’idea che quanto è in predicato nel confronto fra Est e Ovest richiama, seppure con sfumature diverse a seconda delle contingenze storiche, “Il monoteismo e la nozione di uno Stato universale, la democrazia e il totalitarismo” sulla base dell’assunto che “la loro origine risale al periodo delle Guerre Persiane”. Non c%E2

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