Alle elezioni europee (purtroppo) ha vinto la partitocrazia

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Alle elezioni europee (purtroppo) ha vinto la partitocrazia

08 Giugno 2009

In un articolo pubblicato qualche settimana prima del voto, Angelo Panebianco avvertiva che le elezioni europee sarebbero state un sondaggio inattendibile. Due le ragioni che lo studioso bolognese dava per motivare la sua tesi. Anzitutto l’astensionismo. Un astensionismo che, in questo caso, non si distribuisce in modo più o meno uguale tra i vari partecipanti, ma che penalizza maggiormente i partiti meno identitari. Cioè le formazioni politiche che fanno leva sul voto di opinione e non su quello militante. In secondo luogo la mancanza della costrizione al voto utile. In tutte le altre consultazioni, anzitutto per le politiche, ma anche per le elezioni locali che comunque sono finalizzate all’elezione di un esecutivo, l’elettore si regola in base a un calcolo utilitario. Spesso sceglie il meno peggio per impedire che vinca un partito che gli piace ancor meno. Alle europee, invece, dove manca questa costrizione, il voto viene dato in tutta libertà; così molti elettori votano in modo diverso che alle politiche. Non sarebbe difficile fornire esempi tratti da precedenti consultazioni. Basterà ricordare che nel 1984, sulla spinta emotiva della morte repentina di Berlinguer (con i funerali diffusi in diretta) pochi giorni prima del voto, il PCI superò la DC. Fatto che non si sarebbe mai verificato se si fosse trattato di elezioni politiche.

Inutile dire che le previsioni di Panebianco si sono verificate in pieno. Sono stati, infatti, penalizzati i partiti più grandi che si rivolgono a un bacino elettorale più largo e presentano necessariamente un profilo meno ideologico, il Pd e, soprattutto, il PdL. Quest’ultimo, com’è noto, raccoglie molti consensi tra elettori pigri o meno interessati alla vita pubblica, che si mobilitano solo per scadenze sentite come decisive o importanti. Correlativamente, i partiti che hanno visto crescere le loro percentuali, sono partiti fortemente identitari, come la Lega e Italia dei valori. Se dovessimo riassumere con una formula sintetica il risultato del voto di sabato e domenica potremmo dire: ha vinto la partitocrazia. Cioè ha vinto una concezione ideologica del partito, lontana mille miglia dall’approccio pragmatico che caratterizza le democrazie mature.

Al di là degli slogan è opportuno, però, trarre un senso politico da questo risultato. In primo luogo occorre dire che il sondaggio per quanto inattendibile non deve risultare anche dannoso. Il voto delle europee non deve avere ricadute sul quadro politico o sulla compagine governativa. Questo significherebbe ripetere il più trito e infelice copione della prima repubblica, quando il voto di Canicattì o di Casapusterlengo veniva valutato come test significativo per rinegoziare quote di potere all’interno del governo. Semmai, e questo invito è rivolto anzitutto ai dirigenti del PdL, occorre rinnovare l’impegno del governo sui temi qualificanti dell’agenda politica. Dall’ordine pubblico, al rigore economico, alle liberalizzazioni. Solo così si potrà mantenere alto il livello del consenso.

Peraltro, al di là del balletto delle cifre e dei distinguo, dalle urne è venuta comunque una novità positiva. Si è ripetuto, infatti, quello che, a parere di chi scrive, è stato il risultato più significativo delle elezioni politiche del 2008. La semplificazione del quadro partitico. Nessuna delle formazioni minori, stavolta apparentate in bizzarri grappoli di simboli (che erano ciascuno un inno al trasformismo), è riuscita a superare la soglia del 4%. Così, sono state definitivamente disboscate molte delle enclaves parassitarie che infestavano la vita politica. Spezzoni di ceto politico che speravano ancora di accomodarsi alla greppia partitocratica per la via di Bruxelles.

Quest’ultima notazione particolare ci riporta a una considerazione di carattere generale. La soglia di sbarramento è stata finora l’unico piccolo pezzo di riforma politico-costituzionale che il centro destra è riuscito a mettere in cantiere. Sarebbe auspicabile riprendere seriamente a tessere le fila di una riforma costituzionale, da negoziare anche con i settori più responsabili dell’opposizione. Insomma il voto europeo, per quanto inattendibile, pone un dilemma politico essenziale. La democrazia italiana è ancora a un bivio. O si fa quel minimo di riassetto delle regole del gioco necessario per consolidarla o si rischia, ad ogni momento, di ricadere in una deriva partitocratica.